PALLANCH: «Riallacciamo i rapporti con la società civile»

C'è un partito da rifare. E, curiosità, è quello che prende il maggior numero di voti. Il Pd, erede del Pci dopo le metamorfosi avviate da Occhetto, sta cercando di diventare grande. Parola grossa, dirà qualcuno. E i segnali sembrano confermarlo. Perché i democratici sono arrivati al governo di ogni ente per poi scivolare nei personalismi e cadere al primo soffio.
N. Guarnieri, "L'Adige", 26 novembre 2015

Le ultime elezioni comunali, a Rovereto, lo hanno confermato e il programma «10x10» dell'ex sindaco Miorandi è finito anzitempo in archivio. Con tutte le conseguenze del caso. Il risultato - viste anche le picconate tutte roveretane arrivate dalla segreteria provinciale - è che sabato c'è l chiamata alle armi dei tesserati roveretani appunto per rilanciare il Pd. I candidati a guidare il circolo di via Tartarotti sono due: Carlo Fait e Roberto Pallanch. Quest'ultimo, soprattuttto, ha delle carte da giocare visto che, nonostante il fruttuoso raccolto di voti nel 2010, è stato dirottato alla presidenza dell'Amr anziché in giunta. Adesso, però, si presenta per guidare il partito in città. Compito tutt'altro che facile soprattutto dopo la scoppola di maggio.
Pallanch, chi glielo fa fare di candididarsi a segretario comunale?
«È una questione di rispetto. Voglio restituire l'investimento che nel 2005 i "vecchi" del partito hanno fatto su di me mandandomi in circoscrizione a fare esperienza. Ecco, adesso sento che è il mio momento di dedicarmi anima e corpo al Pd».
Un Pd che, nonostante i consensi delle urne, tentenna.
«Purtroppo abbiamo perso i contatti con la vita reale, con la città. Ma è tutto recuperabile».
Partendo da chi?
«Dai giovani, soprattutto i ventenni. A Rovereto, rispetto ad altre zone, c'è un tessuto giovanile fortissimo: impegnato nella società civile, con idee forti e in grado davvero di fare aggregazione. Dobbiamo partire da loro, da questi ragazzi che stanno dimostrando come la città sia molto più aperta e attiva di quello che ci vogliono far credere».
Qual è la sua ricetta per rilanciare il Pd?
«Il metodo. È tutta una questione di metodo. Il partito non è un uomo solo al comando ma una squadra che lavora insieme, che discute magari partendo da posizioni diverse ma che alla fine si unisce su una posizione unica».
E il segretario?
«Deve fare sintesi partendo da un lavoro di squadra, al di là delle singole posizioni».
Ovviamente si punta al 2020?
«Certo, ma senza ansia da prestazione. Perché prima dobbiamo ricostruire le relazioni con la città e poi puntare al Comune. Il coordinamento dovrà lavorare per il futuro, riconquistare la fiducia di tesserati e simpatizzanti che si sono sentiti smarriti perché abbiamo rotto quella catena di collegamento tra chi partecipa alla vita della città e chi è chiamato a rappresentarla».
Chi vorrà al suo fianco?
«Tutti. Ho chiamato i giovani del movimento e i compagni della vecchia guardia perché il futuro si costruisce partendo dalla memoria».


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