Violenza contro le donne, serve educare a scuola

In Consiglio provinciale si è svolta nei giorni scorsi una discussione che rivela, in tutta la sua evidenza, una profonda e pericolosa contraddizione nell'azione politica della maggioranza che governa il Trentino. È stata discussa e approvata all'unanimità la mozione che impegna la Giunta ad attivare nuove sedi periferiche del Centro antiviolenza in Valsugana e nelle Giudicarie e ad aumentare i posti di accoglienza nella Casa Rifugio ad indirizzo segreto.
Francesca Parolari, "Il T Quotidiano", 17 ottobre 2026

 

Si tratta di un atto e di misure condivisibili sul piano della protezione e del sostegno immediato alle vittime. Tuttavia, in aula ho sentito il dovere di richiamare tutti e tutte su una questione cruciale: aprire strutture d'accoglienza non basta se parallelamente si smantella l'unico vero pilastro in grado di estirpare la violenza alla radice, ovvero la prevenzione attraverso l'educazione. Oggi assistiamo a una palese schizofrenia di governo: da un lato la Giunta taglia nastri e si vanta di potenziare i presidi per le donne violate, da l'altro — applicando pedissequamente le direttive del ministro Valditara attraverso la recente circolare provinciale — frena, ostacola e di fatto sospende i percorsi formativi dedicati all'affettività, ala sessualità, al rispetto e alla parità di genere all'interno del mondo scolastico, addirittura vietandoli né la scuola dell'infanzia e a la primaria.

Attraverso lo strumento del consenso informato preventivo e scritto, la Giunta sta compiendo un'operazione non solo politicamente incongruente ma anche profondamente ingiusta, specie nei confronti delle famiglie che sono lasciate sole nel decidere se aderire o meno a questi percorsi educativi, di fronte a una complessità sociale, relazionale, affettiva e digitale enorme. Complessità che spesso le famiglie non hanno gli strumenti o le risorse per gestire in autonomia. Allo stesso tempo, le stesse scuole sono state completamente abbandonate a sé stesse, soffocate da una burocrazia paralizzante e dall'impossibilità gestionale di organizzare attività alternative per chi non aderisce. Sappiamo bene, del resto, come funziona la realtà quotidiana: gli insegnanti fanno già un'enorme fatica a raccogliere le autorizzazioni per iniziative assai meno complicate, figuriamoci per percorsi educativi delicati come questi. Il risultato di questo corto circuito è gravissimo: molti istituti, pur di evitare contenziosi e gironi infernali autorizzativi, stanno cancellando o sospendendo progetti storici portati avanti con la competenza degli esperti dei consultori de l'Azienda Sanitaria (Asuit).

Un segnale di grande speranza e civiltà arriva però dai cittadini e dalle cittadine trentine: proprio in questi giorni in Quinta Commissione è in corso l'esame del disegno di legge di iniziativa popolare sull'educazione a l'affettività e a la parità di genere, sostenuto dalla firma di migliaia di persone. Auspico con forza che questa discussione apra finalmente un confronto reale, franco e produttivo anche all'interno del mondo degli insegnanti. Bisogna comprendere chiaramente che questo è un ambito educativo imprescindibile, a cui la scuola non può e non deve rinunciare. Acquisire le giuste competenze pedagogiche per scardinare i pregiudizi e gli stereotipi di genere deve essere riconosciuto a tutti gli effetti come parte integrante e fondamentale dei compiti di un insegnante.

La violenza di genere non nasce dal nulla: è il frutto di una cultura patriarcale del possesso, del potere e della prevaricazione che va affrontata e scardinata fin dai primi anni dell'età evolutiva. Togliere ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze spazi protetti di confronto e crescita consapevole e la possibilità di accedere a percorsi strutturati, scientifici e qualificati — condotti dagli stessi esperti e professionisti della sanità pubblica dei nostri consultori (Asuit) - per pura propaganda ideologica significa privarli/e degli strumenti culturali necessari per costruire relazioni sane, consensuali e paritarie. In aula l'ho detto senza mezzi termini: con queste decisioni ci si lava semplicemente la coscienza. Si interviene quando il danno, la sofferenza e la violenza sono già avvenuti, rifiutandosi di agire dove il fenomeno si previene e si previene davvero, ossia nelle aule scolastiche.

Non possiamo rassegnarci all'idea che la risposta dele istituzioni sia solo quella di contare i danni e allestire rifugi post-tragedia. Certo, le strutture di accoglienza sono presidi indispensabili che abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere con convinzione, chiedendo anche maggiori finanziamenti - come abbiamo più volte fatto - ma il nostro obiettivo politico, culturale e sociale deve essere ben altro. Saremo davvero soddisfatti solo il giorno in cui si potrà dire che i Centri antiviolenza vengono chiusi perché non servono più, perché saremo riusciti e riuscite a costruire una società in cui nessuna donna debba più fuggire o nascondersi. Fino ad allora, ostacolare l'educazione affettiva, al rispetto e alla parità di genere nelle scuole rimarrà un errore imperdonabile e un'incoerenza inaccettabile.