Il territorio come agente di sviluppo

L’economia di questo tempo ha visto mutare rapidamente e in modo radicale i suoi meccanismi di funzionamento e nel nuovo contesto della globalizzazione può sembrare strano ma riacquistano centralità e valore i Territori. Un tempo le comunità locali venivano interessate dai processi di decentramento / accentramento produttivo e si creava dall’alto una sorta di geografia economica e sociale per lo più determinata dallo spostamento delle imprese.
Alessandro Olivi, "Trentino", 23 settembre 2017

 

 

Oggi in realtà non è più l’impresa a segnare il cambiamento dei territori ma sono questi ultimi, intesi come sistemi integrati di fattori, ad indirizzare l’evoluzione delle comunità locali e a costituirne il differenziale competitivo. La differenza non è di poco conto e interessa ovviamente anche e soprattutto il Trentino. L’economa vive di flussi continui di persone, di merci, di informazioni, per cui diventa decisivo per un territorio essere al centro di queste traiettorie. Il concetto chiave è quello della attrattività. Tra i fattori che sempre più assumono rilevanza decisiva per entrare nelle catene che producono valore economico e sociale per una comunità vi sono nuovi elementi: le infrastrutture, i poli formativi universitari e della ricerca, una pubblica amministrazione efficiente, l’ambiente ossia nel complesso un ecosistema innovativo di cui fanno parte anche gli stili di vita. Ciò vuol dire che le imprese migliori crescono e si sviluppano in territori dove è bello vivere e lavorare.

Il Trentino oggi è ad un bivio. Tra passato e futuro, tra conservazione e cambiamento ma soprattutto il crocevia è tra un’identità territoriale interpretata come asfissiante localismo e un genius loci capace invece di produrre innovazione mantenendo salde le radici. Se si sceglie questa seconda strada le azioni da intraprendere sono a mio avviso le seguenti. Sostenere le imprese a crescere non solo in dimensioni verticali, ma soprattutto nella loro predisposizione all’innovazione e capacità di intercettare la catena di valore delle filiere che allungano i mercati senza delocalizzare testa e cuore. Non serve una pioggia di incentivi ma misure mirate, anche di tipo fiscale, atte a spingere investimenti e produrre lavoro. Garantire ai giovani un’adeguata offerta formativa, per trattenere i talenti incrociando con maggiore efficacia la domanda di nuova occupazione con l’offerta del nostro capitale umano. Realizzare un sistema infrastrutturale che sia in grado di mettere il territorio al centro delle grandi piattaforme non solo di transito, ma soprattutto di interconnessione logistica e digitale. Valorizzare quel patrimonio inalienabile che è il paesaggio, la cultura, per cui anche nel turismo servono innovazioni capaci di aumentare la creazione di valore aggiunto che non si misura solo nei picchi delle presenze.

Progettare veri e propri cluster (le “città grappolo” come le chiama Enrico Moretti) in cui le aziende più tecnologiche soprattutto nuove si aggregano e operano in stretta connessione con scuole – università – centri di ricerca (con il polo della Meccatronica e la sfida della nuova Manifattura lo stiamo facendo). Rendere strutturale un sistema della formazione attiva permanente quasi rendendola un diritto agibile dai lavoratori in una situazione che vede il ciclo di vita delle competenze accorciarsi e il numero dei saperi e delle conoscenze multiple accrescere. Questo vale sia per i giovani che per i lavoratori già inseriti nel ciclo produttivo e implica un ricorso più forte e collaborativo sul piano della contrattazione aziendale di secondo livello. Di questo ecosistema fondato sull’innovazione deve assolutamente far parte anche un welfare universalistico di comunità sempre più improntato a garantire protezione ai più deboli ma anche a promuovere mobilità sociale. È il percorso che abbiamo intrapreso con il progetto dell’Assegno Unico Provinciale. Non da ultimo vi è la partita che riguarda la riforma della pubblica amministrazione. Non è pensabile che un territorio attragga chi vuole intraprendere, rischiare, cambiare il proprio modus operandi se la macchina burocratica non si muove nella direzione di una maggiore semplificazione e livello di produttività mantenendo alcune evidenti incrostazioni. I flussi, si diceva, sono come l’acqua che non sta mai ferma ma cerca sempre sbocco. Sta a noi posizionarci, magari in anticipo, laddove si sta costruendo questo nuovo luogo di incontro tra il locale e il globale.

Per un Trentino che sappia attrarre i flussi invece di subirli c’è bisogno di una grande alleanza tra istituzioni e cittadini, tra produttori e lavoratori, tra terzo settore e corpi intermedi, liberandosi dalle catene dell’autoreferenzialità e dal timore di cambiare per perdere qualche posizione di potere. Invece di guardarsi la punta dei piedi magari impegnandosi a costruire congeniali alleanze tra partiti o pezzi di essi per sopravvivere a se stesso il centrosinistra se non vuole rinunciare alla ragione per cui è nato ed esiste, che non è quella solo di governare ma di farlo con un’idea di Trentino aperto dinamico e plurale, deve aprire una nuova fase e il tempo è adesso.


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