Commercio, costituzione calpestata

Si dice che una volta una stretta di mano valesse più di una firma dal notaio. A quanto pare, oggi non vale nulla neppure un solenne giuramento, pronunciato nell'aula del Consiglio provinciale dai 35 rappresentanti del popolo trentino, eletti per esercitare la funzione alta e impegnativa di legislatori. «Giuro di essere fedele alla Costituzione», abbiamo detto ad alta voce, uno per volta, a inizio legislatura.
Giorgio Tonini, "Trentino", 6 luglio 2020

Mentre giuravo, insieme ai miei 34 colleghi, mi chiedevo perché nella formula di rito si citi solo la Costituzione e non anche lo Statuto di autonomia. Mi sono risposto che il nostro Statuto è parte integrante della Costituzione (articolo 116) e citarlo distintamente avrebbe potuto suggerire un dualismo che invece non esiste. Sarebbe stato come giurare fedeltà alla Costituzione e all'articolo 116 della stessa: un nonsenso. Mi sono anche chiesto che cosa voglia dire, in concreto, per un legislatore, svolgere la propria funzione in modo fedele alla Costituzione. E mi sono risposto che significa impegnarsi a non approvare leggi fuori o contro la nostra Carta fondamentale. Ma era una risposta astratta, che è diventata concreta solo giovedì scorso, quando la Giunta Fugatti ci ha chiesto di votare il disegno di legge sugli orari degli esercizi commerciali. Noi consiglieri del Pd, di Futura e del Patt non lo abbiamo fatto: non abbiamo partecipato al voto, perché quel disegno di legge era palesemente e dichiaratamente incostituzionale e noi volevamo tener fede alla parola data, a qualunque costo, come i nostri vecchi ci hanno insegnato a fare.

Nella mia non breve esperienza parlamentare non ho mai condiviso l'abuso della questione di costituzionalità e ho sempre cercato (in verità con poco successo) di limitarlo. Per l'opposizione di turno, compresa la nostra quando è toccato a noi stare in minoranza, ogni proposta del Governo è sempre incostituzionale: presentare una pregiudiziale di costituzionalità prima di passare al voto degli articoli di un disegno di legge è così diventata una prassi che quasi non conosce eccezioni. Ma se tutto è incostituzionale, nulla davvero lo è. Come nella famosa storiella, troppi falsi allarmi sull'arrivo del lupo impediscono di reagire quando il lupo arriva davvero.

Giovedì scorso in Consiglio provinciale il lupo è arrivato, in carne e ossa e a fauci spalancate. È successo infatti qualcosa che in tanti anni non mi era mai capitato di vedere: la Giunta ha chiesto al Consiglio di votare una legge, quella sulle chiusure domenicali dei negozi, che non l'opposizione, ma la Giunta stessa sosteneva essere in chiara violazione della Costituzione e dello Statuto. Mentre a Trento presentava al Consiglio provinciale il suo disegno di legge sulle aperture domenicali, il presidente Fugatti a Roma, insieme al collega Kompatscher, inoltrava infatti la richiesta di una norma di attuazione dello Statuto di autonomia, finalizzata ad ottenere una delega in materia da parte dello Stato, senza la quale le due province autonome riconoscono esplicitamente di non poter legiferare. E certo non perché lo dice il Governo, qualunque esso sia. Il Governo non ha autorità in materia costituzionale, il suo punto di vista vale quanto quello, ad esempio, della nostra Provincia autonoma. No, se noi non possiamo legiferare in materia di orari degli esercizi commerciali, è perché lo ha detto e ripetuto per sette volte, in altrettante sentenze, la Corte costituzionale. E quando parla la Corte, parla la Costituzione, Statuto nostro compreso. Si possono non condividere le sentenze della Consulta, ma le si deve rispettare, non le si può sfidare, a costo di infrangere il giuramento che, sul nostro onore, noi consiglieri abbiamo pronunciato all'inizio della legislatura.

È ancora possibile indignarsi per questo "sbrego" alla nostra Carta fondamentale, aggravato dal venir meno alla parola data? Altro che «prova di coraggio autonomistico», presidente Fugatti. Non c'è niente di coraggioso nel passare a tutta velocità col semaforo rosso e, come avrebbe dovuto insegnarle la prudenza di Kompatscher, non c'è niente di autonomistico nel segare il ramo costituzionale sul quale siamo seduti, solo per far contento Salvini, schierando il Trentino con la sua propaganda.Ed è ancora possibile scandalizzarsi per il silenzio complice, sui risvolti costituzionali della vicenda orari dei negozi, del sindacalismo confederale, che pure non dovrebbe ignorare che non sarebbe possibile festeggiare il 1º maggio se non ci fosse stato il 25 aprile? E che non c'è tutela possibile del lavoro e dei lavoratori fuori e contro la legalità costituzionale?

Molto è stato detto e scritto sul merito della legge approvata. Anche su questo terreno, viene da dire che la Corte costituzionale ha dimostrato più intelligenza e concretezza della giunta Fugatti. Nella relazione illustrativa al disegno di legge, l'assessore Failoni afferma candidamente che esso si propone «una concreta tutela del principio di libera concorrenza... riservando una particolare attenzione ai Comuni ad economia turistica». Peccato che la Corte abbia ripetuto sette volte che la tutela della concorrenza è competenza esclusiva dello Stato (articolo 117 della Costituzione) e che la distinzione dei comuni in turistici e non a fini di limitazione della concorrenza è doppiamente illegittima. Alla luce della grottesca delibera spacca-Trentino, approvata dalla Giunta in fretta e furia già venerdì, viene da dire meno male che la Corte c'è.


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