Olivi: "Con questa riforma blocco gli speculatori"

G. Pasqualini, "L'Adige", 18 luglio 2010
Questa settimana la sanità, la prossima il commercio. È tempo di riforme in Consiglio provinciale.

Protagonisti due degli uomini politici indicati come possibili successori del presidente Lorenzo Dellai: l'assessore alla Salute Ugo Rossi ha incassato l'altroieri l'approvazione del suo disegno di legge, nei prossimi giorni toccherà ad Alessandro Olivi: «Speriamo bene - sospira -. È una riforma urgente perché bisogna bloccare per tempo i cementificatori. Questa legge bloccherà le speculazioni edilizie e i tentativi di pressione sono sempre più forti».

Assessore, perché è necessario riformare il settore del commercio?
«Perché si deve riportare il commercio al centro della programmazione pubblica, offrendo alle categorie economiche strumenti per una crescita moderna del comparto e riservando un occhio attento ai consumatori. E perché bisogna spezzare il pernicioso connubio che si era venuto a creare tra la programmazione commerciale e gli interessi della speculazione immobiliare. Il business del cemento aveva preso il sopravvento sulla progettualità del settore. La nostra provincia non ha bisogno di omologarsi ad Affi. Bisogna fermare le speculazioni che hanno portato alla nascita di cattedrali di cemento, cubi enormi che si sono mangiati i cubi più piccoli in una sorta di performance volumetrica».
Ci faccia qualche esempio.
«Penso a Mori o a Lavis e ad altri progetti che sono stati stoppati in tempo».
Eppure qualcuno lo ha permesso. Come è stato possibile?
«Il sistema in vigore non faceva i conti con gli operatori del commercio, che devono invece essere i veri interlocutori della programmazione. Quando la Provincia decise di distribuire contingenti per la realizzazione di centri commerciali, pensati come luoghi di aggregazione, dai Comuni giunsero 80 richieste di assegnazione. Una volta accolte, sulle aree predestinate non si sono sviluppati progetti equilibrati concordati con gli operatori del settore ma si sono innescati veri e propri processi speculativi. Così, accanto ai 2.000 metri quadrati di superficie commerciale, sono state aggiunte altre licenze sfruttando la liberalizzazione degli esercizi fino a 100 metri quadrati. I centri sono stati pensati da chi acquistava le aree e costruiva le strutture, spesso molto brutte. Erano immobiliaristi che non avevano interesse a gestire l'area commerciale ma soltanto a moltiplicare i metri cubi andando a caccia di licenze».
E adesso come si cambia?
«Ora la Provincia farà una programmazione a monte. In ragione della rete distributiva esistente e della salvaguardia del territorio, la giunta deciderà quale sarà, per i prossimi 5 anni, il fabbisogno ulteriore per implementare la grande distribuzione».
Sarà diverso anche il vostro interlocutore.
«Certo. Il contingente sarà assegnato alle comunità di valle che decideranno poi come allocare queste superfici in base alla domanda del territorio e delle imprese. Inoltre non sarà più possibile ampliare il centro commerciale trasferendo dall'esterno licenze che si aggiungono al nucleo iniziale».
Niente più ampliamenti, dunque?
«Saranno possibili solo se, ad esempio, saranno riutilizzati immobili esistenti o recuperate aree dismesse. Inoltre potranno essere abbattuti gli oneri di concessione da versare quando le strutture abbiano particolari standard ambientale o economico sociale. Saranno cioè premiate da una parte la qualità architettonica del progetto, l'utilizzo di fonti energetiche alternative o di misure per risparmiare energia, dall'altra l'assunzione di lavoratori disoccupati, la creazione di spazi per famiglie e bambini, asili nido compresi, e la promozione dei prodotti locali».
Avete già un'idea dei contingenti da assegnare?
«Per i primi cinque anni saranno molto, molto limitati. Il nostro obiettivo è far nascere il meno possibile nuovi centri e, piuttosto, rafforzare i poli esistenti e l'integrazione con i negozi di vicinato. In questa direzione va la previsione della liberalizzazione, a prescindere dai contingenti, delle grandi superficie di vendita nei centri storici, riutilizzando gli edifici esistenti. Portare gli investimenti più significativi fuori città ha contribuito alla nascita di questi luoghi artificiali della spersonalizzazione, dove la gente si sfiora e magari non si parla. Noi vogliamo tornare ai centri commerciali naturali con una virtuosa contaminazione fra strutture di eccellenza e qualità affiancate alla rete dei negozi dei centri storici».
Sarà una liberalizzazione senza limiti?
«No. La soglia delle superfici sarà di 1.000 metri quadrati nei comuni tra i 5 e 10 mila abitanti e di 2.000 metri quadrati sopra i 10 mila abitanti».
Avete inoltre scelto di liberalizzare anche la media superficie di vendita.
«Certo, così le dimensioni saranno solo due: la grande superficie e tutto ciò che grande non è. La liberalizzazione riguarda i negozi fino a 300 metri quadrati nei comuni con meno di 5.000 abitanti, fino a 400 mq nei comuni tra i 5.000 e i 10.000 abitanti, fino a 800 mq quadrati negli altri».
Della riforma, peraltro, finora si è parlato tanto per gli orari e le aperture dei negozi alla domenica.
«Mi dispiace molto che i sindacati si concentrino solo su questo, quasi che il vero nodo fosse un'apertura in più o in meno, con una lettura conservatrice intrisa di qualche schizzo di ideologia. Se così fosse, non serviva una legge di riforma: sarebbe bastato un articolo nella finanziaria».
Fatto sta che ai sindacati le aperture domenicali non piacciono affatto.
«A me pare una schizofrenia che a Pergine, comune turistico, si possa tenere aperto dodici mesi all'anno mentre a Trento e Rovereto no. Per questo abbiamo deciso di dividere i comuni in tre categorie. Innanzitutto restano i comuni turistici, nelle zone di lago e montagna, che saranno individuati con delibera di giunta provinciale, in cui gli orari saranno totalmente liberi, almeno fino alle 22.30. Poi ci sono i comuni "ad alta densità demografico commerciale", di fatto Trento, Rovereto e i centri capoluogo delle comunità di valle, in cui i negozi potranno rimanere aperti alla domenica per dieci mesi all'anno. Quando però parliamo di orari, benedetto Iddio, sia chiaro che noi offriamo la facoltà di aprire, non imponiamo un obbligo. Inoltre si sappia che esistono tre filtri. Innanzitutto è il Comune, tramite il consiglio, a decidere se accreditarsi o meno come "comune ad alta densità demografico commerciale". In secondo luogo il Comune può scegliere di graduare a suo piacimento le aperture, optando, magari, per una sola domenica al mese. Infine le aperture potranno essere limitate ad alcune porzioni di territorio, ad esempio il centro storico. E per decidere il piano di aperture il Comune dovrà preventivamente consultare le categorie economiche, le associazioni dei consumatori e, udite udite, le organizzazioni dei lavoratori. Gli altri comuni rientrano nella terza categoria, la cui regolamentazione resterà come quella attuale con deroghe possibili per cinque domeniche all'anno oltre al mese di dicembre».
Quando entrerà in vigore il nuovo regime?
«Presumibilmente nel 2011».
Non è stato, e comunque non sarà, un cammino semplice.
«Il commercio è estremamente riluttante ai cambiamenti. Ma anche in questo comparto puntiamo a un Trentino moderno, non in mano alle corporazioni e agli interessi sclerotizzati. La riforma è urgente: a sperare in rallentamenti e frenate sono quelli che sul commercio vogliono speculare perché vi sono interessi più grandi che finora il settore ha indirettamente favorito».

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