Intervista ad Alessandro Andreatta - «Dovremo riscoprirci comunità»

Prima la riunione della giunta dalle 8.30 alle 10, poi la registrazione dell’ottavo videomessaggio alla cittadinanza seguita da due incontri.
E. Ferro, "Corriere del Trentino", 16 aprile 2020

Dieci minuti per pranzare con una pizzetta «fra l’una e tre quarti e le due», quindi l’avvio di un pomeriggio scandito dalla seduta di giunta del consiglio delle autonomie, da quella del consiglio (sempre del Cal) e infine dal primo consiglio comunale in videoconferenza. Complice l’emergenza sanitaria, le giornate di Alessandro Andreatta continuano a susseguirsi in maniera frenetica. E pensare che, in tempi normali, si sarebbe ormai preparato a lasciare Palazzo Thun per tornare, con l’inizio del nuovo anno scolastico, al suo lavoro di insegnante. Ma il coronavirus ha sconvolto anche il mondo della scuola, dove si pensa di tornare sui banchi con classi dimezzate e presenze a turni. Convivere con Covid 19 significherà mutare consuetudini e routine consolidate. Per il sindaco di Trento, che aveva costruito il programma della precedente consiliatura attorno al concetto di una «città delle relazioni», a mancare, almeno nel medio termine, sarà la «ripresa dell’essere comunità».

L’emergenza sanitaria ha però già modificato radicalmente le abitudini lavorative: quanti sono oggi i dipendenti comunali in smart working?

«Tra gli 800 e i 900. Questa nuova necessità imposta dal virus ci ha trovato, tutto sommato, abbastanza preparati, anche se c’è molto da potenziare, grazie alla decisione di investire sulla semplificazione e sulla sburocratizzazione digitale, non da tutti compresa. Iniziative come la Smart city week, lanciata nel 2016, sono state talvolta fraintese, ritenute superflue o comunque interessanti solo per una ristretta fascia della popolazione: oggi invece la tecnologia sta trasformando molte delle nostre abitudini».

Come si immagina un ritorno alla normalità del lavoro?

«Progressivo: ci sarà chi farà rientro in ufficio e chi continuerà a lavorare da remoto, soprattutto se genitore e con i figli che potrebbero non tornare in classe per quest’anno scolastico. Immagino anche un’ipotesi mista, con due o tre giorni alla settimana da trascorrere in ufficio e altrettanti in smart working».

Convivere con il virus che altri cambiamenti potrebbe comportare?

«Una delle metamorfosi che, per una mia sensibilità, percepisco tra le più faticose è la consapevolezza di avere davanti un periodo che non sarà di ripresa dell’essere comunità. Mi auguro si concretizzerà al più presto quella economica e anche la messa in moto di tutto ciò che riguarda il sociale e l’attenzione ai più deboli, ma il distanziamento sociale ci priverà, per un certo periodo, della relazione tra le persone che è fatta anche di fisicità e gestualità. Non potremo esprimere pienamente noi stessi, perché siamo un insieme di linguaggi: certo incontrarsi, parlarsi sarà già un passaggio importante, ma quell’insieme di gesti che ci lega, un abbraccio, un bacio, una stretta di mano, sarà fortemente impedito, come è giusto che sia se il virus continuerà a circolare, e le relazioni saranno profondamente diverse».

Lei, fra l’altro, aveva in programma di tornare al suo lavoro da insegnante in autunno e la scuola è uno dei settori radicalmente trasformati da quanto sta succedendo: come pensa di fare?

«Ci sto riflettendo molto, la mia idea era proprio di riprendere a settembre. Le ipotesi di riaprire le scuole a turni, o con classi dimezzate fra l’aula e l’online, toglie un po’ a quello che è la scuola, luogo educativo ma anche della socialità, dell’incontro e delle relazioni. La scuola è pur sempre un “a tu per tu”, ma speciale, perché anche con tanti insieme: c’è bisogno del rapporto personale e del rapporto che scatta tra l’uno e i suoi colleghi e tra l’insegnante e l’intera classe e da remoto questa forza un po’ si perde».

Anche la mobilità è destinata a cambiare e su una città come Trento, capoluogo di provincia, l’impatto potrebbe essere importante: cosa ne pensa?

«Questa rivoluzione potrebbe essere foriera di nuove, positive abitudini: ho colto in questi giorni la posizione di chi sui bus non sale per paura e sceglie di andare al lavoro con la bicicletta o a piedi coprendo distanze anche superiori al chilometro. La riscoperta della pedonalità e della bici potrà essere più diffusa, la sensazione di insicurezza non passerà da un giorno all’altro nonostante l’uso delle mascherine. Il pericolo che vedo è la tentazione di fare molto di più ricorso all’auto, con la possibilità di guadagnarci magari in termini di sicurezza ma il rischio di perderci dal punto di vista ambientale e del traffico».

In tempi normali si starebbe preparando a lasciare la carica di sindaco. Invece la attendono ancora diversi mesi di impegno e si prospettano densi: come vive questa situazione?

«Non sono il solo, è una cosa che tocca me ma anche altri colleghi di Comuni grandi e piccoli. La vita ci ha presentato questa situazione e io la vivo con la stessa intensità, lo stesso impegno, tempo e passione che avrei dedicato prima. Il lato positivo è che io e molti altri possiamo fornire un contributo che può avere un pregio: quello dell’esperienza matur ata in tanti anni di servizio».


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