Una riforma del sistema politico

Una nuova Legislatura si è aperta: il Consiglio provinciale è stato rinnovato e la Giunta provinciale ha iniziato il suo lavoro. Per molti Consiglieri questa rappresenta una fase di “rodaggio”, nella quale capire i meccanismi e le regole dell’Aula; per altri è un nuovo inizio, in un contesto politico e istituzionale diverso. Per me, riconfermato alla Presidenza del Consiglio provinciale, si tratta di un momento di passaggio tra la continuità di una gestione già avviata e l’inevitabile necessità di pensare a nuovi scenari e orientamenti di azione.
Bruno Dorigatti, "Trentino", 23 dicembre 2013

Ho avuto l’onore di presiedere il massimo organismo rappresentativo dell’Autonomia per metà della scorsa Legislatura: poco più di due anni e mezzo, nei quali insieme all’Ufficio di Presidenza ho dovuto affrontare alcuni passaggi non semplici. Mi riferisco, in particolare, all’emergenza sui cosiddetti “costi della politica”.
Il Trentino già da anni aveva avviato una serie di riforme che puntavano alla riduzione dei costi, soprattutto di quelli che apparivano come privilegi ingiustificati, a partire dai vitalizi per gli ex consiglieri, abrogati ancora nella XIII Legislatura. Ma molto restava da fare. Grazie allo sforzo di tutti, sono state quindi profondamente riviste tutta una serie di voci di spesa che gravavano sul bilancio consiliare: si sono così prodotti, nel giro di questi anni, risparmi di quasi due milioni di euro. Questa puntuale azione di contenimento dei costi è stato un esempio importante di riposta alle esigenze poste dalla società, riuscendo in parte a tamponare una crisi crescente di disaffezione e sfiducia nei confronti della politica e delle Istituzioni. Ora bisogna fare un passo in più.
Non è solo la questione dei costi, infatti, ciò che interessa ai cittadini trentini, ma una riforma complessiva del sistema politico, una sua ridefinizione in termini qualitativi, a fronte di una seria riflessione sullo stato di salute della democrazia rappresentativa e dei suoi modelli. L’ho detto in modo chiaro fin dal discorso di insediamento: noi abbiamo il dovere di parlare a chi non è andato a votare, a quel cittadino su tre che ha deciso di abbandonare il campo di gioco democratico, perché sfiduciato, perché incapace di cogliere il senso concreto della partecipazione.
Quando parliamo di Autonomia, del suo valore e della sua centralità, non possiamo dimenticare che oltre un terzo dei trentini non ha ritenuto utile partecipare alla scelta dei suoi rappresentanti: segno che essa sta diventando sempre meno “senso comune”, coscienza collettiva, rischiando così di inaridirsi nella retorica istituzionale.
Ci vuole un grande sforzo creativo, oggi, per immaginare nuove strade per il nostro sistema autonomistico, per renderlo meno “istituzionale” e più “civile”, usando le parole di Alberto Pacher: perché solo se la comunità trentina sarà in grado di riappropriarsi delle ragioni dell’Autonomia, essa reggerà alle sfide poste dalla competizione globale, dalla crisi dello stato nazionale, dal processo di integrazione europea.
Il Consiglio provinciale, in questo senso, ha un ruolo centrale: non solo organo legislativo, ma sede vera della rappresentanza, attraverso la quale la politica esercita le funzioni di governo della società. Una reinterpretazione della rappresentanza, dunque, che rilancia realmente – non solo a parole – la funzione del Consiglio: a partire, per fare un solo esempio, dalla sua capacità di costruire relazioni nuove con i luoghi della produzione di conoscenza, con il mondo della cultura, consapevoli che questa è la condizione necessaria per agire con coerenza e lungimiranza. “Conoscere per deliberare”, riprendendo la lezione di Luigi Einaudi, perché “alla deliberazione immatura nulla segue”: se in questa Legislatura il Consiglio provinciale saprà attivare questo dialogo tra cultura e politica, di certo ne gioverà l’intero sistema democratico e ci avvieremo verso quella necessaria innovazione delle forme dell’agire pubblico.


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