L'Università trentina e il futuro dele città

Il progetto di una Università policentrica di cui il nuovo Rettore prof. Deflorian si è fatto interprete rappresenta una sfida per tutto il Trentino. Se la città di Trento è e rimarrà il baricentro delle attività sempre più dovremmo ragionare in termini di un “Trentino Provincia universitaria” che, in fondo, era l’idea stessa di Bruno Kessler.
Alessandro Olivi, 26 marzo 2021

La crescita culturale e il processo di modernizzazione che l’Ateneo è in grado di generare deve diventare patrimonio condiviso dell’intera Comunità.

Perchè vi sia un vero policentrismo va compiuto lo sforzo di valorizzare la storia, le vocazioni e le opportunità che il territorio esprime nel suo insieme. Come ha sapientemente scritto nei giorni scorsi la senatrice a vita prof.ssa Elena Cattaneo la ricerca deve perseguire finalità inclusive e non cedere alla tentazione di creare elitarie oligarchie della conoscenza. Deve cioè essere finalizzata a favorire l’innovazione e lo sviluppo dei territori, concentrando le priorità dell’investimento pubblico su progetti capaci di coltivare le eccellenze e i talenti diffusi in modo da trasformare le conoscenze specialistiche in un sapere collettivo.

E’ in quest’ottica che negli scorsi anni abbiamo lavorato per connettere più qualitativamente le potenzialità di Rovereto con i progetti di sviluppo dell’Università in alcune mirate progettualità creando le condizioni perché la città della Quercia possa diventare la sede di un progressivo radicamento delle attività della ricerca e dell’alta formazione più prossime alla presenza delle imprese impegnate nel processo di ristrutturazione produttiva e rigenerazione attraverso l’innovazione.

Dalla sfida green nel campo dell’edilizia sostenibile e delle energie rinnovabili alle nuove tecnologie abilitanti nel settore della meccatronica evoluta. Dai recenti dati emersi dalla Camera di Commercio risulta che sono proprio questi i settori anche dell’economia locale in cui si registra, pur in questa fase complicata, la maggior crescita di valore e di indotto del manifatturiero.

Sembravano visioni astratte e per alcuni addirittura pericolose fughe in avanti dalla realtà ma oggi, guarda caso, gli obiettivi prioritari del Recovery Fund europeo sono proprio la transizione ecologica e digitale.

E l’Università in questo progetto ha una funzione insostituibile perchè può aiutare a far crescere la ricerca e le imprese in un ecosistema vivo alimentato da una stretta e costante contaminazione tra la filiera della conoscenza e l’esperienza del fare.

Purtroppo l’ansia della narrazione del cambiamento unita alle costanti titubanze della attuale Giunta provinciale hanno rallentato e in parte anche smontato l’impostazione e la forza propulsiva incentrata sui poli tecnologici di Manifattura Domani e del Polo della Meccatronica.

L’intera discussione si è focalizzata sulla nuova collocazione del Cibio come se si trattasse di una scelta quasi di natura “condominiale” e sappiamo come è andata a finire. Si sono persi due anni in annunci e modeste riverniciature.

Invece è necessario rinforzare oggi più di ieri il progetto originario di un grande campus in cui convivono e crescono insieme studenti, ricercatori e aziende sul modello tedesco del Fraunhofer.

Meglio ancora se sarà possibile implementare, proprio a Rovereto, i percorsi avviati con una nuova area di studio nel campo delle scienze della vita e delle biotenologie.

Aggiungo che la presenza nelle nostre due più grandi città dei prestigiosi musei del Muse e del Mart potrebbe stimolare l’avvio di una dedicata attività di ricerca sulle interazioni tra scienza, arte contemporanea ed innovazione tecnologica.

Troppo spesso abbiamo discusso del presente e del futuro delle funzioni delle nostre città in termini di rapporti di forza, di mera concorrenza sottrattiva e di primati da inseguire mentre invece il valore aggiunto sta nel costruire sinergie e complementarietà.

Le anacronistiche dispute di campanile sono fuori dal tempo.

Semmai serve una virtuosa competizione per crescere come sistema territoriale integrato e diventare più attrattivi nei confronti di chi vuole investire in Trentino risorse, idee, capitale umano.

Non si tratta di un ragionamento astratto, né di voler dar vita ad una rivoluzione. Si tratta piuttosto di relazionarsi con le potenzialità e le avanguardie che la storia e l’impegno di chi è venuto prima di noi hanno reso possibili. Come avvenuto, peraltro, con la nascita del centro di ricerca a San Michele e del corso di laurea in Viticoltura ed enologia.

Un simile approccio progettuale è tale inoltre da favorire la pianificazione di un nuovo sistema infrastrutturale capace di connettere questi poli attraverso nuove reti di mobilità leggera e uno sviluppo urbanistico integrato.

Senza dimenticare il ruolo della montagna perché un rapporto sempre più fecondo tra l’Università e più in generale la formazione ed il territorio deve essere in grado di promuovere processi di crescita e di sviluppo delle aree più decentrate e fragili.

Nel campo delle discipline dello sport e delle scienze motorie l’Università di Trento può essere una risorsa per supportare i progetti di un nuovo turismo sostenibile.

Su queste sfide, che presuppongono un ruolo più attivo anche delle amministrazioni locali, si misurerà a mio avviso in futuro il senso stesso e l’effettiva incidenza delle competenze della nostra Autonomia.

 

 


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