
Il cambiamento climatico non è più una previsione, ma una realtà che entra ogni giorno pesantemente nella nostra vita quotidiana, e quindi anche nell'attività dei servizi educativi. Continuare a considerare il caldo estremo come un'emergenza episodica significa non comprendere che siamo già dentro una nuova normalità. E la politica, se vuole essere all'altezza del proprio ruolo, ha il dovere di governarla, non di inseguirla.
Francesca Parolari, "Il T Quotidiano", 7 giugno 2026
È in questo contesto che appaiono insufficienti e frammentarie le risposte messe in campo finora dalla Provincia. I finanziamenti per rendere le strutture educative climatizzate sono arrivati a tappe, senza una reale programmazione e soprattutto senza tenere conto delle condizioni concrete degli edifici, con un risultato prevedibile: somme troppo modeste per coprire i costi effettivi e amministrazioni comunali o enti gestori costretti a scegliere se accollarsi spese importanti oppure rinunciare.
Ma il problema va ben oltre la climatizzazione. Le alte temperature hanno reso ancora più evidente l'inadeguatezza con cui la Provincia sta affrontando il tema dell'estensione del calendario della scuola dell'infanzia. Da oltre sei anni la questione è ostaggio di uno scontro permanente mal gestito che ha prodotto pesanti contrapposizioni. Cambia il clima, evolvono i bisogni delle famiglie, cresce la complessità educativa e aumenta il carico sulle insegnanti, mentre la maggioranza continua a riproporre gli stessi schemi, chiedendo sempre qualcosa in più a chi lavora nella scuola senza riconoscere strumenti, tempi e risorse adeguati e, soprattutto, senza considerare l'intero contesto.
Se l'obiettivo è offrire ai bambini dai tre ai sei anni opportunità educative anche durante l'estate, non basta immaginare che tutto possa continuare a funzionare semplicemente allungando di qualche settimana l'apertura della scuola. Serve una progettazione costruita attorno all'idea che la qualità dell'esperienza educativa non si produce istantaneamente, assumendo una decisione unilaterale (in questo caso portando da 10 a 11 i mesi di apertura della scuola dell'infanzia), ma è l'effetto di un approccio d'insieme, che considera la scuola dell'infanzia nella sua interezza, tenendo conto delle tre dimensioni che la compongono: come istituzione, come servizio e come organizzazione.
Bisogna sapere, quindi, che la scuola «tridimensionale»: ha necessità di formulare proposte didattiche costantemente adeguate ai bisogni educativi dei bambini e delle bambine; deve costruire alleanze educative con le famiglie tenendo conto delle dinamiche economico-sociali del contesto; accoglie e sostiene fragilità e bisogni speciali; affronta l'impatto dell'inverno demografico; riscontra la carenza di personale formato; deve tenere i conti a posto e, soprattutto, deve prendersi cura di bambini/e, famiglie e personale. È dentro questo contesto complessivo - che richiede consapevolezza e volontà politica di intervenire - che va inserita la progettualità sul mese di luglio, se vogliamo dare un buon servizio e fare in modo che il sistema regga.
E se vogliamo, poi, focalizzare l'attenzione sull'organizzazione del mese in questione esiste, a mio avviso, una strada concreta che si potrebbe percorrere. Si tratta di ripensare il mese di luglio come un progetto educativo integrato, fondato su una collaborazione stabile tra scuola dell'infanzia e Terzo Settore. Non una delega, ma una vera alleanza educativa nella quale la scuola mantenga la regia pedagogica e le cooperative sociali contribuiscano con professionalità ed esperienze complementari. In questo modo si potrebbe costruire un'offerta capace di rispettare i tempi dell'estate, valorizzando attività differenti senza interrompere la continuità educativa né privare i bambini dei loro ambienti e punti di riferimento, fondamentali per il loro equilibrio e la loro sicurezza.
Una simile organizzazione consentirebbe anche di affrontare una questione troppo spesso rimossa: il progressivo logoramento del personale. Le insegnanti arrivano al termine dell'anno scolastico dopo mesi segnati dalla crescente complessità dell'impegno e da un carico professionale che continua ad aumentare. Introdurre nuove professionalità nel mese di luglio significherebbe offrire un sostegno reale, così come sarebbe necessario rivedere una gestione delle ferie oggi eccessivamente rigida e burocratica.
Ma tutto questo richiede una scelta precisa: investire sul sistema educativo anziché continuare a chiedergli di fare sempre di più con sempre meno. Ed è qui che emerge la vera questione politica. Le risorse, quando la Giunta decide che una misura è strategica, si trovano. Lo dimostra il progetto delle colonie estive promosso dalla Provincia, finanziato con quasi otto milioni di euro e rivelatosi nei fatti largamente sottoutilizzato. Quando invece si tratta di rafforzare servizi pubblici essenziali, migliorare le condizioni di lavoro del personale e garantire ambienti adeguati ai bambini, improvvisamente prevale la logica dei vincoli di bilancio. È una scelta di priorità, non una necessità contabile.
In questo quadro appare ancora più difficile comprendere la scelta contenuta nell'assestamento di bilancio, che prevede una riduzione delle risorse destinate proprio a questo settore. È un segnale politico che va nella direzione opposta rispetto ai bisogni reali della comunità scolastica. La risposta non può essere quella di tagliare. La risposta deve essere il coraggio di investire. Perché la qualità dei servizi educativi non è una voce di spesa da comprimere, ma la misura concreta della capacità di una comunità di guardare al proprio futuro. E una politica che sceglie di risparmiare sull'infanzia difficilmente potrà sostenere di investire davvero sul domani.