La sfida dello smart working

Se in politica si dovessero seguire soltanto gli umori del momento, questo è un articolo che probabilmente non scriverei. Le cittadine e i cittadini che hanno risposto al nostro "fiume di idee", hanno infatti espresso un livello di gradimento basso per l'esperienza dello smart working. Una prospettiva che invece, al pari del direttore Mantovan, considero di grande interesse.
Franco Ianeselli, "Trentino", 27 agosto 2020

E che sono convinto possa rappresentare per Trento una sfida da cogliere con positività e intraprendenza. Quando abbiamo proposto il nostro sondaggio, il lockdown era finito da poco, e alle spalle di ciascuno di noi s’intrecciavano le emozioni forti di chi aveva vissuto una restrizione delle libertà e una brusca modifica delle proprie abitudini. Non credo tuttavia che quel giudizio severo sia ascrivibile solo ad una reazione emotiva e di rigetto. Così come non penso che racchiudesse la maturazione di un’opinione consolidata e definitiva. Credo piuttosto che, nella grande maggioranza dei casi, nella concitazione di quelle settimane il lavoro agile che è stato possibile organizzare non abbia centrato a sufficienza un presupposto fondamentale dello smart working: i lavoratori devono essere in grado di farlo e le imprese in grado di permetterlo.

È un punto importante perché proprio nell’equilibrio tra il principio di responsabilità di chi lavora (e che porta ciascun lavoratore a dire di essere effettivamente in grado di svolgere le proprie funzioni nel luogo in cui si trova e con le tecnologie che ha a disposizione) e le capacità organizzative del datore di lavoro (che dev’essere in grado di dare obiettivi chiari, supporto e fiducia ai propri addetti), si gioca una parte importante del possibile successo di questa trasformazione. Da questo punto di vista, mi pare evidente che buona parte delle modalità di lavoro che sono state possibili durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria, non corrispondessero a quelle dello smart working ottimale, a partire da un dato che non è solo di buonsenso ma anche normativo, e cioè l’accordo tra le parti. Se la legge 81 del 2017 prevede esplicitamente che le modalità di esecuzione di un simile rapporto di lavoro siano stabilite “mediante accordo fra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”, significa che parliamo di un progetto molto diverso e molto più ambizioso del semplice “ogni giorno d’ora in poi farai a casa quello che prima facevi in ufficio”.

Un percorso che parte dunque da una scelta (e non da un obbligo) e che si sostanzia in un processo che mira alla costruzione di un sistema lavorativo e di vita diverso. Per questo, le pur assolutamente legittime e ragionevoli preoccupazioni – che riguardano ad esempio il possibile svuotamento dei grandi centri, il rischio d’impoverimento del mercato degli affitti, la possibile flessione del commercio, le difficoltà degli esercenti –, così come anche le possibili e auspicabili conquiste – con paesi oggi dormitori che riacquistano vivacità, località decentrate che recuperano attrattività, maggiori possibilità di organizzare i tempi della propria vita, una maggiore autonomia, libertà e motivazione di chi lavora, la riduzione dell’inquinamento –, non devono essere considerati come effetti casuali e incontrollati, causati da un’onda che ha spazzato via di colpo il modo di ieri, ma debbono essere valutati, organizzati e monitorati in un processo graduale, concertato e governato.


Proprio quest’ultima parola mi riporta infine ad un ultimo aspetto sul quale Paolo Mantovan si sofferma nella sua riflessione: il ruolo della politica e, nel caso di Trento, della sua prossima o del suo prossimo sindaco, in questa trasformazione. Io sono convinto che le politiche pubbliche possano svolgere un ruolo importante nel trasformare il telelavoro obbligato di ieri in un’opportunità per tutti, in un’occasione per ridurre le disparità tra le persone, i luoghi e le aziende, e per promuovere una diffusione del lavoro che bilanci lo strapotere delle dalle grandi aree metropolitane a favore delle città di piccole e medie dimensioni, delle zone cosiddette semi-dense e rurali, dei territori periferici dotati di infrastrutture tecnologiche e connessioni avanzate.


Un processo che a Trento e in tutte le città deve passare anche per una nuova riflessione sull’abitare, che coinvolga i decisori politici, gli architetti e i costruttori sul ruolo di una casa che diventa anche ufficio, nella quale una stanza in più non rappresenta un lusso ma una nuova necessità di servizio.
Proprio per questo, credo in conclusione che una parte importante della capacità futura dei lavoratori di migliorare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata, dei datori di lavoro di trattenere i talenti, delle imprese di crescere in produttività, e di città come Trento di mettere al centro della propria azione obiettivi sociali come la promozione dell’uguaglianza di genere, la riduzione del traffico urbano, l’abbattimento delle emissioni di CO2, potrebbe basarsi sulla capacità che avremo di organizzare
in modo più intelligente il lavoro.
Una sfida che oggi un po’ preoccupa, ma che deve garantirci un futuro migliore.


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