Trump uomo di pace?

Che Nicolàs Maduro fosse un dittatore sanguinario e un pericolo, ancor prima che per gli altri Paesi, per il suo stesso popolo penso sia da dare per assodato. Che il Venezuela sia un Paese in cui il Governo e i vertici dello Stato sono collusi con i narcotrafficanti è un altro dato inequivocabile.
Antonio Zanetel, 7 gennaio 2026

Il Venezuela è uno stato in grande difficoltà economica, con un popolo ridotto in povertà assoluta nonostante la ricchezza insita nel suo territorio.

Il voto libero e democratico non esiste più da decenni e anche quando nel 2018 gli osservatori internazionali sancirono la vittoria alle elezioni di Juan Guaidò, Maduro gridò ad un presunto complotto guidato dagli americani e restò al Governo, imponendo il proprio potere con la forza.

Date per assunto queste informazioni, mettere in atto un intervento militare per rimuovere un Capo di Stato - seppur un pericoloso dittatore non riconosciuto da una parte della comunità internazionale - mi sembra, in questo preciso momento storico, una scelta sbagliata anche se del tutto in linea con la dottrina Trump.

L’utilizzo della forza per raggiungere un obiettivo strategico territoriale è un principio che va in contrasto con il diritto internazionale e tutte le carte che regolano la convivenza tra gli stati della Comunità internazionale. Ma a Trump di questa cosa non è mai interessato nulla.

A Trump, della pace non è mai importato nulla. Lui ha seguito per tutta la sua vita un ragionamento molto semplice: se il più forte mangia il più debole, non c’è nulla di sbagliato. Anzi! Sarebbe strano il contrario.

L’Ucraina è l’esempio migliore. A Trump degli ucraini che sono morti e di quelli che stanno tutt’ora combattendo al fronte per salvaguardare i propri confini e la loro capacità di autodeterminarsi non interessa assolutamente nulla.

Lui ha bisogno di mettere fine alla guerra (cosa che aveva promesso di fare in campagna elettorale, ancora prima di insediarsi alla Casa Bianca se avesse vinto le elezioni) per alimentare una propaganda interna agli Stati Uniti e perché non ha la minima intenzione di approvare nuovi pacchetti di aiuti con soldi americani, da consegnare agli ucraini per potersi difendere.

Il dialogo diplomatico lo conduce come se fosse una trattativa per un affare aziendale, in cui non esistono principi o valori intangibili, e non lo fa in alcun caso per riaffermare le regole del diritto internazionale.

Basti vedere chi è la sua prima linea diplomatica: Steve Witkoff (immobiliarista e amico di Trump) e Jared Kushner (genero di Trump e imprenditore).

Ma perché l’operazione in Venezuela è sbagliata - in particolare in questo preciso momento - anche se liberare il popolo venezuelano da un dittatore sanguinario ha sicuramente i suoi lati positivi?

Tra le ragioni per cui Trump ha attaccato il Venezuela, oltre alla grande concentrazione di petrolio del Paese, c’è in particolare una dimostrazione di forza degli Stati Uniti per riaffermare la loro volontà di un dominio incontrastato sulle Americhe e, in generale, per comunicare al mondo la propria forza e la propria risolutezza.

Ma proprio per quest’ultima ragione, la chirurgica operazione militare decisa da Trump apre due fronti; il primo è inevitabilmente quello della creazione di una condizione di stabilità interna al paese sudamericano - situazione per nulla scontata e che non vede, ad oggi, una strategia chiara da parte degli Stati Uniti.

Ma soprattutto apre un fronte delicatissimo sul piano internazionale.

Inutile dire che viviamo oggi in un momento estremamente complesso per la solidità dell’ordine mondiale creatosi dopo la seconda guerra mondiale e definitosi con la caduta del Muro di Berlino. In questo contesto vediamo i difficili, ma centrali, sforzi per trovare una soluzione e una pace giusta al conflitto in Ucraina, per porre fine alle ostilità a Gaza con la prospettiva - forse lontana ma pur sempre attuale - dei due popoli, due stati e, inoltre, arginare la Cina nella sua furia conquistatrice che sembra essere sempre più vicina a riversarsi su Taiwan, da tempo vittima di minacce e di dimostrazioni di forza cinesi che continuano a violare sistematicamente il diritto internazionale.

La domanda quindi è: quali conseguenze può avere l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela in un contesto internazionale che presenta questo quadro? Non serve sforzarsi troppo per comprendere che questa mossa complica tutti i fragili equilibri che sono in fase di definizione e mette in una posizione di difficoltà i popoli oppressi, rafforzando invece le mire dei governi oppressori.

Il presupposto su cui si basava - dal 2022 - l’azione dell’Alleanza Atlantica, già fortemente indebolito dalla strategia isolazionista e spregiudicata dell’amministrazione Trump nel corso del 2025, era quello di difendere i popoli oppressi da chi, sentendosi più forte, si arrogava il diritto di attaccarli violando il diritto internazionale. Metodo che è sempre stato alla base dell’applicazione delle regole della comunità internazionale, la quale non dispone di un organismo terzo che può effettivamente imporre una sanzione sugli stati che non rispettano le regole, perché nessuna organizzazione internazionale detiene il monopolio dell’utilizzo della forza, che sta invece alla base dell’autorità dei singoli Stati.

Per questo motivo, se il Paese più influente del blocco occidentale cede nuovamente all’utilizzo della forza per imporre il proprio dominio, a quel punto viene meno la credibilità degli sforzi diplomatici non solo statunitensi, ma anche europei.

L’Unione Europea, oggi più che mai, deve saper adottare una strategia unitaria che le permetta di essere un attore di peso nella ridefinizione dell’assetto internazionale e di fare della difesa dei principi e delle regole del diritto internazionale la propria stella polare. Una sfida che si rivelerà molto difficile a causa dei tentativi che il presidente degli Stati Uniti cercherà di mettere in atto con tutti i metodi a propria disposizione per minare questa auspicata compattezza e arrivare ai propri obiettivi, che nulla hanno a che fare con la costruzione di pace e dialogo. Sì, perché Trump non è mai stato il presidente della pace, al contrario di come tanti lo descrivevano e osannavano in campagna elettorale. Oggi è solo più chiaro di prima.