Una sanità senza programmazione

«Il problema è nel manico». Così sintetizzava un medico nei giorni scorsi in merito alla confusione in cui versa il sistema sanitario trentino. Infatti per questo caos non bastano le solite tre giustificazioni-mantra della maggioranza provinciale, usate come il prezzemolo per i ritardi ed i problemi di ogni settore: Covid - Vaia - chi ha governato prima.
Luca Zeni, 15 luglio 2021

Il sistema sanitario è uno dei settori più complessi e delicati, sia per organizzazione, sia per impatto sulla vita delle persone: 11.000 persone che ci lavorano, 5 milioni di prestazioni erogate, 7 ospedali pubblici, 45 case di riposo, 1 miliardo e 300 milioni di finanziamenti. Un sistema che è sempre sotto stress, che presenta sempre necessità di analisi e innovazione, perché i bisogni cambiano nel tempo, insieme alle conoscenze mediche e alle tecnologie a disposizione. Pensiamo soltanto all'impatto dell'invecchiamento e delle cronicità sui servizi assistenziali, o alle nuove modalità di cura in ambito oncologico.

Che ruolo ha la politica in tutto questo? Proviamo a fare un paragone calcistico, ora che dopo la vittoria agli Europei siamo tornati ad essere tutti un po' commissari tecnici: in sanità la politica è come l'allenatore/manager di una squadra di calcio. Una squadra che fino a quel momento aveva ottenuto risultati positivi.Come l'allenatore che deve decidere il modulo, alla politica spetta innanzitutto la programmazione. Negli anni la Provincia di Trento ha impostato diverse riforme, per meglio rispondere ai nuovi bisogni assistenziali, alla carenza di professionisti e all'evoluzione tecnologica: rete ospedaliera unica, integrazione ospedale/territorio, cure intermedie, rete della riabilitazione, cure palliative, welfare anziani, infermieri di comunità... In questa legislatura alcune sono andate avanti, altre hanno rallentato, di altre è stata annunciata la soppressione. Ma al di là del merito, in questo momento la latitanza della politica sulla programmazione è un dato di fatto, poiché alcuna riforma è stata portata avanti, con esclusione di un rischioso progetto sulla facoltà di medicina e degli annunci sull'assetto dell'Azienda sanitaria, che si vuole riportare ai vecchi distretti della legge 16 del 2010. Un'assenza di prospettive che crea disorientamento.

Alla politica-allenatore della sanità spetta poi la scelta dei giocatori, e ricordiamoci che, al di là dello schema di gioco, sono le persone in campo a fare la differenza, con i loro piedi e con le loro motivazioni. La solidità del nostro sistema sanitario è cresciuta nel tempo in maniera costante, ed i politici che si alternavano alla guida cercavano di accompagnarne la crescita senza invaderne le prerogative e le competenze; ricordiamoci che dalla legge Bassanini del 1997 c'è una chiara divisione di ruoli tra politica - che definisce le strategie, attribuisce le risorse e controlla l'attuazione degli obiettivi - e ruolo tecnico, che è autonomo nell'individuazione delle soluzioni e delle scelte organizzative. Una divisione che viene sistematicamente disattesa dalla giunta Fugatti.

La scelta più incisiva della giunta leghista è stata invece di voler occupare pesantemente il sistema sanitario, con un ricambio totale di tutta la squadra allargata, dal d.g. del Dipartimento a tutta la direzione dell'Azienda sanitaria, privilegiando soprattutto il rapporto personale diretto, con modalità che hanno impattato fino in fondo alla scala gerarchica dei ruoli aziendali. Un'impostazione che richiama quella del famoso procuratore Raiola, per ottenere il massimo ritorno (elettorale) dallo sfruttamento di quei giocatori che si prestano, incuranti del sistema e della squadra.

Come sa bene chi ha qualche cognizione di calcio, il miglior allenatore è però quello che, arrivando in una squadra che fino ad allora aveva ottenuto risultati positivi, valorizza al meglio i giocatori migliori, inserisce alcuni innesti più confacenti al suo gioco, ci mette la sua mano, ma non stravolge tutto, perché sa che rischia di fare danni rilevanti.

Il terzo ruolo della politica-allenatore, è quello di essere riferimento e, se serve, parafulmine. L'allenatore deve tenere alto il senso di appartenenza "istituzionale" alla squadra, deve fornire una prospettiva professionale che mantenga alte le motivazioni, e quando ci sono le emergenze deve anche accettare di attirare su di sé alcune critiche, a tutela della squadra. Avete mai sentito un allenatore che, al termine della partita persa, dice ai microfoni: «La colpa è di Insigne che non ha fatto gol» o «la colpa è di Buffon che lo ha subito»? Certo che no, perché perderebbe autorevolezza: per allontanare da sé le responsabilità non delegittimerebbe soltanto quel giocatore, ma perderebbe credibilità agli occhi di tutta la squadra, mostrando di non saperla rappresentare. "Ma in questo caso è una situazione eccezionale», dice a sua difesa oggi il Presidente Fugatti, di fronte al secondo direttore generale che fa saltare in un anno. Purtroppo in sanità le situazioni eccezionali capitano spesso, proprio per la delicatezza del settore. Quella più rilevante negli ultimi anni - non certo con meno dolore, straordinarietà e risonanza di quella di oggi - fu quella della piccola Sofia, morta di malaria dopo essere stata ricoverata a Trento. Di fronte ad un caso così tragico - che soltanto oggi pare avviarsi verso una probabile spiegazione - la scelta delle istituzioni provinciali fu di garantire il massimo sforzo nella ricerca della verità rimanendo istituzionalmente unite. La politica non si sottrasse al suo ruolo e condivise la linea e l'impegno con l'azienda sanitaria, anche di fronte a qualche polemica strumentale.

Ricoprire un ruolo istituzionale di governo, significa saper essere fino in fondo allenatore, facendo riscoprire l'attaccamento alla maglia per chi la veste - i tanti operatori della sanità che rischiano di essere demotivati e disorientati: devono sapere che "il manico" c'è, che lavora prima di tutto per l'istituzione, al di là delle singole scelte, che possono essere giuste o sbagliate - e la fiducia nei colori dei tifosi, quegli utenti che sanno che la qualità del servizio dipende dal funzionamento del sistema nel suo complesso.


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