Il “Renzi d’attacco”. Intervista a Giorgio Tonini (PD)

Il Pd dopo le dimissioni di Cuperlo dalla carica di Presidente dell’assemblea vive giorni turbolenti. Ne parliamo con il senatore Giorgio Tonini, vicepresidente del Gruppo dei senatori del Pd a Palazzo Madama.
da http://confini.blog.rainews.it/, 24 gennaio 2014 

Senatore Tonini, la prendiamo un po’ alla larga: Matteo Renzi usa carisma e spregiudicatezza per raggiugere gli obiettivi politici. Tra gli osservatori politici si parla di Lui come di un “decisionista” che ha tanta “fame” (addirittura qualcuno lo ha paragonato, secondo me erroneamente, a Craxi). La convince questa modalità renziana? Il Pd, scosso dalle dimissioni del presidente Cuperlo, rischia una scissione?

Non credo, Cuperlo per primo ha escluso qualunque ipotesi di scissione. Certo la vittoria di Renzi, la sua conquista del PD è stata un fatto rivoluzionario, che non si può pensare non produca contraccolpi, anche nel tempo. Siamo in presenza di cambiamenti “epocali”, che stanno facendo mancare la terra sotto i piedi a molti, nel PD e non solo nel PD. Intanto, Renzi è il primo segretario del maggiore partito della sinistra italiana che non viene dal Pci. Dopo Veltroni, Franceschini è stato segretario reggente per pochi mesi, poi fu eletto Bersani. Renzi ha sfidato la nomenclatura rossa e le ha portato via, in una competizione democratica, la sua stessa base. Fu così nel 2009, alle primarie di Firenze. 

Ma ora è avvenuto su scala nazionale. Il bambino ha mangiato i comunisti, ha detto qualcuno. È possibile che questo dato segni una cesura storica, una pagina voltata per sempre: non siamo più nel Novecento politico, il secolo delle grandi ideologie, siamo entrati appieno nell’epoca dei partiti identificati da un nocciolo essenziale di valori e poi aperti nella ricerca, sempre precaria, delle modalità di volta in volta migliori per affermarli. È comprensibile che questa svolta provochi un certo stordimento in quanti hanno sempre considerato il partito come la loro “ditta”, la ditta di famiglia, passata di padre in figlio. Così come è normale che Renzi si comporti da leader occidentale del nostro tempo – giovane, coraggioso, carismatico, decisionista – e non più da gran sacerdote dell’esoterica arte della mediazione politica classica.

Che cosa ha pensato quando nella Conferenza stampa di sabato scorso e nella direzione di ieri, parlando di Berlusconi , ha affermato dapprima “profonda sintonia” e poi “gratitudine” al Cavaliere per i risultati dell’accordo? Il PD abbandona l’antiberlusconismo? Non le pare troppo questo?

L’antiberlusconismo è stato una forma di subalternità al berlusconismo, un modo per parlare di sé in negativo, per differenza rispetto all’avversario, piuttosto che in positivo, per quel che si è capaci di fare per il paese. Il PD si sta liberando dell’antiberlusconismo. E il voto per la decadenza di Berlusconi dal Senato è stato un passaggio chiave in questa direzione, perché ha smentito clamorosamente le teorie complottiste per cui qualunque dialogo tra avversari non può che avere alla base uno scambio torbido. Del resto, questa uscita dall’antiberlusconismo subalterno il PD la sta tentando da anni. 

Basti pensare a come il fondatore del partito, Walter Veltroni, volle impostare la sua campagna elettorale nel 2008. Poi la concorrenza di Di Pietro ha riportato il PD sulle orme più tranquillizzanti dell’antiberlusconismo, ma questo non è servito affatto a farci riprendere i voti perduti. E Di Pietro è scomparso dal Parlamento. Qualche anno fa Lakoff raccomandava ai nostri fratelli maggiori, i Democratici americani, di “non pensare all’elefante”, cioè al Partito repubblicano, di parlare agli elettori delle proprie proposte e non di quelle altrui. Renzi sta applicando alla lettera questo schema. Anche perché pensa, giustamente, che dal dialogo con Berlusconi, in termini politici ed elettorali, a guadagnarci di più possa essere proprio il PD, che non vincerà mai se non riuscirà a conquistare la fiducia di una parte degli elettori che negli anni scorsi hanno votato per Berlusconi.

Veniamo all’accordo. L’Italicum, che qualcuno ha definito come il “Porcellum di serie B”, presenta indubbiamente, delle innovazioni importanti (vedi il ballottaggio nazionale tra le coalizioni), i collegi piccoli. C’è il rischio, però, che il quorum per raggiungere il premio di maggioranza sia troppo basso. Poi c’è il nodo della mancanza delle preferenze. Non c’è il rischio di non vedere rispettate le motivazioni della Corte Costituzionale?

Non sono un costituzionalista, ma direi di no, anche se certamente siamo al limite. L’Italicum rispetta sia il principio della soglia di accesso al premio di maggioranza, sia quello della riconoscibilità dei candidati. Una soglia di accesso al premio al 40 per cento è indubbiamente meglio, per stare dentro la sentenza della Corte, di una al 35. Ma Renzi è riuscito, con la soglia al 35, a far dire di si a Berlusconi al ballottaggio sotto quella soglia. Se dal confronto parlamentare emergerà la disponibilità di tutti ad arrivare al 40 sarà certamente un fatto positivo. Ma in caso contrario, sarebbe una follia far cadere l’accordo e riportare la nave delle riforme in alto mare. 

Quanto alle preferenze, siamo passati dalla loro demonizzazione alla loro esaltazione acritica. Al contrario di Renzi, io sono sempre stato e resto contrario alle preferenze, che sovrappongono la competizione interna al partito a quella esterna. Non è un caso che in nessun grande paese europeo si vota alle politiche con le preferenze. In Francia e Inghilterra ci sono i collegi uninominali, in Germania i collegi uninominali e le liste corte bloccate, in Spagna le liste corte bloccate. Le preferenze c’è l’ha solo la Grecia… 

Io avrei preferito i collegi uninominali (del resto, sono l’unico parlamentare PD eletto con questo sistema), ma le liste corte bloccate sono il second best, non a caso ammesso dalla Corte. Dopodiché, anche qui, se si trova l’accordo di tutti sulle preferenze nelle piccole circoscrizioni, non sarà il PD ad opporsi. Basta che non mitizziamo questo sistema: non dimentichiamo che è con le preferenze nelle liste corte che si eleggono i consiglieri regionali, non mi pare con grande vantaggio per la credibilità della politica.

L’Italicum reggerà la navigazione parlamentare? La minoranza del PD ha promesso battaglia…

Renzi ha giustamente richiamato tutti i parlamentari democratici alla regola aurea senza la quale nessun partito può vivere: massima libertà di confronto nel partito e libertà di esprimere pubblicamente le posizioni più diverse. Ma poi, una volta decisa a maggioranza la posizione comune, è necessaria una disciplina assoluta nel voto in Parlamento. Altrimenti non c’è più il partito. Io sono stato quasi sempre in minoranza, prima nei Ds e poi nel PD, e mi sono sempre attenuto a questo criterio. E penso che nessun parlamentare del PD voglia ripetere, sulla legge elettorale, l’esperienza dei 101 franchi tiratori su Prodi.

Veniamo al rapporto Renzi-Letta. I due dopo le Primarie hanno vissuto giorni di grande tensione. E la sensazione, nonostante le “rassicurazioni” di Renzi, che i rapporti continueranno. Per Lei?

Renzi avrà tanti difetti, ma non quello di non parlare chiaro e non dire a viso aperto quello che pensa. Quindi, se Renzi dice che non vuole far cadere il governo, ma spingerlo a fare di più e meglio, penso che si possa e si debba prenderlo in parola. Del resto, l’accordo sulle riforme, che affianca alla nuova legge elettorale le modifiche costituzionali sul ruolo del Senato e il Titolo V, che hanno bisogno di almeno un anno per vedere la luce, è la prova che il segretario del PD non sta lavorando per interrompere la legislatura, ma per renderla produttiva. E lo stesso coinvolgimento di Berlusconi è un risultato importante. 

Non a caso, dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza, le ambizioni riformiste della coalizione che sostiene il governo Letta si erano molto ridimensionate, mentre ora possono tornare significative. E con loro, l’orizzonte di durata della legislatura e del governo torna ad allungarsi. Ora tocca a Letta avanzare una proposta per rilanciare il profilo programmatico e l’efficacia operativa dell’esecutivo. Il PD vuole solo che il governo recuperi la fiducia degli italiani. E per farlo, deve trasmettere ai cittadini il senso di una svolta e di un’accelerazione.