
L’applicazione in terra trentina della legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico (l. 104/2026) attraverso la relativa circolare applicativa inviata ieri alle scuole rappresenta la definitiva resa politica dell’Assessorato all’Istruzione e della Giunta provinciale di fronte ai diktat romani. Un atteggiamento subordinato che cancella decenni di Autonomia speciale in materia scolastica e svilisce la funzione della scuola trentina.
Lucia Maestri, Francesca Parolari e altri, 30 settembre 2026
Nel merito la legge introduce il requisito del consenso informato preventivo e scritto da parte dei genitori per qualsiasi attività extracurricolare o di ampliamento formativo avente a oggetto i temi della sessualità.
L’Assessora Gerosa e il Dipartimento la considerano direttamente applicabile nell’ambito del sistema educativo provinciale. Ma la PAT non è una semplice articolazione periferica dell'amministrazione statale! Il sistema educativo trentino è caratterizzato da una propria disciplina provinciale e da un'autonomia scolastica che attribuisce alle istituzioni importanti responsabilità nella definizione della propria offerta formativa.
Di fronte a una nuova legge statale destinata a incidere su un settore così delicato, ci si sarebbe quindi attesi dalla Provincia un'analisi approfondita del rapporto tra la nuova disciplina statale e l'ordinamento provinciale, nonché l'individuazione delle modalità con cui esercitare, nei limiti consentiti dall'ordinamento, la propria autonomia.
Ma non siamo di fronte solo ad una criticità istituzionale, non si tratta solamente di assistere all’abdicazione all’esercizio della propria autonomia e alla riduzione dell’azione a funzione amministrativa di recepimento, anziché a responsabilità politica e istituzionale di elaborazione di una risposta provinciale. Si tratta di chiedere perché la Provincia, e quindi l’Assessora e il Dipartimento, non abbiano sviluppato una disciplina applicativa capace di tutelare contemporaneamente il diritto delle famiglie all'informazione, l'autonomia scolastica, la libertà di insegnamento e il diritto degli studenti a una formazione adeguata in un ambito che richiede con urgenza un ruolo attivo e centrale da parte della scuola!
Perchè è l'impianto culturale e pedagogico della norma ad essere gravemente limitato: l'educazione alla sessualità non può essere ridotta a una questione puramente autorizzativa o confinata alla sfera privata e familiare! Il problema non è il diritto delle famiglie a essere informate. Quel diritto deve essere garantito. Il problema è che l'informazione rischia di trasformarsi in un vero e proprio potere di veto su attività che hanno una rilevante funzione educativa e preventiva.
Le audizioni degli esperti sul disegno di legge di iniziativa popolare sull’educazione affettiva e alla parità di genere, tenutesi ieri curiosamente in contemporanea all’emanazione della circolare e in assenza sia dell’Assessora Gerosa che dei vertici del Dipartimento evidentemente impegnati tutti ad accondiscendere alle direttive romane, hanno invece attestato in modo corale la necessità e l’urgenza di costruire percorsi interdisciplinari di educazione relazionale alla parità e al rispetto delle differenze di genere, offerti dentro la scuola a tutti/e, quindi in modo universale!
Particolarmente preoccupante inoltre è l'impatto sulla scuola dell'infanzia, laddove l’approccio a questi temi è dalla legge, e quindi dalla circolare, addirittura vietato. I bambini e le bambine della scuola dell'infanzia sono nel pieno della fase evolutiva di costruzione del proprio "Io", processo identitario che non può prescindere dal riconoscimento della propria sessualità. Non accompagnando ciò si fa un grave danno evolutivo! Non si tratta di educazione sessuale in termini di trasmissione di nozioni ed informazioni, ma di educazione sessuale in termini identitari e questa DEVE essere contemplata nella scuola dell'infanzia anche per evitare l'instaurarsi di una rappresentazione e definizione di ruoli stereotipati già a questa età. Non aver esercitato l’autonomia in questo segmento - dove la competenza legislativa è addirittura primaria – e essersi adeguati al divieto nazionale rappresenta un errore imperdonabile, che può essere generatore di gravi conseguenze sugli apprendimenti e sulla crescita equilibrata dei bambini, specie di quelli provenienti da situazioni di fragilità.
Abbracciare le direttive nazionali è scelta deliberata dell’Assessora Gerosa che preferisce seguire i dettami del suo partito piuttosto che valorizzare l’autonomia trentina elaborando una risposta educativa propria. Risposta capace di tenere insieme diritti delle famiglie, autonomia della scuola e diritto degli studenti a un'educazione completa e moderna anche nella sfera delle relazioni e dell’affettività, come chiesto dalle migliaia di cittadini e cittadine che hanno convintamente sostenuto il disegno di legge sull’educazione relazionale a scuola.
Se l’Assessora Gerosa avesse ascoltato le audizioni di ieri avrebbe compreso l'enormità dell'errore che sta compiendo a danno della scuola trentina e di chi la vive ogni giorno ed avrebbe evitato di dare uno schiaffo plateale ai circa ottomila mila trentini che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare.
Lucia Maestri e Francesca Parolari (PD del Trentino)
Michele Malfer (Campobase)
Paola Demagri (Casa Autonomia.eu)
Lucia Coppola (AVS)