Il riscatto della montagna

Siamo gente di montagna e siamo fortunati. È vero, la pandemia ha colpito duro anche le terre alte e lo ha fatto più di quanto raccontano i numeri e i colori che ci vengono appiccicati addosso. Eppure tra aspre difficoltà e aspettative sfumate le nostre montagne sono rimaste lì ad aspettarci, più belle e attraenti di come le avevamo lasciate.
Alessandro Olivi, 12 febbraio 2021

Ci accorgiamo oggi più di ieri di averle desiderate e del bisogno che abbiamo di riviverle.
In questo inverno così bianco di neve in cui le seggiovie penzolano ferme e un po' malinconiche abbiamo scoperto il piacere di percorrere al contrario, in salita, pendii sui quali eravamo abituati a scivolare veloci. Fermandoci a godere di questa piacevole lentezza abbiamo incrociato molti volti felici e stupiti.
Sì, siamo fortunati perché i boschi, l'aria buona e l'acqua pulita ad un passo da casa non sono una opportunità per tutti e questo tempo difficile ce lo ha ricordato.

La montagna ha futuro e uscirà più forte di prima da questa dolorosa esperienza. Lo penso soprattutto perché sui sentieri si incontrano sempre più giovani e famiglie e non solo "addetti ai lavori". A noi, alla politica, e soprattutto agli amministratori locali saper cogliere il significato di questa tendenza e compiere scelte lungimiranti e responsabili.
C'è un crescente bisogno delle persone di riconnettersi con la natura, di ridistribuirsi lo spazio aperto, di trovare luoghi capaci di riscaldare sentimenti identitari. 

La chiusura forzata degli impianti da sci ha colpito duramente l'economia alpina, senza se e senza ma. Dobbiamo stare vicini alle imprese e ai lavoratori attuando misure concrete, anche provinciali e non solo attendendo la mano dello Stato, per salvaguardare la continuità di una componente preziosa dell'economia del nostro territorio.
Ma è dalla biodiversità dell'offerta del territorio e della dimensione montana in particolare che dobbiamo trarre nuove idee per dare risposte diversificate ad una domanda di vacanza e tempo libero che sta cambiando.
L'aumento delle vendite e noleggi di biciclette, di sci da alpinismo, di attrezzature per il trekking, sta a significare che l'andar per montagna risponde ad una esigenza crescente di benessere che va oltre il mero esercizio fisico. È una ricerca di bellezza e di libertà.
Ma non solo. Dalla nuova presidenza Biden al piano europeo di ricostruzione del Recovery Fund la transizione ecologica dell'economia è considerata convintamente la priorità strategica per una crescita che sia sostenibile e duratura. 


Noi, quassù, abbiamo già il nostro capitale verde. Dobbiamo fare di tutto per tutelarlo e sprigionare il suo valore economico. Il contrario della decrescita e di una montagna da porre sotto una teca di cristallo a beneficio di pochi esteti un po' salottieri, quanto piuttosto un progetto di politica attiva per lo sviluppo sostenibile. 
Le priorità sono le infrastrutture tecnologiche per le connessioni digitali, un piano per la mobilità sostenibile, una politica fiscale e di incentivazione alle imprese che tenga conto dei maggiori costi per chi produce e lavora nei territori decentrati. 


Un vero programma per la montagna deve poi garantire la presenza dei servizi pubblici essenziali ancorati ad una rete istituzionale in cui sia centrale il ruolo dei municipi. E poi c'è la sfida dello smart working. Imposto dall'emergenza diventerà un nuovo modo di lavorare e come tale può essere uno stimolo per recuperare un utilizzo produttivo, non solo estemporaneo e speculativo, del patrimonio edilizio esistente.
Abbiamo alle nostre spalle un tempo in cui il fondovalle e la città densa rappresentavano il luogo della sicurezza economica e anche di una certa emancipazione sociale.
Oggi la montagna può tornare ad essere una scelta di vita.


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