Assemblea provinciale 15.06.2015 - La RELAZIONE CONCLUSIVA DI GIULIA ROBOL

Carissimi tutti,
oggi un’assemblea molto attesa, molto importante sicuramente per me, mi auguro utile per tutti noi, per iniziare almeno qualche considerazione non solo sul risultato elettorale ma anche sulle sorti di questo nostro Pd che ha necessità assoluta di ritrovare slancio, vigore, voglia di costruire e di proporsi come progetto attrattivo, come interprete delle esigenze e dei bisogni della società.
Giulia Robol, 15 giugno 2015

 

La relazione punterà su alcuni punti fondamentali, che sono a mio avviso le questioni che vanno affrontate nell’imminente.

Vi dirò quello che secondo me il Pd dovrebbe essere come progetto politico, non quello che non è, perché su quello che non si è fatto ormai si è sprecato talmente tanta stampa che mi parrebbe più costruttivo, iniziare a dire cosa si vorrebbe affrontare, cosa aggredire.

 

Innanzitutto la leadership e la questione identitaria.

Un nodo di fondo sempre eluso, che andrebbe sciolto, per liberare vere energie positive, per consentire un reale processo di costruzione. Siamo un partito nazionale dove per statuto la premiership coincide con la leadership, vale a dire che la funzione stessa del Pd si manifesta nell’azione di governo, che ovviamente deve perseguire obiettivi di libertà e giustizia, che sono tra i nostri valori fondanti. Questa norma statutaria non è un caso, a mio avviso ma assolve ad una precisa visione: il partito è il governo dell’azione del premier e su quest’azione organizza la sua struttura.

Sicuramente molto accesa è ancora la dialettica, anche al nostro interno, sul tema della rappresentanza fine a sé e il dualismo possibile, tra governo e rappresentanza stessa, per incidere, per controllare, per condizionare. Una dialettica che ormai non ha più senso, perché l’attuale modello di partito, così come uscito dai movimenti dell’Ulivo, per approdare all’esperienza del Lingotto di Veltroni e continuare con Bersani, che pur non ne ha modificato la struttura, è quella di un partito elettorale, fondato sulle primarie aperte agli elettori. Con gli anni 90 abbiamo assistito ad un cambio d’epoca, la cosiddetta e più volte citata globalizzazione, è cambiata radicalmente la struttura delle organizzazioni sociali. I partiti che esprimevano un tempo quelle rappresentanze organizzate economico sociali, appunto e che quindi impersonificavano le fratture le divisioni in modo certo e riconoscibile per l’elettorato, sono in crisi. Oggi nel mondo contemporaneo, in una società dove i gruppi sociali presentano identità plurime e si assiste ad una sorta di decomposizione, i partiti non sanno chi devono rappresentare. Il PD, per interpretare la società, ha scelto di aprirsi ad essa, attraverso lo strumento delle primarie, unico modo per consentire cambiamento e alternanza di classe dirigente, che diversamente al partito non si avvicina, perché non considerato più rappresentativo, più attrattivo.

Da partito introverso a partito estroverso, il partito non rappresenta più l’intelligenza collettiva di certe classi sociali, l’avanguardia che educa le masse, le competenze sono fuori dai partiti e paradossalmente è la società che educa gli stessi.

La società non può stare in uno schema dove non si riconosce e più il partito entra in crisi, più la risposta diventa l’apertura verso l’esterno, l’istituzionalizzazione del cambiamento attraverso le primarie. Il partito e la società si interfacciano, in un rapporto orizzontale non più verticale come un tempo, il partito non è più un partito ideologico e la conseguenza è quella di una forte personalizzazione della politica stessa, dove gruppi di leaders rimangono a prescindere dal risultato elettorale, non consentendo il ricambio, nella convinzione pressoché costante, che la leadership la si controlla depotenziandola passo passo.

Questo per me è sbagliato, il leader ha bisogno di una squadra, senza la quale nulla può fare, deve nel partito costruire idee e programmi funzionali all’esecutivo, che è la vera azione politica sul territorio.

 

Vi chiederete che c’entra tutto questo con la situazione di adesso. Per me c’entra eccome. Rispetto ad un modello e ad una struttura di partito per me chiaramente definita, non voglio discutere se giusta o sbagliata ma certamente chiara, come risposta interpretativa della società contemporanea, si assiste a mio modo di vedere, su tutto il territorio nazionale, alla presenza di una classe dirigente che ancora risponde ad un modello di partito che è quello di un tempo, non più attrattivo per l’elettorato, e quindi totalmente ignorato.

La struttura di partito è saltata totalmente, quella nuova non ancora interiorizzata, quello che rimane sono solo gli individui interpreti della politica, attraverso le istituzioni, che tendono però a non costituire spazio politico collettivo.

Il Pd si trova nella costante dialettica tra chi ci sta dentro e non ci si trova a proprio agio e chi vorrebbe osare verso un cambiamento ancor più significativo. La costante diatriba su quanto realmente sia un partito di sinistra, o la forma più moderna di una nuova democrazia cristiana, la dice lunga su quanto realmente il processo di trasformazione sia ancora in atto, senza però sapere con certezza, in che direzione veramente avrà sbocco. L’uscita di Civati e molti altri rappresenta comunque un segnale che non poche fibrillazioni anche nella maggioranza del PD trentino ha creato.

Se sul piano nazionale, a torto o a ragione, la leadership di Renzi, una direzione comunque l’ha data, sui territori la condizione è più disorientante e fino ad ora si è delineata in un semplificatorio ragionamento, sull’appartenenza più o meno originale, al fenomeno del renzismo.

Renzi è, a mio avviso, senza discussione, un leader che ha colto molti degli aspetti di una società ormai diversa rispetto all’interpretazione dei partiti di un tempo, ne ha colto la velocità, il desiderio di pragmatsimo, di risposte semplici e immediate, un leader di rottura, che mostra il coraggio dell’andare avanti a prescindere, la pretesa di abbandono di certi rituali propri della politica ma poco comprensibili ormai alla maggioranza di cittadini ed elettori.

 

La situazione tuttavia è molto più complessa e le risposte da dare agli italiani non sono così di facile e immediata portata, in un sistema paese, così fortemente compromesso, che avrebbe bisogno di molta continuità nell’operato, di stabilità, credibilità e molta fiducia. E il cambiamento, si sa, tutti lo invocano ma poi in fondo lo temono, perché le rendite di posizione in realtà sono molte.

La sconfitta storica, al ballottaggio, di Casson a Venezia, storica rispetto agli ultimi 20 di amministrazione di csa ma non solo, anche ad Arezzo, Matera, Nuoro, Rovigo, Chieti e oltre, dove il centrodestra vince per un totale di 6a4, fa comprendere che siamo ad un punto di svolta dove la riflessione riguarda anche il PD nazionale, che certamente dovrà ripensarsi, secondo me, rilanciando, su come proseguire sulla sua necessaria azione riformatrice, che non va abbandonata ma perseguita con grande coerenza. Ma il Pd rimane un partito da costruire e questa è per me, la riflessione da cui partire, senza guardarsi indietro.

 

Il governo sul territorio, il Pd trentino sul territorio

Se penso al Pdt, mi sento una fondatrice, ho fatto parte come molti di voi del processo costituente del partito. Allora, lo slancio di costruzione di un grande progetto politico era molto forte, molto attivo anche sul nostro territorio trentino.

Se però rivedo quella storia e percorro gli ultimi appuntamenti recenti, individuo due momenti fondamentali, che a mio avviso non hanno consentito la nascita di una progettualità democratica, soprattutto sui territori di valle, eccezion fatta per il nostro capoluogo.

Riconosco in Lorenzo Dellai la forza di una leadership che ha costruito moltissimo in Trentino, individuo però nelle sue scelte personali politiche, non sempre consequenziali tra di loro, la non volontà di costruzione di un progetto politico di centrosinistra quale doveva e avrebbe dovuto per me, essere il Pd, progetto che ad un certo punto per forza e per orgoglio doveva crescere e farsi forte a prescindere da quella leadership. La forza individuale dovrebbe essere anche collettiva, nel caso di Dellai lo è stata sul piano istituzionale meno su quello politico. Non aver caparbiamente voluto partecipare al processo di formazione del PD, ha lasciato fuori specialmente sui territori, molta di quella classe dirigente che certamente avrebbe contribuito a creare un soggetto politico più forte di cs non su due partiti diversi ma su uno solo. Per me fu un errore allora e le conseguenze le si vedono anche adesso. Tutto ciò avrebbe consentito di creare la discendenza di una classe dirigente, che ora appare sfibrata e con necessità di una sua rigenerazione. Tutto ciò avrebbe consentito al centrosinistra di rappresentare più ampiamente la società trentina, i suoi riferimenti, all’interno delle varie comunità.

Ma l’assenza di un progetto politico forte di csa non può essere imputata a soggetti terzi, sta anche in noi e nella nostra capacità di andare oltre, di proporre con tempismo e coraggio soluzioni e progetti che possano costruire un’idea di futuro per il Trentino, capacità ideale, concretezza, voglia di immaginare un territorio diverso, vocazioni da valorizzare, direzioni nuove da intraprendere.

Questo stesso spirito di subalternità lo si vede nel secondo passaggio mancato dal Partito Democratico, talmente strategico, così poco metabolizzato,  da non essere ancora a mio avviso stato colto realmente, nella sua reale portata,  dal partito stesso. Nell’unico momento in cui finalmente il Pd aveva la possibilità di esprimere la sua forte leadership istituzionale sul Trentino (leadership politica – siamo il primo partito di maggioranza e premiership istituzionale) manca la vittoria delle primarie, frutto dell’ennesima di quelle situazioni incomprensibili che il Pd va attraversando da parecchio. Discussione infinita, scelta arrivata in extremis, corsa forse poco convinta, non totalmente sostenuta, ci fa perdere la vera possibilità di radicamento e costruzione sul territorio, che non può avvenire se non attraverso una chiara posizione di premiership all’interno delle istituzioni.

 

In questi due anni di governo inizia il vero cambiamento politico di una coalizione più stanca, più sfibrata. Il Patt vincitore delle primarie, inizia la costruzione di un progetto che va oltre la sua stessa identità autonomista, lavorando ai margini dell’upt, quasi nel suo stesso campo, fino ai confini con il centrodestra, qualche volta varcando il perimetro, forte di un attaccamento al Pd nazionale, che nell’immaginario collettivo trentino, si pone moderno rispetto ai canoni della sinistra storica. Questo gioco all’ambiguità, la forza istituzionale data dal governo sul territorio, avvia un percorso di centrosinistra meno definito,  non così certo per l’avvenire – quantomeno per noi ma certamente di prospettiva verso un bis del 2018.  Le amministrative da questo punto di vista hanno costituito un buon banco di prova non tanto per il simbolo di per sé stesso, quello del Patt ma per quel civismo avanzante di cui il Partito autonomista, pare volersi intestare il primato di avvicinamento e confronto.

D’altronde l’ass. più politico della giunta è Carlo Daldoss, ass tecnico, padre delle riforma urbanistica, che attua una importante sburocratizzazione e contrazione dei tempi di approvazione dei PRG, referente della riforma istituzionale, che ha riscosso di recente grande approvazione dai cittadini con i referendum sui comuni.

E naturalmente è anche e soprattutto attraverso la visione di disegno del territorio, che la politica configura le proprie relazioni.

 

E il Pd che fa? Non torno sul tentativo, poi stoppato di ragionare sulla visione del Pd di assetto del territorio. Divisi come eravamo e forse come siamo sul nuovo ruolo ormai già configurato delle comunità di valle, non siamo stati in grado, troppo rivolti al passato a mio avviso, di capire che per prefigurare una nuova visione, si parte dal passato, dalla storia ma ci si fa interpreti dei nuovi processi dal basso, che non possono essere considerati moda, solo perché la l’intelligenza politica pensa sempre di sapere di più del percepito dei cittadini, quanto forse invero è tagliata fuori dal saper rappresentare complessivamente il nuovo modello che la società impone.

Il Pd non osa, vive di equilibri, sostiene una riforma sanitaria, si importante ma la dirige come fatto tecnico e non politico e su quello si va a conflitto con la stra gran maggioranza dei territori. La politica è nelle stanze delle grandi decisioni ma il territorio è fuori e comprende poco e di quei meravigliosi processi di partecipazione di cui sempre portiamo avanti i valori, poco si vede realmente nei livelli dal basso, quelli delle amministrazioni, delle comunità, dei cittadini.

 

Anche sulla politica economica lo slancio politico non è forte, quello che ci vorrebbe, è capire se il Trentino può ambire ad un modello diverso rispetto al passato e come questo possa concretamente essere realizzato.

 

La sensazione è che lo scenario politico potrebbe in vista del 2018 radicalmente cambiare.

A due anni dall’insediamento della giunta Rossi, già si vedono iniziative politiche che cercano spazi (si pensi alla convention di De Laurentis di ieri) che non devono necessariamente preoccupare ma se il PD non trova un suo slancio, se non apre uno spazio politico nuovo, credibile attrattivo, se non si fa interprete coraggioso di una società che vuole cambiare, la china che il Trentino potrebbe avviarsi a percorrere non è necessariamente legata al centrosinistra. E lo scenario nazionale non sarà da questo punto di vista indifferente.

 

I risultati elettorali

Le amministrative hanno messo in luce un progetto politico complessivo, che va ripensato. A Trento, il capoluogo, dove vinciamo arretriamo come centrosinistra di parecchi punti, a Rovereto si perde, a Pergine pure, a Borgo non entriamo neppure in consiglio comunale. Non voglio fare in questa sede una disamina di numeri, non la considero francamente rilevante, voglio mettere in chiara evidenza, che il Pd si conferma quel partito d’opinione, che vince rispetto ad un progetto politico di scala nazionale od europea, dove la visione è più chiara, più riconoscibile, legata all’identificazione della premiership non risulta invece sufficientemente competitivo rispetto ai territori, laddove non vanta quella rete di classe dirigente costruita nel tempo, come patt e upt, un processo che va avanti da parecchio e che non è cresciuto o migliorato rispetto ad un anno e mezzo fa, quando è iniziata quest’esperienza di segreteria.

Un processo di forte radicamento sul territorio può avviarsi solo da una grande operazione di rilancio dei circoli stessi, della rappresentanza nostra nelle comunità, partendo dalla conoscenza di quelle comunità stesse, dai loro bisogni, dalle loro richieste. Spesso chi vuole fare un’esperienza amministrativa e vuole mettersi in gioco si pone fuori dai partiti, considerati inaccessibili, ecco io credo bisognerebbe riflettere sulla presenza di circoli più inclusivi, più aperti, meno autoreferenziali, bisognerebbe relazionarsi con quelle persone che cercano la politica fuori dai partiti ma condividono con noi lo stesso patrimonio valoriale.

In particolar modo voglio mettere in luce i risultati di Trento Pergine e Rovereto, non posso certo esimermi dal farlo. Ma poi anche Brentonico Storo, Tione, senza dimenticare operazioni coraggiose come Volano e Lavis ma dove l’evidente rottura con il passato ha consentito di rappresentare in modo molto forte il cambiamento.

Il Pd sui territori va certamente aiutato e in questo anno e mezzo probabilmente non si è riusciti a condividere percorsi, che potessero portare ad un processo di crescita e di questo mi assumo la totale responsabilità, quello che però penso è che il percorso vada fortemente direzionato e per fare questo la leadership provinciale non può essere casuale ma interpretare realmente un progetto politico di cui poi i territori si fanno carico di seguire. La sensazione è che il Pd non crescerà,  se la classe dirigente anche nei circoli, rimane sempre la stessa, soprattutto, laddove, non interpreta processi di cambiamento. Si può essere portatori di forte consenso elettorale, che però deve essere messo a servizio di un progetto collettivo per la comunità e di un progetto politico per il Trentino, che non può comunque rispondere ad una dinamica solo autoreferenziale.

 

Il risultato generale non è soddisfacente e di questo in quanto segretaria mi assumo la totale responsabilità. In diversi casi non si è arrivati all’obiettivo auspicato, sapendo che la variabile di rischio era alta e che in quella direzione probabilmente ci si sarebbe diretti. Ecco quello che mi rimprovero non è tanto che non si sia discusso nelle sedi apposite, segreteria, coordinamento, di talune dinamiche ma che si sia preferito lasciare che i territori facessero come credevano, sapendo che ciò non avrebbe portato a risultato positivo. Non credo sia l’approccio corretto.

Chi è al vertice deve avere coraggio e autorevolezza e non sottrarsi a questo ruolo. Invero ci ho provato, a lungo e in qualche caso anche uscendo dalla metodologia più corretta dell’agire politico ma ciò non ha comunque indotto ad una riflessione positiva, anzi ha prodotto forse il risultato opposto.

Ricordo l’iniziativa di coalizione, che credo ancora valida, del documento sulle primarie, che a mio avviso avrebbe aiutato non poco.

Il Pd in diversi casi si è diviso in fazioni contrapposte, a sostegno di candidati che si fronteggiavano, è il caso di Brentonico di Storo, per es. Certo li, un’opera di maggior presenza, sostegno dal livello provinciale sarebbe stata opportuna ma il livello provinciale politico e anche istituzionale deve mostrare un livello di coesione, che purtroppo in questa esperienza di segreteria non si è verificato.

E poi c’è il caso Rovereto da cui certamente dipende gran parte della situazione in cui ci troviamo adesso. Naturalmente come segretaria provinciale, anche qui mi assumo la responsabilità, come negli altri casi di un epilogo non certo positivo, il ruolo di vertice me lo impone. Mi preme comunque ribadire, che ciò che è successo a Rovereto è stato proprio il tentativo di far comprendere, che la direzione che stava prendendo il progetto di centrosinistra, non aveva, a mio avviso, la robustezza per essere competitivo, in una città che nei cinque anni di amministrazione, certo aveva costruito progetti di lungo respiro ma poco interloquito con il tessuto sociale e relazionale della città stessa. Di questo a lungo ho discusso in tutte le sedi di partito, locale, provinciale, sia in modo improprio come assessore di quella giunta, sia come segretaria provinciale. Il tema non riguardava solo Miorandi ma l’assenza di coesione e la debolezza delle forze politiche che lo sostenevano, come anche un Pd, che comunque usciva da processi dialettici di forte scontro più che di confronto, nella convinzione che l’approccio fosse quello dell’esclusione più che dell’inclusione. So benissimo che su questa lettura non c’è la condivisione di buona parte del circolo di Rovereto e questa scelta mi è valsa l’esclusione dalla lista del Pd con motivazione per nulla politiche e una campagna sulla mia persona come soggetto ambizioso che voleva fare le scarpe a Miorandi. Così non è e lo dico per l’ultima volta, non credevo nelle possibilità di vittoria di quel progetto di csa per lo sfilacciameto, per l’assenza di coesione per la forte conflittualità, per lo scollamento evidente con la città. Nei cinque anni di amministrazione Miorandi avremo dovuto ricomporre una frattura che da tempo in città era evidente, riconquistare quella parte politica che pur in altre competizioni guarda a noi ma che per motivi personali legati a dinamiche del passato, ancora rimaneva distante. Ho cercato di proporre il problema, fino a compiere un gesto avventato con quell’intervista, che tuttavia non può essere in alcun modo ritenuta responsabile della sconfitta di Miorandi.

La mia idea di Pd, così distante dall’impostazione del segretario di circolo, ha creato un conflitto che non è certo stato positivo. Mi assumo la mia responsabilità, sapendo anche, che quel progetto di PD che proponevo in città, era nel circolo di gran lunga minoritario e di conseguenza non doveva esser portato avanti.

Tuttavia la preoccupazione di far perdere la competizione mi ha indotto a forzare la mano, sapendo che in quanto segretaria provinciale e roveretana perdere la città non poteva essere accettabile. Le mie riflessioni non hanno avuto seguito e il risultato lo conosciamo.

 

Quel progetto di Pd, per me rimane, non solo per la città di Rovereto ma anche sul livello provinciale, uno spazio che spero possa aprirsi con esperienze successive e che cerca di farsi interprete di uno sforzo non elitario del fare politica ma aperto a contributi diversi, in un panorama di centrosinistra, con un occhio a quel mondo moderato, non più ideologico, certamente riformista, dal quale provengo e che mi piacerebbe aderisse più consistentemente al PD, come altra faccia dell’essere democratici, oltre a tutti gli altri contributi che per egual diritto necessitano di essere rappresentati.

 

Costruire un luogo e uno spazio democratico in Trentino è un progetto tutto da costruire, soprattutto nei territori e dopo questo anno di segreteria, capisco che il limite di questa esperienza è dipesa dalla totale diversità di appartenenza culturale dei membri della mia mozione e di quella della maggioranza. La diversità è ricchezza e di questo ne sono fermamente convinta ma se il metodo non è il confronto, il dialogo e la sintesi, le appartenenze culturali non trovano collante e non costruiscono progetto.

 

Le dinamiche nazionali hanno poi prodotto il resto e creato molta fibrillazione tra chi riconosceva nel Pd il suo luogo politico ideale e chi invece lo riteneva transfigurato.

 

La maggioranza non è più presente, dilaniata da un percorso in cui non si riconosce più. Io non voglio rinunciare alla mia idea di PD, che cercherò comunque di perseguire nei luoghi deputati, se pur certamente limitati rispetto a prima.

Non posso, però, che prendere atto, che una fase si è conclusa e non posso in alcun modo più rappresentare la guida di questo partito. Le continue prese di posizione sulla stampa, l’assenza di interlocutori, pongono al termine quest’esperienza.

Voglio comunque ringraziare quest’assemblea, che qualche spina nel fianco mi ha dato, non sempre forse le risposte sono arrivate tempestive da parte mia rispetto a problemi enormi, i vitalizi in primis per ricordarne uno ma fare politica è un’onore e le cose difficili, alle volte sono quelle che maggiormente ti fanno crescere, e grandi del tutto non si diventa mai.

 

Ringrazio poi in particolar modo alcuni componenti della mia mozione per la ricchezza del confronto, la disponibilità, lo spirito di squadra e anche l’amicizia, che anche se non sembra, si può costruire anche in politica. E voglio citarli perché è per me molto importante: Gigi Olivieri, Giusi Tonini, Giulia Pouli, Pietro Amorth, Flavia Brunelli, Monica Baggia, Alessandro Branz, Fabrizio Sannicolò, Nicola Ropelato, Chiara Rossi, Stefania Mosna, Ennio Pangrazzi, Marta Bernardi, che pur dall’estero mi ha sempre sostenuto, Davide Moz, Rudi Chistè, Luisa Filippi. Fuori dalla mozione ma sempre presenti per disponibilità spirito di servizio e confronto Alessio Zanoni e Pasquale Mormile.

 

Oggi, dopo settimane di silenzio, ho avuto modo di confrontarmi per telefono con Luca Zeni, portavoce del gruppo consiliare, che mi ha proposto di rimanere di fatto in carica, come notaio, se si può dire, una specie di congelamento della sottoscritta, per affrontare questi mesi che ci dividono dal congresso, aiutata da un gruppo di persone autorevoli provenienti dalle istituzioni.

Ringrazio il gruppo per l’opportunità ma ho declinato, nella convinzione personale che o si è, o non si è segretari e dopo tutto quello che è successo, io scelgo di non esserlo più. In questo momento, sono venute meno le minime condizioni, che consentono, comunque, la libera espressione di messaggio politico, necessaria, per me, al ruolo.

 

Rassegno quindi le mie irrevocabili dimissioni e rimango come membro del coordinamento e dell’assemblea.

 

Il percorso che ci aspetta, è quello da statuto e regolamento e prevede la possibile nomina di un membro dell’assemblea a sostituzione della sottoscritta o l’indizione, temporalmente da statuto definita, del congresso laddove non si trovasse nome.

 

Giulia Robol