Un prof a piedi alla Camera con la testa in casa Europa

ROMA - Professorini si nasce o si diventa? Michele Nicoletti , modestamente, «lo nacque». Da sempre, da quando era studente, lui doceva. Nel senso che ha il dono di natura di intelligere le cose e poi di spiegartele come versasse un bicchiere d'acqua: e tu ti abbeveri e capisci.
P. Ghezzi, "L'Adige", 25 gennaio 2015


Nel gruppo Don Milani, tra un Gianni Kessler un Silvano Zucal un Agostino Bitteleri - tutti svegli e capaci e più irruenti di lui - il Nicoletti era il più cittadino, quello con i maglioncini più intonati (di solito, un blu molto filosofico) e con i ragionamenti più pacati. Sostanza rivoluzionaria, magari, ma toni assai urbani, eleganti, levigati.
Ciò non gli impediva di battagliare tra i giovani della sinistra Dc, e di frequentare - durante l'università a Bologna - anche ambienti post-sessantottini, e di diventare presidente nazionale della Fuci, ma sempre con il suo stile inconfondibilmente nicolettiano.
Che gli è rimasto addosso, ovviamente, diventando professore universitario di filosofia, prima a Padova poi a Trento, e anche quando - in età matura - ha vissuto l'avventura (fuori pronostico, per molti di quelli che lo conoscevano) di diventare segretario del riottoso, diviso e (diciamolo, visti anche i recenti accadimenti) un po' sfigato Partito democratico trentino.
Uno come lui, un «professorino» (e il termine è nobilissimo perché rimanda all'utopico La Pira e al pragmatico Fanfani, al santo Lazzati e al riflessivo Moro) come avrebbe gestito un partito destinato a governare la Provincia? Cinturato tra un Tonini e un Pinter, più volte dimissionario e prorogato nella tormentata estate 2013, avrebbe perso le primarie di coalizione, con Olivi soccombente a Rossi, e addio alla gioiosa macchina da guerra.
Ha anche rinunciato alla corsa per il rettorato (sarebbe stato una seria alternativa alla sua coetanea Daria de Pretis) per correre alle elezioni 2013, unico deputato eletto del Trentino nella lista bloccata (subì lo schiaffo dei cugini bolzanini, l'eterno Bressa preordinato alla giovane renziana Filippi). Nicoletti oggi non si «sente» troppo in Trentino: anche perché il prof non ama le esternazioni a gettone sulla stampa, e dunque sparisce per intere settimane dall'orizzonte della cronaca, rientrando da Roma direttamente alla casa- buen retiro sulla collina di Maderno. Insomma, nel suo collegio non è un presenzialista alla Panizza. 
Ciò non significa che a Roma non lavori. Anzi. Ma il suo ruolo è ormai proiettato sull'orizzonte internazionale.
Dall'agosto 2014 Nicoletti è infatti il presidente della delegazione parlamentare al Consiglio d'Europa: certo, in termini di potere italiano conta meno di un sottosegretario al governo, o di un membro della direzione nazionale Pd come il senatore Tonini, ma intanto il prof respira aria d'Europa, ed è più lassù che giù a Roma (e la cosa, glielo si legge in viso, non gli dispiace poi troppo). «Il Consiglio - spiega paziente, dal suo ufficio in uno dei palazzi più prestigiosi della politica romana, lo stesso San Macuto della Commissione antimafia - è la più antica istituzione comunitaria, ha svolto un ruolo fondamentale dopo la caduta del Muro, ma anche oggi rispetto a Medio Oriente, Nordafrica, Russia ed Europa dell'Est, gioca un ruolo significativo per la difesa dei diritti umani, delle regole democratiche, protezione migranti».
Nicoletti - che è anche segretario del sottocomitato diritti umani in commissione esteri della Camera - nella delegazione al Consiglio d'Europa si occupa in particolare dei rifugiati, tema caldissimo e cruciale per l'Italia, e lavora al superamento del trattato di Dublino, che oggi prevede che il Paese di primo approdo, in Europa, sia anche quello di accoglienza dell'immigrato: «Come conseguenza, ci sono stranieri che si bruciano i polpastrelli per non farsi identificare dalle impronte digitali, perché puntano ad andare in Germania, per esempio. Uno status europeo del rifugiato, che garantisca una maggiore circolazione tra i Paesi comunitari, è la strada da perseguire».
E sub specie europea ragiona, da ex bindiano, quando dice: «In questa palude non possiamo non dirci renziani». E, in merito alla collocazione di Dellai, osserva che il centrismo degli ultimi dei mohicani è un virus solo italiano: «O i "montiani" a Strasburgo fanno la scelta minoritaria dell'Alde, l'Alleanza liberal democratica europea, oppure solo due sono le grandi famiglie: popolari o socialisti, centrodestra o centrosinistra, il resto è puro fumo».
Quando è a Roma, il professor deputato frequenta altri storici parlamentari catto-democratici, come Franco Monaco («le cene sono tra simili») e ha traslocato da poco prima al Testaccio poi a Campo di Marzio, dopo essere stato gentilmente «sfrattato» da casa Kessler, dove pagava affitto all'amico Gianni, prima che diventasse l'abitazione romana di Daria de Pretis. Ubi iudex constitutionalis, deputatus cessat . Sul Lungotevere, ora, respira già quasi l'aria del Vaticano, più universale di Montecitorio, come l'ex fucino ben sa. L'importante è che i palazzi siano a portata di piedi. Camminando, la mente si sgombra, il pensiero si eleva.
Quanto all'ormai imminente elezione del Capo dello Stato, il professore ci ricorda una lezione storica: «1948, la Democrazia cristiana aveva vinto le elezioni con il 48% dei voti. Il nome di De Gasperi (e degli americani) era uno: quello di Carlo Sforza , ministro degli esteri. Il governo voleva dare un chiaro segnale di filo-atlantismo, dopo essersi giocato per un pugno di voti la maggioranza con il fronte socialcomunista. Eppure nella notte Giuseppe Dossetti» eh, questi professorini che riaffiorano... «riesce a portare i suoi colleghi su un grande liberale come Einaudi . Poi, su Cronache Sociali, Dossetti scrisse un memorabile editoriale sul messaggio che il parlamento aveva mandato al Paese, rivendicando le proprie prerogative. Sarebbe importante ricordarselo anche oggi, e rendere il parlamento davvero protagonista di questa scelta, e non mero esecutore delle indicazioni del governo».
Un deputato «italiano», in Transatlantico, osservando il muoversi del trentino Nicoletti con altri professori ex bindiani o comunque non allineati (Carlo Galli, Franco Cassano, Maria Chiara Carrozza, Carlo Dell'Aringa ), ha confidato a un onorevole di Bolzano: «Nicoletti, che stile. Ha l'aria di uno che è appena arrivato dal Mulino Bianco». Non è un'allusione alla versione erotica di Crozza/Banderas del leggendario spot Barilla, ma a quell'aria un po' così del professorino, di chi attraversa i corridoi senza infarinarsi di politichese e fumisterie romane. 
Oh, ben preferisce Strasburgo, l'ex segretario del Pd trentino. In attesa che perfino i democratici capiscano che l'orizzonte vero è l'Europa. Il resto è chiacchiera. Inclusi i voti a Renzi (si veda la scheda): il prof dà giudizi oculati sul ragazzo premier. Prudenti. Lui, che ha studiato l'ideologo dei decisionisti Carl Schmitt, e ha scritto un bel saggio sulla buona politica come argine al male del mondo, sa che ogni cosa umana è imperfetta. Renzi, perfino.


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