Comunità, il Pd richiama Rossi sul programma

Sulla riforma dell'assessore Italo Gilmozzi chiede un vertice di maggioranza. Civico: "Se cercano maggioranze variabili e ognuno va per sé, ricordiamo al governatore che cinque anni sono lunghi".
L. Patruno, "L'Adige", 28 gennaio 2014



La riforma delle Comunità di valle annunciata sabato scorso all' Adige dall'assessore tecnico Carlo Daldoss assomiglia molto alla posizione contraria all'ente intermedio che il Patt ha sempre avuto fin dal 2006, quando è stata varata la riforma istituzionale. Così come nel 2009, anno in cui fu introdotta l'elezione diretta del presidente e del 60% dell'assemblea delle Comunità di valle. Gli autonomisti hanno sempre ingoiato in rospo, adeguandosi alla volontà della coalizione di cui facevano parte, e soprattutto dell'allora governatore  Lorenzo Dellai.
Ma senza rinunciare a far sapere come la pensavano realmente. Basti ricordare che il 20 novembre 2009, all'indomani dell'approvazione dell'elezione diretta (con il sì anche dei tre consiglieri del Patt), l'assessore provinciale autonomista alla cultura,  Franco Panizza, dichiarò all' Adige : «È un gran pateracchio». Aggiungendo: «Le Comunità di valle non servono al Trentino. Come Patt abbiamo sempre detto che sarebbe bastata la conferenza dei sindaci per prendere decisioni a livello di valle e società per la gestione associata dei servizi».
E ora che a guidare la Provincia c'è il presidente autonomista  Ugo Rossi, che ha scelto di affidare la competenza sugli enti locali a un assessore di fiducia, ecco che Daldoss propone una riforma che ricorda proprio quello che le Stelle alpine avrebbero voluto da sempre, nonostante con questa posizione si rischi lo strappo in maggioranza, visto che nel programma del presidente Rossi si legge invece: «Confermiamo alle Comunità di valle il ruolo di strumento di trasferimento ai territori della programmazione sociale e dello sviluppo ma anche di luogo politico e istituzionale che favorisca lo sforzo di realizzare una visione comune ed una coesione delle nostre valli e dei nostri territori». 
Non si sa se il Patt confidi sul fatto di poter contare sull'appoggio dell'intera opposizione, sta di fatto che al momento le reazioni di Pd e Upt sono state molto negative. Non solo l'Upt, il partito di Dellai, non ha gradito lo strappo in avanti - o piuttosto si dovrebbe dire indietro - di Daldoss, ma anche il Pd, tramite il responsabile enti locali,  Roberto Pinter, ha bocciato l'impostazione. E il coordinatore  Italo Gilmozzi  ha definito l'uscita di Daldoss: «Una forzatura» chiedendo al presidente Rossi di convocare una riunione di maggioranza sul tema.
Il capogruppo provinciale del Pd, Mattia Civico, aggiunge: «Superare la rappresentanza non è nel programma del presidente. All'assessore Daldoss avevamo consegnato il 6 dicembre scorso il programma del Pd con la nostra proposta di modifica e ci aspettiamo una discussione in coalizione se si vuole cercare una condivisione. Se invece ognuno va per sè o si cercano maggioranze variabili, ricordo al presidente Rossi che 5 anni sono lunghi».
Nel programma del Pd, in effetti, si propone di modificare la norma in direzione opposta rispetto a quanto proposto da Daldoss. Si legge: «Abbiamo sostenuto la nascita delle Comunità di Valle, innovando i Comprensori, prevedendo l'elezione diretta degli organi delle Comunità e il trasferimento anziché la delega di funzioni sul territorio, perché siamo convinti della necessità di un livello di governo intermedio tra Comuni e Provincia». E il Pd propone di «rivedere la composizione delle assemblee delle Comunità, riducendone il numero di componenti, mantenendo la sola elezione diretta». Il contrario dell'assessore.
A gongolare è invece oggi il consigliere provinciale Patt,  Walter Kaswalder, che aveva guidato i sindaci «ribelli» contro le gestioni associate obbligatorie. «Ritengo la proposta di Daldoss - dice - un'ottima base di partenza».


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Tonini: «Enti insostenibili. Riduciamo i Comuni». Olivieri: «Senza elezione diretta si torna ai sindaci col cappello in mano», C. Bert, "Trentino", 28 gennaio 2014

 «La proposta Daldoss sulle Comunità di valle? Si torna alla Provincia che decide tutto e ai sindaci con il cappello in mano», dice tranchant Luigi Olivieri, assessore alle politiche sociali della Comunità delle Giudicarie. «Un ente intermedio, per i costi e il peso burocratico, è insostenibile.

Abbiamo bisogno di meno Comuni e più grandi, dunque più autorevoli nei confronti della Provincia», risponde a distanza il senatore Giorgio Tonini. Sia Olivieri che Tonini sono esponenti del Pd. Opinioni distanti che confermano la pluralità di visioni interna ai Democratici sulla «controriforma» targata Rossi-Daldoss. Dopo che Roberto Pinter e Alessio Manica avevano criticato la soluzione proposta dall’assessore (via l’elezione diretta, assemblee dei sindaci che eleggono giunta e presidente esterno), Vanni Scalfi l’aveva invece giudicata «equilibrata e intelligente». Ora altri due volti di primo piano del Pd escono allo scoperto, alla vigilia di quello di un confronto in maggioranza dall’esito per nulla scontato.

«Daldoss ha il merito di aver messo in campo un’ipotesi in poco tempo, invece di adottare il vizio italiano del rinvio, e di aver tolto dei tabù», esordisce il senatore Giorgio Tonini. Che nel merito non ha dubbi: «Due livelli di governo, Provincia e Comuni, più la Regione, sono più che sufficienti. Le Comunità sono nate male, non si è mai capito se dovevano essere un ente intermedio, che non ci possiamo permettere, o una prefigurazione dei Comuni del futuro. Alcune, più piccole, dagli altipiani alla Paganella, da Cembra alla val di Sole, hanno funzionato meglio. Altre, per le loro enormi dimensione, sono risultate ingovernabili». «Di certo - prosegue Tonini - oggi avere un ulteriore ente tra Provincia e Comuni, mentre nel resto d’Italia si aboliscono le Province, non è sostenibile nei confronti del resto del Paese. Gli stessi cittadini hanno dimostrato di non crederci disertando le urne nel 2010 (votò il 43,9%, ndr). Abbiamo bisogno di una politica più leggera, non di una pletora di personale politico». La strada, secondo il senatore, è quella delle aggregazioni dei Comuni: «La proposta di Daldoss va in questa direzione. Il nostro problema storico è la frammentazione, Comuni troppo piccoli per essere interlocutori autorevoli. Ma se si mettono insieme, com’è avvenuto nei casi per l’Alta Anaunia e la Predaia, Comuni più grandi saranno più forti nei confronti della Provincia».

Un’impostazione totalmente diversa da quella di Luigi Olivieri, ex parlamentare e oggi assessore in Comunità di valle, che agli enti di valle ci crede eccome. «Dobbiamo decidere - incalza - se i territori devono essere protagonisti del proprio sviluppo o, come sottende la riforma Daldoss, riportare tutto in capo alla Provincia». L’analisi di Olivieri sul percorso della riforma istituzionale dal suo varo ad oggi è severo: «Le Comunità hanno difficoltà perché la legge non è stata applicata. La verità è che la Provincia non ha voluto e non vuole decentrare, doveva essere l’organismo legislativo e di quadro, invece il trasferimento delle funzioni, e del personale, alle Comunità non è avvenuto. Certo è molto più comodo continuare ad avere Comuni polverizzati, decidendo a chi elargire le risorse. Ecco perché io dico che in questa proposta di riforma c’è tanto di vecchio vestito di nuovo. Si tornerebbe ai sindaci che vanno in Provincia con il cappello in mano, ecco cosa accadrebbe con i Consorzi dei Comuni». «Se invece si vogliono davvero dei territori protagonisti, responsabili della pianificazione socio-economica e urbanistica - è il ragionamento di Olivieri - le Comunità devono essere legittimate e in democrazia questo avviene con l’elezione diretta. Altrimenti si torna ai Comprensori, dove i Comuni andavano a spartirsi le risorse». Olivieri critica Daldoss: «Dire che se non cambiamo noi interverrà Roma mi sembra grave da parte di un assessore autonomista. Quello che la Provincia può fare, per superare la frammentazione dei Comuni, è usare la leva finanziaria, investire sulle Comunità trasferendo lì le risorse. Ma sul piano politico serve un organo pienamente legittimato».