
Un patto per il Trentino. È quello che lancia il segretario del Pd provinciale Alessandro Dal Ri. Se l'ex governatore Lorenzo Dellai, sul «T» di ieri, diceva che in Trentino non si deve riprodurre semplicemente lo schema nazionale del «Campo largo», Dal Ri va oltre e propone di allargare Ada, l'alleanza democratica autonomista, a tutte le forze civiche che vorranno partecipare «ma sulla base di un progetto per il Trentino da costruire insieme - dice il segretario - E che parta da quattro pilastri che oggi ci vedono arretrare come territorio: salute, economia, salari e ambiente».
"Il T Quotidiano", 3 aprile 2026
Segretario sul «T» di ieri Dellai diceva che in Trentino non va replicato il «Campo largo» che ne pensa?
«Credo che si debba partire da ancora prima. Serve innanzitutto un'analisi seria di ciò che serve al Trentino: capire cosa funziona e cosa invece non sta funzionando. Da lì bisogna costruire un programma, un vero progetto per il Trentino. Questo percorso deve partire da Ada, l'Alleanza democratica autonomista, che per noi è un punto fermo, e poi allargarsi coinvolgendo le tante realtà locali presenti sul territorio. Ma la priorità è indicare chiaramente dove vogliamo andare. Solo dopo si vedrà chi ci sta e chi no. Non è saggio partire con logiche del tipo “tu dentro, tu fuori”. Dellai ripropone una strada che in passato ha funzionato, ma oggi servono anche elementi di innovazione».
Quali sono questi elementi di innovazione?
«Vanno cercati e coinvolti. In Trentino esistono realtà civiche e comunitarie molto interessanti, che portano avanti politiche locali efficaci e che escono dagli schemi tradizionali della politica. Penso, ad esempio, a Officina Comune, ma non è l'unica esperienza. Nei prossimi giorni avremo un incontro di coalizione proprio per ragionare su questo. Il punto centrale deve restare il progetto di Trentino: dobbiamo dire chiaramente cosa vogliamo fare della nostra autonomia. Oggi la maggioranza se ne riempie la bocca, ma l'autonomia è uno strumento delicato: se usata male può fare danni. Se diventa un mezzo per alimentare amichettismo, clientelismo e accentramento del potere, anziché promuovere innovazione, competenze e meritocrazia, i risultati si vedono. E infatti il Trentino oggi arretra anche rispetto a regioni ordinarie».
Quali sono i temi centrali per il rilancio del Trentino?
«C'è quasi l'imbarazzo della scelta. Faccio fatica a individuare un settore in cui la giunta Fugatti abbia migliorato la situazione rispetto a otto anni fa. Partiamo dalla sanità: abbiamo registrato uno dei crolli più marcati d'Italia. È vero che c'è una crisi nazionale, ma qui siamo caduti di più e da una posizione inizialmente migliore. Poi c'è lo sviluppo economico, che era uno dei cavalli di battaglia della maggioranza: la crescita è stata limitata e si è puntato quasi esclusivamente sul turismo, con finanziamenti distribuiti a pioggia che non incentivano innovazione e sviluppo. Nel frattempo industria, artigianato e innovazione sono stati trascurati, quando invece il manifatturiero rappresenta il vero motore del Trentino ed è ciò che rende il territorio attrattivo. Un altro tema fondamentale è l'ambiente. Il Trentino sta cambiando: i ghiacciai si ritirano, ci sono effetti evidenti sull'agricoltura. Eppure mancano strategie di adattamento.Infine lavoro e sociale: i salari sono fermi, il potere d'acquisto è diminuito. È da qui che deve partire il rilancio. Su questi quattro ambiti abbiamo già individuato le direttrici principali del nostro programma».
Il centrodestra è impegnato sulla legge elettorale e sulla partita della giunta regionale, con il rischio che salti la staffetta. Che lettura dà?
«Mi sembra l'ennesima dimostrazione di un Trentino governato male, dove chi governa è concentrato soprattutto sul proprio futuro. Dopo il disegno di legge d'urgenza per il terzo mandato di Fugatti, poi bocciato dalla Corte, e dopo i conflitti interni per la vicepresidenza, assegnata e riassegnata più volte, ci troviamo ancora una volta di fronte a una politica che guarda solo a se stessa. Si pensa alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni. La legge elettorale è un tema serio, importante, che non può essere ridotto a uno strumento di lotta di potere o a tentativi di autoconservazione».
Si parla di primarie, a livello nazionale e locale. Sono utili?
«A livello nazionale, con l'attuale legge elettorale e senza l'indicazione diretta del candidato premier, non mi sembra una buona soluzione. Trovo giusto che il ruolo di guida spetti al leader del partito più votato. A livello locale il discorso cambia: qui c'è un candidato presidente da scegliere e le primarie possono essere uno strumento utile. Ma dipende dalle condizioni. Non devono diventare uno scontro fratricida, bensì un momento di confronto condiviso per individuare la leadership dell'alleanza».
Vi siete dati una scadenza per definire programma e leadership?
«È evidente che bisognerà arrivare preparati per tempo, sia con il programma sia con la proposta politica e i candidati. Nel mezzo ci saranno anche le elezioni politiche, quindi tutto va tenuto insieme. Non c'è ancora una data precisa, ma il lavoro partirà subito dopo la definizione della piattaforma programmatica».