«Cmi, soluzione collettiva»

Oggi sindacati e rappresentanti aziendali si siederanno intorno a un tavolo che non promette nulla di buono. È quello per la mobilità dei 57 dipendenti di Confezioni Moda Italia (Cmi) di Mattarello, che con l’anno nuovo hanno scoperto di non avere più un lavoro. Ieri l’incontro con l’assessore Alessandro Olivi, che pare aver acceso qualche speranza tra i lavoratori.
T. Scarpetta, "Corriere del Trentino", 24 gennaio 2017

 

«Tutte le persone con cui ho parlato — premette il vicepresidente — hanno elogiato la competenza e la produttività di queste persone. Se non sarà possibile far cambiare idea all’azienda, tutto il sistema Trentino dovrà impegnarsi per dare loro una risposta non individuale, ma collettiva». Una delle prime strade che si cercherà di percorrere è quella con Armani, il cui sito di Mattarello è collocato nello stesso fabbricato della Cmi.

Tra i rappresentanti sindacali, c’è chi è in Trentino da poco e si sorprende. «Io — ricorda Ivana Dal Forno (Femca-Cisl) — vengo dal Veneto e lì non è abituale che la politica si mobiliti in questi casi. Bene quindi l’incontro con l’assessore, mi pare abbia aiutato i lavoratori a sentirsi un po’ meno soli. Ora si tratta di sedersi al tavolo e cercare di ottenere le migliori condizioni possibili pur sapendo che la situazione non è semplice». C’è anche chi è in Trentino da sempre e mostra più scetticismo. «Nulla contro questo tipo di incontri — assicura il segretario della Uiltec, Alan Tancredi — ma non attendiamoci troppo. È con l’azienda che bisogna confrontarsi e non sarà facile. Si tratta di lavoratori molto competenti nel loro campo, ma gli amministrativi del settore moda rappresentano un po’ una nicchia». Più ottimista sull’utilità di un’alleanza tra sindacati e Provincia il segretario della Filtcem-Cgil, Mario Cerutti. «Alla Provincia i lavoratori chiedono solidarietà concreta e non dichiarazioni di circostanza. È necessaria una risposta in grado di replicare in maniera netta alle decisioni della multinazionale della moda e va concretizzato un progetto di reindustrializzazione e, se necessario, di riqualificazione delle maestranze. Questo approccio è fondamentale — conclude Cerutti — per creare una sinergia tra Provincia, sindacati e lavoratori».

Una retromarcia da parte dell’azienda è quanto meno improbabile. Cmi appartiene al gruppo statunitense Pvh (Phillips-Van Heusen corporation, con sede a New York), attivo nella produzione, nella commercializzazione e nella distribuzione di capi d’abbigliamento di pregio, in particolare a marchio Calvin Klein. Cmi, ex Vestimenta, lamenta una perdita negli ultimi sei anni di 80 milioni e ha già chiarito di non avere alcuna intenzione di attivare la cassa integrazione perché non ha prospettive di rilancio del sito di Mattarello. Pare, però, che abbia dato una vaga disponibilità a farsi carico economicamente, almeno in parte, del danno sociale che sta per arrecare al territorio.

«Non si tratta — premette Olivi — di un’impresa aiutata in passato dalla Provincia, se non in maniera marginale. Tuttavia, anche da Cmi pretendiamo rispetto per questo territorio. Chiederemo, innanzitutto, di rivedere la tempistica della mobilità. Poi di collaborare al percorso di rioccupazione di questi 57 lavoratori». Tempo e soldi potrebbero aiutare a inventarsi un rilancio che, al momento, è tutto da inventare. «Ho già chiesto anche a Confindustria — riferisce Olivi — di adoperarsi perché il capitale rappresentato dalle capacità e dalla produttività di questi lavoratori non vada sprecato. Occorre una risposta collettiva. Uno dei primi interlocutori che proveremo a sollecitare è Armani, diviso da Cmi da una sola paret e».


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