«Rilancio della coalizione, giusto rimescolare le carte»

«Nel 2013 il Partito democratico non è stato capace di cogliere l’occasione che gli si era presentata con le primarie. E l’inizio di tutto è stato sottovalutare la candidatura di Alberto Pacher». Alessio Manica non teme l’autocritica.
A. Rossi Tonon, "Corriere del Trentino", 13 luglio 2017

 

Partire dagli errori commessi in passato per costruire un nuovo futuro potrebbe essere una via vincente per conquistare la leadership della coalizione, tanto più dopo l’apertura del presidente della Provincia Ugo Rossi alla possibilità di affrontare nuove elezioni interne. Un’ottima mossa, secondo il capogruppo Pd, che sottolinea comunque come «non è detto si debba arrivare lì».

Consigliere, come valuta la posizione di Rossi sulle primarie?

«Non è la prima volta che si esprime in quel modo su questo tema. Farlo ora, però, è un segnale di intelligenza e comprensione del momento. Se vuoi la rigenerazione della coalizione devi anche considerare di poterla azzerare, di rimescolare le carte ai vertici, di ripensare alla leadership. Non è detto che si debba arrivare lì, ma non si devono porre paletti».

Come crede abbia fatto il senatore Franco Panizza?

«Esatto. Se l’obiettivo è rilanciare l’alleanza allora bene ha fatto Rossi a sgomberare il tavolo per valutare».

Potrebbe essere l’occasione per il Pd di affermare la propria leadership?

«Per i numeri che ha il Pd è chiaro che la sua ambizione sia quella di essere il partito che esprime il presidente. Finora non è stato così, più per nostre debolezze che per meriti di altri. È giusto che il Pd si carichi sul tema ma valuti poi anche se ha le risorse umane da spendere, perché il bene della coalizione viene prima di quello dei partiti. È infatti la coalizione ad aver permesso di governare bene».

Condivide l’idea che il Pd non abbia finora avuto il coraggio di assumersi le responsabilità di guida della coalizione?

«Il Pd ha avuto una sola vera occasione per farlo, nel 2013, perché prima l’alleanza aveva il suo leader: Lorenzo Dellai. Non siamo stati capaci di cogliere l’occasione offerta dalle primarie con la candidatura di Alberto Pacher, e a quel punto ci siamo ritrovati nella situazione paradossale di essere il partito più pesante per numero di voti ma non essere il baricentro dell’alleanza. Va però riconosciuto che il Pd ha espresso il suo ruolo in alcuni temi centrali, come i diritti, sui quali abbiamo tenuto sempre la barra ferma, e le competenze dell’assessore Olivi sul lavoro».

Il rilancio del Pd parte dalla sua dimensione territoriale?

«Lo sostengo dal 2008 che il Pd deve cambiare per legarsi alla dimensione autonomista. Questa trasformazione farebbe solo bene: sia culturalmente, per avere un diverso rapporto con il territorio, sia per dire alla comunità che noi siamo una certa cosa a livello nazionale, con determinati valori di riferimento, ma anche altro a livello locale, che siamo capaci di declinare una proposta diversa per un territorio che è diverso dal resto del Paese. Questo potrebbe essere un piccolo contributo alla rigenerazione della coalizione».

Su quali temi dovrebbe rigenerarsi la coalizione?

«Dovrebbe porre ai primissimi posti l’economia e il lavoro, un’assoluta urgenza ormai anche in Trentino. Un altro tema su cui potremmo fare molto anche in ottica regionale è quello del modello sanitario e di welfare: qui abbiamo sempre ottenuto risultati di rilievo nazionale e ora ci troviamo di fronte alla sfida di garantirli con risorse calanti. Serve capacità di innovare il sistema. Infine credo che non andrebbe persa di vista l’idea di un sistema di sviluppo sostenibile, che forse abbiamo un po’ tralasciato. Il tema ambientale dovrà essere presente nei programmi e la crisi non può essere una scusa per rinviare la discussione, ma anzi dobbiamo dire qual è il modello che perseguiamo».

La preoccupa l’astensionismo?

«Moltissimo. È il sintomo di un percorso perverso e involutivo, che nasce contro una politica che si ritiene incapace di dare risposte. Ma è un paradosso, perché più le persone stanno a casa e meno partecipano, quindi la qualità della classe politica non può che calare. Non ho risposte, ma penso serva uno sforzo trasversale, investendo sul tempo passato con le persone».


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