«Riforma, una manganellata ai magistrati»

 «Sembra che con questa riforma il governo Meloni voglia dare una manganellata ai magistrati». Non usa mezzi termini il segretario del Pd, Alessandro Dal Ri, per spiegare il fermo posizionamento dei dem nel campo del «No» in vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento della giustizia.
F. Crippa, "Corriere del Trentino", 3 febbraio 2026

Una posizione che ricalca, come è scontato che sia, quella del Pd nazionale, ribadita ieri mattina nel corso di una conferenza stampa e poi, alla sera, in un incontro pubblico all’auditorium Circoscrizione san Giuseppe di via Giusti.

«La riforma — spiega Dal Ri — non ci piace innanzitutto per una questione di metodo, che poi è anche sostanza. C’è una parte politica che ha voluto riscrivere le regole costituzionali da sola, senza instaurare un dialogo con le altre forze politiche, tant’è vero che l’iter della riforma è stato segnato da continui colpi di maggioranza». Anche da un punto di vista del merito, per il segretario si è di fronte a un «pasticcio».

«È vero che la riforma porta a una chiusura coerente il percorso della separazione delle carriere avviata già con la riforma Cartabia, ma oggi i passaggi da una funzione all’altra e viceversa (pubblico ministero e giudice, ndr ) sono così limitati che a noi questo sembra un non problema e dire che il voto è su questo è un falso modo di vendere la riforma», è la posizione di Dal Ri, che mette nel mirino anche la creazione di due Csm separati. Al di là dei giudizi «qualitativi», su questo punto va però sottolineata la coerenza della riforma, che istituisce due organi di autogoverno per due carriere che diventano distinte dall’inizio alla fine. L’altro tasto dolente è il meccanismo di composizione dei due Csm. La riforma, infatti, elimina le elezioni e le sostituisce con un sorteggio che vale sia per i membri togati (i magistrati) sia per quelli laici, (cioè gli esperti di diritto non appartenenti alla magistratura). Secondo i sostenitori del «Sì» — che, vale la pena ricordarlo, non sono esclusivamente sostenitori del governo —, in questo modo si riuscirebbe a sottrarre i due organi all’influenza delle correnti politicizzate della magistratura. Per Dal Ri e il Pd, invece, cancellare il momento delle elezioni rappresenta un duro colpo, anche simbolico all’autodeterminazione della magistratura. «C’erano altri modi per togliere potere alle correnti», sostiene il segretario dem.

Nel Pd, però, non tutti, sono schierati a favore del «No», tanto a livello nazionale quanto a livello locale. È il caso, per esempio, del capogruppo regionale Andrea de Bertolini, dichiaratamente favorevole alla riforma costituzionale. Le sue uscite pubbliche sul tema hanno rischiato di creare imbarazzo al partito, ma per Dal Ri non esiste alcun «caso». «Conosciamo la posizione di Andrea da mesi, anzi in alcuni incontri ha fatto anche la parte di avvocato del diavolo per favorire un dialogo sul tema, ma non c’è nessun problema. Avere posizioni leggermente diverse su alcuni fronti non ci preclude di lavorare bene insieme, nessuno mette in discussione il suo valore», chiarisce il segretario.

Ma non è solo de Bertolini a discostarsi dalla linea del partito. Anche il sindaco di Trento Franco Ianeselli non si schiera a favore del «No». Almeno, non subito. «Sto ancora approfondendo il tema» osserva il primo cittadino. «Se la questione — riflette Ianeselli — è scegliere cosa votare sulla base della comunità politica alla quale appartengo, allora la posizione è evidente. Se invece la questione è stare sul quesito, allora la situazione è diversa: userò queste giornate di campagna referendaria per entrare nel merito».