
Da Trento al Trentino, è un Franco Ianeselli a tutto campo quello intervenuto al Forum del «T». C'è l'attenzione alla partita elettorale del 2028. «La priorità dovrebbe essere una concezione di Autonomia intesa come sperimentazione, la crescita economica abbinata alla sostenibilità e un ritorno all'unità di tutto il Trentino contro chi vuole dividere tra città e valli».
S. Casciano, "Il T Quotidiano", 25 giugno 2026
Ma c'è anche il focus sul Comune: «Porteremo a breve in Consiglio una variazione di bilancio da 13 milioni di euro. Fondi che serviranno per interventi infrastrutturali ma con attenzione sociale. Su questo tema, quello delle politiche sociali, vogliamo fare di più».
Sindaco, si sta concludendo il primo anno di questa consiliatura che però per lei è anche il sesto. Che bilancio ne fa?
«Per me è stata importante la lettura del libro di Elena Granata, “La città è di tutti”. La sua è una critica allo spazio pubblico che si privatizza. Secondo lei la città è tale quando esiste uno spazio pubblico aperto e democratico; per questo critica la narrazione della città come insieme di luoghi che devono essere soltanto attrattivi. Forse quest'anno, e più in generale questi miei anni da sindaco, hanno cercato di riconoscere e valorizzare la caratteristica, l'anima della città di Trento: essere una città sociale. Penso anche al libro di Affinati, “Le città del mondo”, quelle che ha visitato e quelle che ha immaginato. Dopo questi anni da sindaco direi che Trento ha proprio questa caratteristica: è una città sociale. È come se avessimo un tessuto sommerso che ogni tanto emerge sotto i riflettori, come durante la Ganzega o altri eventi, ma che opera quotidianamente grazie a persone che si impegnano per gli altri. Su questo fronte siamo dentro un grande esperimento di città plurale. Pensando proprio all'idea di “città di tutti”, quando vado a prendere mio figlio alla scuola materna di Maso Ginocchio vedo concretamente che siamo una città plurale. Il tema, quindi, è come tenere insieme una città plurale e una città sociale, evitando che le diverse comunità vivano solo al proprio interno senza sentirsi parte di una comunità più ampia. L'appartenenza alla comunità cittadina, insieme alla pluralità, è la grande sfida. Sembra una banalità, ma visto che c'è chi parla di remigrazione, credo sia importante sottolinearlo. Poi basta guardare certi luoghi comuni e confrontarli con la realtà. C'è però un altro aspetto su cui voglio richiamare l'attenzione».
Quale?
«Il tema dell'attrattività. Noi siamo una città di medie dimensioni che rischia costantemente di non essere all'altezza della capacità attrattiva delle grandi metropoli. Lo vedo negli incontri con i trentini che se ne sono andati a vivere a Londra, Berlino o in altre città europee. Se ne sono andati perché qui non trovavano lavori adeguati in termini di retribuzione e prospettive di carriera. Ti dicono che tornerebbero volentieri, ma spesso non solo la paga non è sufficiente: a volte qui non esiste proprio la loro figura professionale. Per questo il lavoro sulle infrastrutture serve a costruire un ecosistema cittadino che venga percepito positivamente da chi vuole fare una scelta di vita. Perché abbiamo un tema molto chiaro: siamo un territorio bello, si vive bene, abbiamo una grande università, ma poi i giovani se ne vanno perché non trovano casa e perché l'economia punta quasi esclusivamente sul turismo».
Quale sarà il prossimo passaggio chiave del lavoro del Comune?
«L'accordo con la Provincia sulla permuta delle aree. Abbiamo approvato un primo assestamento di bilancio in cui abbiamo stanziato 6 milioni di euro per le Bellesini, destinati a un ostello dei lavoratori che entrerà nella filiera dell'inserimento e delle politiche abitative, con l'obiettivo di togliere persone dalla strada. Sarà pronto nel 2029. È molto rilevante anche la riapertura del Lido Manazzon rinnovato. Non è soltanto una piscina: quell'ingresso realizzato insieme al Mart rappresenta l'idea di avere uno spazio pubblico, una piscina popolare ma anche bella. L'idea è che la nostra sia una città in cui i luoghi di qualità non siano riservati soltanto alle persone benestanti. Gli spazi pubblici possono e devono essere belli. Con l'accordo ora cediamo alla Provincia l'area camper della Fersina, il Trentinello e lo Scalo Roncafort. In cambio otteniamo l'ex Atesina e 13,3 milioni di euro di risorse economiche. Con questi fondi acquisteremo per 4,2 milioni le ex Orsoline e utilizzeremo il resto per la bonifica dell'ex Atesina e per i primi interventi. Sulle ex Orsoline, cioè Casa Sant'Angela, oggi è già stato trasferito il Punto d'Incontro durante i lavori del Pnrr. Ci sono circa 250 persone che vi si recano ogni giorno, quindi era importante mantenere quella funzione. Ci siamo detti che fosse fondamentale conservare Casa Sant'Angela all'interno del sistema sociale di Trento. L'idea è creare un luogo “meticcio”, dove ci sarà il Punto d'Incontro ma anche spazio per altre associazioni: un luogo di incontro e socialità. Per quanto riguarda l'ex Atesina, abbiamo diverse idee. Lo spazio è di 17 mila metri quadrati e ci sono molte cose che si possono fare. Queste progettualità, dal valore di oltre 13 milioni di euro ora andranno in Consiglio sotto forma di variazione di bilancio, è un intervento importante. Poi c'è l'ex mensa Santa Chiara che riaprirà a settembre, l'ex Lettere e molti altri progetti in cantiere. Mi accusano di essere uguale al centrodestra sul piano delle infrastrutture, ma io rispondo che su Bellesini, Casa Sant'Angela e sulle progettualità sociali non credo che avrebbero mai investito. Sono decisioni che vanno chiaramente nella direzione di una città sociale».
Che piani ci sono sull'ex Atesina?
«L'idea è ripartire dallo spazio utilizzato per SuperTrento e poi procedere per fasi. È un'area talmente grande che ci si può fare di tutto e probabilmente sarà necessario coinvolgere anche soggetti privati. Sicuramente diventerà anche un luogo di aggregazione per il quartiere e per la comunità. La nostra preoccupazione riguarda la spesa corrente. Vorremmo che nell'area trovassero spazio anche soggetti economici capaci di garantire entrate al Comune attraverso canoni e concessioni. I tempi? Sarà un lavoro graduale e dipenderà molto anche dalle bonifiche. Il 7 luglio porteremo in Consiglio comunale la variazione di bilancio collegata all'accordo quadro. Entro l'anno dovremmo concludere giuridicamente l'operazione e rogitarla; nel frattempo inseriamo le risorse a bilancio».
Sulla questione sicurezza la tesi che il passato fosse meglio non rischia di essere un'espressione retorica?
«Io penso che la Trento di oggi abbia un'offerta culturale e di pubblici esercizi impensabile rispetto al passato. È una città molto più viva e attrattiva. Esiste certamente un problema che riguarda una parte di giovani di origine nordafricana coinvolti in episodi di microcriminalità, e questo genera preoccupazione. Nelle circoscrizioni me lo segnalano spesso. Però il ministro Piantedosi stesso sostiene che il problema sia soprattutto di percezione e che i reati siano in calo. Il centrodestra governa da quattro anni e ha vinto promettendo di risolvere questi problemi. Continuare ad attribuire ogni responsabilità ai sindaci non credo funzioni più. Inoltre, alimentare continuamente queste paure produce nuovi fenomeni politici come Vannacci. È una prospettiva regressiva. La riflessione che vorrei fare è questa: se non si comprende che la sicurezza è profondamente legata alle politiche sociali, all'integrazione, all'inserimento lavorativo e scolastico, allora si continueranno a generare nuovi problemi e nuovi estremisti che finiranno per travolgere anche chi oggi cavalca questi temi. Se si interviene solo sugli effetti, sulla repressione o sull'inasprimento delle pene, senza affrontare le cause, non si risolve nulla».
Parliamo di accoglienza, ma concentriamoci sui dati economici. I tagli hanno generato pressione sulla città: siete riusciti a calcolare quanto questo ci costa in termini di dormitori e sostegno extra?
«Per il Comune si tratta sicuramente di qualche milione di euro, considerando i dormitori attivati alle Bellesini e ai Cappuccini. Non sarebbe una competenza nostra, ma è un dovere di umanità. Vorrei che la Provincia comprendesse quanto questo sia importante anche per lei. Forse il lavoro che si sta facendo attraverso il terzo settore, insieme agli imprenditori e alla Filiera Trentino, potrà smuovere qualcosa. La teoria della destra era che, trattando male queste persone, avrebbero smesso di arrivare. Mi sembra evidente che abbiano fallito: le persone continuano a venire. Detto questo, sulle politiche sociali penso che, come Comune, possiamo e dobbiamo fare di più. Ma la Provincia deve investire risorse».
A proposito di casa, Fugatti agli industriali dice: «Fatevele». Che ruolo dovrebbe avere il pubblico?
«Su questo sono un vecchio socialdemocratico: bisogna costruire case pubbliche, sia per l'edilizia popolare sia per quella a canone calmierato. Producono benefici non solo per chi vi accede, ma anche per l'intero mercato».
Ma può farlo il Comune?
«Nel sistema attuale no. Noi abbiamo competenze sulle aree e sull'urbanistica. Poi ci sono gli enti preposti, cioè Provincia e Itea. Leggo che si sta pensando di vendere la Nave di San Pio X per reperire risorse da destinare all'edilizia popolare altrove. Mi dispiacerebbe se quell'area fosse lasciata interamente ai privati senza una quota di edilizia sociale o popolare».
Passiamo alla politica: come sta andando il suo viaggio nel Pd?
«Bene. Credo che il mio ingresso non debba stupire molto. Il Pd si definisce un partito composto da iscritti ed elettori e quella è sempre stata la mia area di riferimento. Ho partecipato come elettore sia all'elezione del segretario locale sia a quella del segretario nazionale. Lunedì sera ho preso parte all'assemblea e ho condiviso la relazione del segretario sulle alleanze e sul perimetro valoriale in vista delle elezioni. Giustamente il segretario ha sottolineato che non si vince con una semplice somma di “no” né con una somma di simboli. Bisogna fare attenzione a una declinazione territoriale dello schema nazionale, che tenga insieme civismo e autonomismo e che si traduca in una maggiore apertura verso le forze civiche, forse più che verso Onda».
Che ne pensa dell'appello di Marchiori (Patt)? Lei aveva fatto un accordo con il Patt ai tempi della sua prima elezione.
«In estrema sintesi, l'idea di fare poco o nulla, aspettare le elezioni nazionali e poi ritrovarsi a fine 2027 per decidere cosa fare sarebbe sciagurata. Per serietà nei confronti della comunità bisogna essere chiari fin da subito sul progetto di governo per il Trentino, non sperare che gli avversari crollino per poi presentarsi come alternativa. Serve una strategia. Il programma non può limitarsi alla mera ricerca del consenso. Il Pd sta lavorando bene sulla sanità, Campobase sul piano industriale. Va bene, ma bisogna muoversi per tempo. La cultura autonomista in Trentino è diffusa: si ritrova nel Patt ma non solo. Va però coniugata con altri valori, come le politiche sociali, l'ambientalismo e il riformismo. Credo che l'autonomia venga valorizzata meglio da noi che dalla destra nazionalista. Molti si sentirebbero più a casa in questo progetto».
Entro il 2027 anche il candidato?
«Quello è un passaggio che può essere formalizzato in momenti diversi».
Si parla quasi solo della sua figura come candidato del centrosinistra…
«Io sono tranquillo rispetto alle ambizioni personali. Il punto è trovare il candidato migliore per la coalizione. Le mie ambizioni le ho già avute: sono stato sindaco per due mandati. Non ho l'atteggiamento di chi deve sgomitare per ottenere un incarico. Si individuerà la persona più adatta. C'è poi un'altra considerazione: chi fa il sindaco deve essere concentrato su quel ruolo».
Quali sono, per lei, le tre priorità del futuro per il Trentino e dell'Autonomia?
«La prima è superare l'idea dell'Autonomia come gestione dell'ordinario e rilanciarla come spazio di sperimentazione. In questo senso il tema della crescita economica è cruciale. Il bilancio della Provincia è solido, anche se da sindaco mi dispiace che venga presentato e approvato prima dell'accordo di finanza locale con i Comuni. Tuttavia, senza crescita economica - e questo è il secondo punto - anche i bilanci finiranno per diventare problematici. La crescita deve essere abbinata alla sostenibilità. La terza è l'unità. Abbiamo bisogno di un'autonomia che non si fondi sulla contrapposizione tra città e valli. Per superare questa retorica l'esempio del trasporto pubblico è fondamentale. Un sistema più efficiente unisce il territorio e serve studenti e lavoratori. L'Alto Adige ha fatto una scelta molto forte in questa direzione. Da noi invece persiste l'idea che il trasporto pubblico sia destinato a chi non può permettersi l'auto, e questo non va bene. Parlo sia delle ferrovie locali sia delle linee extraurbane».
Trova che il centrosinistra abbia sottovalutato la leadership di Fugatti in questi anni?
«Secondo me bisogna partire da un dato: in questa fase storica, caratterizzata dalla crisi dei partiti, la presenza sul territorio è fondamentale per costruire consenso. Può non piacere, ma presenza e accessibilità sono elementi importanti. Fugatti sacrifica molto della propria vita privata per questo. È una persona accessibile e questa caratteristica funziona. Nella politica contemporanea questo elemento è destinato a restare. Lo ha fatto Zaia, lo fa Giani nel centrosinistra e lo faccio anch'io».
Ma basta?
«Il rischio è essere presenti ma privi di progettualità. Bisogna essere entrambe le cose. La dimensione della presenza resterà centrale, ma bisogna anche tornare a coinvolgere le persone: nei momenti elettorali e nei processi partecipativi. Mattarella ha parlato giustamente di “democrazia a bassa intensità”».
Il centrosinistra ha un tema di allargamento della propria rappresentanza politica. L'effetto referendum giustizia sembra già svanito, anche perché lì si è attivato un/a elettore/elettrice che pare essere già rifluito. Dove si dovrebbe puntare?
«È un tema senz'altro centrale, non semplice. Credo che ci sia una parte di elettori che ha scelto il centrodestra in uscita. Avverte la carenza di ambizione legata all'Autonomia. Chi governa proverà a depoliticizzare la partita. Quanto al centrosinistra penso che ci sia un retaggio di arroganza del passato che dobbiamo superare».
Il Pd viene spesso definito il partito della ztl o delle élite.
«Sulla città di Trento e in Trentino mi sento di escluderlo. Osservo un partito radicato nel volontariato tradizionale e in più ceti sociali. Non è confinato alla ztl».
La sindaca Robol diceva che il parere dei sindaci di Trento e Rovereto dovrebbe pesare di più nel dibattito interno al Pd su Dolomiti Energia. Che ne pensa?
«Su Dolomiti Energia mi sembra giusto che tutti possano discutere. È però evidente che si tratta di una società con dei soci. Il Pd non è socio di Dolomiti Energia, così come non lo sono altri soggetti politici. Se in questa discussione si riuscisse a far prevalere i contenuti sulla demagogia sarebbe positivo. L'acqua è un bene pubblico e la Provincia ne è titolare e garante. La società è sana e va fatta crescere. La quotazione è soltanto uno strumento da valutare per sostenere questa crescita. C'è poi chi cerca strumentalmente di riaprire la contrapposizione tra città e valli, persone che sono state nel centrosinistra, poi in FdI, oggi sono civici e domani chissà. Io dico che la Provincia è socia e riceve canoni, i Bim percepiscono i sovracanoni e ci sono extragettiti e compensazioni. Il territorio, insomma, è già compensato. Se si vuole discutere di un ampliamento della partecipazione ad altri Comuni, è un tema molto importante. Facciamolo».
C'è chi ha lanciato l'idea di un polo energetico dell'Euregio...
«È una suggestione affascinante. In un certo senso rientra anche nell'agenda Draghi. Il rischio, però, è avere una grande visione e poi restare immobili. Dolomiti Energia deve proseguire il proprio percorso. Poi si vedrà».
Qual è la sua idea sul Centro di permanenza per i rimpatri?
«Credo che un sistema migratorio debba poggiare su tre elementi. Il primo riguarda gli ingressi. Oggi non abbiamo un sistema ordinato. Il secondo pilastro è l'integrazione, che attualmente funziona male. Il terzo è il rimpatrio, che in alcuni casi è inevitabile, pur con tutte le sue enormi complessità. Accolgo quindi le critiche, ma ritengo che al governo serva comunque un sistema per gestire i rimpatri e quindi strutture. Detto questo, siamo chiaramente nel campo della propaganda se pensiamo che qualche posto in più in un Cpr possa risolvere i problemi del Paese. Il sistema attuale è inefficiente e disorganizzato».