L'intervento di LUCA ZENI sulla Finanziaria 2013

L’intervento si compone dai seguenti passaggi politici:
1° un bilancio sulla legislatura che sta arrivando a conclusione;
2° alcune valutazioni sulla politica economica del Trentino;
3° una visione generale sui concetti di Autonomia e comunità che necessitano di essere ripensati, trovando una prospettiva originale all’Autonomia trentina;
4° alcune proposte per il Trentino del futuro;
5° un ultima parte che evidenzia il ruolo della politica nell’attuale fase storico/politica.
Trento, 12 dicembre 2012

Signor Presidente,

Egregi colleghi,

quella di cui stiamo discutendo rappresenta la finanziaria conclusiva della legislatura, perciò è normale che negli interventi, che si sono sino a qui succeduti, vi sia una notevole parte relativa alle valutazioni sui quattro anni trascorsi.

Questa è anche la finanziaria che chiude una stagione molto positiva per il Trentino, caratterizzata dalla guida di un Presidente dal forte carisma, e credo che tutti noi dovremmo ringraziarlo per il lavoro svolto: se in Trentino oggi la qualità della vita è elevata, con indicatori economici migliori della media italiana, lo si deve anche alla stabilità e all’impegno che il Presidente Dellai ha garantito in questi anni.

I risultati citati con partecipazione e sentimento dal Presidente nel suo intervento sono rilevanti e credo che rappresentino uno stimolo per tutti noi.

Questa discussione è anche tempo di bilanci.

Sono stati quattro anni intensi, segnati da un dialogo, a volte difficile, tra legislativo ed esecutivo; difficoltà che in parte deriva fisiologicamente dal diverso ruolo ricoperto, in parte dipende dalla propensione alla condivisione degli interpreti coinvolti.

Abbiamo cercato spesso di unire il ruolo di partito di maggioranza in Provincia, che deve garantire la governabilità, con la responsabilità di chi sente il dovere di approfondire i temi, sollevare le criticità, discuterne apertamente e ricercare sempre nuove e migliori soluzioni.

Non è stato facile, ma grazie al lavoro di tutti ci siamo riusciti e se mi è rimasto un rammarico è quello di non essere riuscito a convincere fino in fondo la mia maggioranza sull’importanza di alcuni temi, ma sono certo che avremo modo di completare l’opera in futuro.

In primo luogo penso alla richiesta di massima attenzione all’indebitamento, perché la scelta che è stata fatta di andare in controtendenza rispetto alla linea indicata da tutti gli organismi economici e di incrementare notevolmente il nostro livello di debito pubblico, peserà non solo sui prossimi bilanci, vincolandoli, ma su coloro che verranno dopo di noi. 

Penso poi alla necessità di razionalizzazione nell’organizzazione plurale della Provincia, che abbiamo indicato come Pd trentino quando ancora a Roma non si parlava di piano di miglioramento della pubblica amministrazione e di spending review.

E penso infine, e soprattutto, alla necessità di mettere competenza e merito al centro di ogni scelta dentro e fuori la pubblica amministrazione, perché il rimprovero maggiore che possiamo rivolgere a noi stessi è di aver spesso deluso le aspettative di chi vorrebbe essere valutato soltanto per le sue idee, le sue capacità, la sua voglia di fare; e questa non è solo o tanto una questione di riconoscimento del merito individuale, ma è una questione di giustizia sociale, che distribuisce non solo risorse, ma anche valore alle persone!

Avrei voluto riuscire ad incidere di più su questi temi, ma cercheremo di farlo con ancora maggiore determinazione da oggi in poi.

Oltre che tempo di bilanci, quella di oggi rappresenta soprattutto l’occasione per proiettarci in avanti: dobbiamo vivere questa discussione come confronto sul futuro, e per gettare le basi che delineino il Trentino di domani.

A differenza di ciò che fa la buona medicina, difficilmente la politica - vincolata com’è al presente e, soprattutto nei periodi di crisi, ad orizzonti di breve periodo - si occupa di prevenzione. Il realismo costituisce un suo tratto obbligatorio. Questo però non può voler dire rinunciare alla sua funzione di orientare il futuro: abbiamo il dovere di coniugare Real Politik e Visione del futuro.

Il futuro è, dunque, la cornice dentro la quale dobbiamo dipingere il nostro quadro: pur consapevoli che in passato si è ben governato, e che grazie a questo partiamo da una dotazione finanziaria, infrastrutturale e soprattutto di capitale umano superiori alla media nazionale, l’errore più grande che potremmo compiere sarebbe quello di guardare all’oggi con lo stesso sguardo di ieri.

Il mantenimento dell’esistente - di quando il sistema trentino correva forte e disponeva di maggior carburante - non è più un input sufficiente.

Ora stiamo iniziando a giocare alla pari degli altri, ed iniziamo ad ansimare sotto il peso di 2 miliardi di debito.

Anche per noi è iniziata una fase nuova, dove serve la capacità di adottare nuovi schemi, adeguati alla nuova realtà ed in grado di risolvere nuovi problemi.

Dobbiamo essere consapevoli che eccellere solo in Italia non è più sufficiente, perché il nostro Paese purtroppo – tra le grandi economie occidentali – è fra quelli più in difficoltà.

D'ora in poi, per garantire benessere ai nostri cittadini, il nostro riferimento dovranno essere i migliori Paesi mondiali, con le cui economie siamo chiamati quotidianamente a confrontarci.

Occorre un input politico diverso, che punti sulla capacità di fare valutazioni strategiche e di sostenibilità. 

L’epoca nella quale viviamo è segnata in maniera preponderante dall’economia: in particolare dalla predominanza della finanza rispetto al lavoro.

I cambiamenti economici degli ultimi anni hanno costretto tutti - politici, economisti e cittadini in generale – ad interrogarsi sul ruolo che la politica può e deve avere per incidere sul suo andamento, e ci sono visioni profondamente diverse che si confrontano: in questo dibattito anche il Trentino, ed in particolare la sua società, deve scegliere il proprio percorso.

Negli ultimi anni è stata svelata l’illusione di una crescita basata sull’indebitamento non sostenibile nel lungo periodo, alimentata da una spesa pubblica eccessiva, anche perché si è dimostrata molto scarsa la capacità dell’ente pubblico di trasformare quell’indebitamento in investimenti produttivi capaci di ripagarsi da soli.

Proprio per questo oggi uno dei temi, quando si parla di ruolo del pubblico, è quello della capacità di qualificare la spesa pubblica, sia quella legata ai servizi pubblici, sia quella legata agli investimenti: sarebbe eticamente doveroso far rientrare tutto dentro il bilancio derivante dalle altissime imposte pagate dai cittadini e dalle imprese, senza ricorrere a un debito che graverà sulle spalle di chi verrà dopo di noi.

Ancora più grave sarebbe farlo in controtendenza rispetto ad un’Europa che sta cercando – anche se spesso in maniera approssimativa – di rimediare agli abusi del passato.

Rispetto a temi così centrali, quale strada deve scegliere il Trentino?

Innanzitutto è giusto essere consapevoli delle criticità, per poterle affrontare con la serenità di chi sa di avere grosse potenzialità da esprimere. Se controlliamo i dati, dopo aver retto bene la crisi grazie alle ingenti risorse della manovra anticongiunturale del 2008-2009 e alle misure di mantenimento dell’occupazione, siamo oggi nel pieno di un’onda lunga che ci ha fatto arretrare, allineandoci con il nord est del Paese: sono in crescita disoccupazione, numero di imprese in difficoltà e sofferenze bancarie, mentre si riducono i fatturati e quindi le imposte versate.

Se ascoltiamo le parole degli operatori economici, una delle maggiori difficoltà è data dall’accesso al credito, in seguito ad una maggiore selettività nella concessione di finanziamenti da parte del sistema bancario.

Di fronte a queste criticità esiste una sola alternativa: o si ritiene che quella degli ultimi quattro anni sia una crisi lunga ma passeggera, e che dobbiamo solo oltrepassare il crepaccio, cercando di utilizzare gli strumenti dell’autonomia per mantenere a galla il sistema in generale, oppure si prende finalmente atto che il mondo è cambiato, che non tornerà come prima, ma proseguirà una trasformazione dalla quale usciranno nuovi equilibri.

Se lo scenario che ci aspettiamo è il secondo, allora il futuro del Trentino dipenderà dalle scelte che compierà la politica, insieme agli attori della società trentina.

E la politica economica del Trentino non può limitarsi a fornire ossigeno e assistere quelle imprese – di solito sempre di grandi dimensioni – che chiedono sostegno perché in difficoltà, magari sostenendone la gestione ordinaria. Sia chiaro, nessuno sostiene che non ci si debba occupare di queste situazioni, anzi! Si deve però intervenire con progetti di riqualificazione che permettano un futuro a impresa e lavoratori, e laddove non è possibile, utilizzare strumenti di welfare che – anche grazie alla nuova norma di attuazione in materia di ammortizzatori sociali – siano in grado di sostenere coloro che perdono il lavoro.

Al contempo il ruolo di un ente pubblico lungimirante è quello di indirizzare le risorse individuando alcune grandi aree strategiche e vocazionali, basando la scelta sia su un confronto aperto con i cittadini e le imprese, sia su rigorose valutazioni socio economiche, in modo da utilizzare le risorse dei cittadini per generare produttività e lavoro!

In queste ultime settimane abbiamo avuto modo di parlare di alcuni strumenti a disposizione dell’amministrazione per intervenire nell’economia. Il primo e più rilevante è quello rappresentato dal Fondo per lo sviluppo del territorio.

Parliamo di un fondo che – attraverso l’utilizzo di duecentocinquantamilioni di euro di denaro pubblico, derivante dall’avanzo della Regione – mira a far convergere risorse di soggetti istituzionali e privati che altrimenti non sarebbero investite in Provincia.

Abbiamo avuto modo di approfondire il tema in sede di discussione alla finanziaria regionale, e oggi siamo chiamati a specificarlo ulteriormente.

L’idea, molto positiva, parte da una proposta del Partito Democratico, ma quello su cui abbiamo il dovere di concentrarci oggi non è tanto “da dove vengono i soldi”, quanto “come verranno utilizzati”.

Se l’utilizzo sarà semplicemente creare un fondo di rotazione attraverso il quale facilitare l’accesso al credito per i soggetti che il sistema bancario valuta di non finanziare, avremo fornito un po’ di ossigeno ma avremo perso, oltre alle risorse, una grande occasione.

Quella che è oggi chiamata crisi di liquidità – impropriamente perché il problema delle banche oggi non è la liquidità, fornita in maniera altissima dalla BCE – in realtà è una difficoltà di accesso al credito dovuta alla maggiore selettività.

Questa situazione non si contrasta utilizzando i soldi dei cittadini per sostituirsi alle banche, ma con una politica economica lungimirante, che punta a sostenere chi investe, innova e crea occupazione, adattandosi alle nuove richieste di un mercato mutato.

Cambiare schemi mentali - dicevo prima - non significa fare teoria (anche se provate a dire a un ingegnere, che non conta la teoria: lui sa che senza la teoria su cui sono costruiti, i ponti non stanno in piedi) bensì porsi in un’ottica diversa.

Occorre passare da una politica di mantenimento ad una politica generatrice di lavoro sostenibile.

Da ‘come faccio a mantenere l’occupazione esistente?’ a ‘come posso sviluppare le potenzialità inespresse?’.

Un’azienda che sta in piedi sulla carta non necessariamente sta in piedi anche nella realtà, ma di certo un’azienda che non sta in piedi sulla carta, non starà in piedi neanche nella realtà. O, se volessimo usare un’immagine utilizzata una volta da Hannah Arendt, potremmo dire che “è vero che non si può fare la frittata senza rompere le uova, ma si possono benissimo rompere molte uova senza fare alcuna frittata”.

L’opportunità che abbiamo davanti è utilizzare le risorse che abbiamo e che altri non hanno per aumentare le iniziative che possono generare lavoro, e non disperdere le risorse immobilizzandole in poche grandi operazioni immobiliari che spostano solo più in là il problema.

Soprattutto non facciamolo con strumenti obsoleti quali quello del leasing immobiliare e del leaseback, che viene scoraggiato a livello europeo e nazionale, come dimostra il recente aumento dell’imposizione fiscale, poiché aumenta i costi per l’impresa e rende più instabile l’occupazione, in quanto una volta che l’imprenditore ha trovato il modo di rendere liquido il suo patrimonio immobiliare, sono molti meno i vincoli a proseguire l’attività.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo avuto modo di discutere in più occasione dei limiti dello strumento del leaseback, ma la proposta di incentivare i leasing immobiliari con il subentro di Trentino Sviluppo in caso di insolvenza pare estremamente debole, finanche pericolosa e temeraria.

Le perplessità non sono dovute solo all’impostazione di “tampone” che sottende, ma anche allo strumento in sé, che aumenta i costi per l’impresa, i rischi per il denaro pubblico che si dovrebbe sborsare a valle nel caso di insolvenza dell’impresa, e dove a guadagnarci di fatto è la società di leasing: questa si ritrova con la garanzia dell’immobile e della Provincia tramite Trentino Sviluppo e  trasforma di fatto l’operazione in un mutuo ipotecario doppiamente garantito con costi superiori ai costi dei prestiti bancari.

L’invito è a ripensare questo strumento, e se proprio non si riesce a farne a meno, a utilizzarlo il meno possibile e con la massima trasparenza su ogni singolo caso, visto che parliamo di decine di milioni di denaro pubblico e che i casi di operazioni non andate a buon fine si sono già avverati, e il rischio è che drammaticamente si ripeteranno in futuro.

Possibilità e dovere per la politica di fornire una visione di futuro per il Trentino: questo ci è consentito dalla nostra autonomia.

Già il Presidente Dellai ha ricordato che l’autonomia non è una elargizione dello Stato e, soprattutto, che essa non sta semplicemente nelle istituzioni formali, ma che sta nella comunità.

Una comunità che però è per definizione autonoma.

La difficoltà che abbiamo avuto anche nei confronti del resto del Paese a spiegare il concetto di autonomia è forse derivata non soltanto dai “conti”, da quelle cifre che sempre ci troviamo a dover giustificare di fronte a chi confonde l’autonomia con il “privilegio finanziario”, ma anche dalla difficoltà di argomentare ciò che a noi appare evidente in maniera intuitiva: che siamo autonomi, appunto.

L’autonomia è una delle chiavi che determinerà il nostro successo o il nostro fallimento come società, ma il concetto di autonomia non può essere immutabile, necessita di una continua reinterpretazione per sprigionare sempre nuovi significati.

Dobbiamo allora mettere al centro del nostro dibattito la questione, da cui dipendono la visione pubblica del Trentino e il suo sviluppo.

Il rischio che corriamo è di soffermarci soltanto su uno dei significati del termine, ossia quello di “autonomia da”; è una tendenza naturale, di fronte all’impostazione centralista che caratterizza troppo spesso l’azione dello Stato italiano.

Ma autonomia significa anche, e soprattutto “autonomia per”, ossia autorealizzazione, auto espressione!

Ed essere davvero autonomi significa possedere quella consapevolezza che non si concentra esclusivamente sulla difesa dagli attacchi esterni e sui tentativi di svincolarsi dai limiti, e che consente invece di darsi regole costitutive, di costruire le condizioni del proprio sviluppo, di esprimersi autenticamente come soggetti liberi.

Ancora una volta, liberi di, non solo liberi da.

Questo è il mio sentimento, anzi la mia passione per l’autonomia.

Vedete, a qualsiasi cittadino trentino sta a cuore questa questione, perché dietro a questi concetti – che non sono astratti ma legittimano politicamente la nostra rivendicazione di autonomia – c’è l’impostazione di fondo sul futuro del Trentino ed anche sulla vita di ogni persona.

Possiamo prendere esempio dalla vita quotidiana: pensiamo ai bambini, che possono nella loro semplicità diventare nostri maestri.

Come ogni genitore, anch’io mi sono trovato ad immaginare come diventeranno da grandi i miei bimbi, che studi faranno, quale mestiere sceglieranno, quale carattere e aspetto fisico assumeranno.

E soprattutto ho pensato a quali difficoltà andranno incontro, e come io potrò aiutarli ed indirizzarli.

Poi un giorno Giulio, il maggiore, mentre di fatto gli stavo costruendo un edificio con i Lego, si è lamentato con me, dicendomi: “Papà, aiutami ma non fare tutto tu, è più bello se me lo lasci fare come voglio io”.

In quell’occasione posso dire che ho imparato qualcosa di importante, e cioè che in fondo il mio compito è e sarà, soprattutto, aiutarlo a trovare da sé la sua strada, a fornirgli le condizioni per fare qualsiasi cosa, non importa cosa.

In una parola, a svincolarlo, grazie alla sua crescita, dalla mia dipendenza, e a permettergli di diventare realmente autonomo.

Vi chiedo: non è forse questo, nel nostro presagio di futuro, che ogni padre – ogni padre virtuoso - si prefigge? Non solo dare protezione ai propri figli, ma supportarli nel ricercare la loro autonomia, la loro individuale, personale, autentica capacità di costruire se stessi?

Ebbene, perché quello che vale in questo esempio non deve valere anche quando parliamo di autonomia del Trentino?

Lo diceva già Rousseau che gli attori autonomi sono quelli che le leggi le danno a se stessi.

Ha quindi ragione il presidente Dellai a dire che l’autonomia non è semplicemente nella forma istituzionale: ma solo perché è, e deve essere, nella persona!

Naturalmente non possiamo come politica pretendere di cambiare le persone, ma abbiamo il dovere di assumerci il coraggio e l’impegno di far loro una proposta.

Per me continuare a parlare di autonomia vuol dire allora puntare sulle persone, sulla loro capacità di realizzazione e di liberazione delle energie individuali, vuol dire considerare speciale il nostro territorio non perché ha uno statuto speciale, ma perché continua a produrre testimonianze speciali. Vuol dire andare avanti nel perseguimento dell’eccellenza, vuol dire non considerarsi protetti (quasi fossimo una specie in via d’estinzione) ma liberi di costruire nuovi progetti di futuro.

E guardate che queste non sono solo parole.

Una delle sensazioni più dolorose è avvertire il rischio che la forza della amministrazione provinciale abbia allo stesso tempo protetto e sopito, producendo involontariamente un po’ di anestesia del territorio.

Come se proprio noi, che rivendichiamo autonomia, fossimo superprotetti e quasi schiacciati dalla nostra stessa Amministrazione, in un processo che alla lunga rischia di creare automi in grado di muoversi solo nello spazio chiuso e protetto del proprio territorio, di soffocare la voglia di mettersi in gioco, di spegnere i valori del rischio e del coraggio su cui si basa la cultura d’impresa ma anche la vita stessa: al contrario dobbiamo porci la priorità di valorizzare energie e potenzialità diffuse delle persone, che hanno quasi sempre delle capacità inespresse e non valorizzate.

Queste considerazioni ci riportano dove siamo partiti: quando parliamo delle persone, subito riemerge il “noi”, la nostra identità collettiva, il nostro essere uomini e donne del Trentino, in una parola la nostra idea di comunità.

È questo l’altro grande tema che continua a echeggiare in tutti i discorsi.

Anche in questo caso l’orgoglio - che anche personalmente sento in maniera fortissima -  della nostra storia e delle nostre tradizioni, rischia di cristallizzare e quindi di rendere non vitale questo termine.

Richiamiamo spesso la nostra compattezza, ma siamo davvero, dentro di noi, così sicuri che la “rete della memoria”, come la chiama il Presidente Dellai, sia anche un’esperienza quotidiana del vivere comune?

La sensazione è che spesso dietro a questo scudo si nascondano tanti interessi particolari, che spesso la frammentazione sociale - comune a tante parti di un mondo ormai omologato - si riproduca anche qui, prevaricando l’idea del “noi”.

Non basta la retorica della comunità, perché il rischio che stiamo correndo è di porre l’attenzione più agli interessi che ai diritti, un richiamo maggiore alle singole richieste che all’equità pubblica delle scelte, una giusta vigilanza sugli sprechi ma meno alla giustizia complessiva dei nostri investimenti.

In una parola: vedo tante preferenze individuali cui si risponde e meno un’identità collettiva che si fortifica.

Vedo più somma di individui, in relazione verticale con l’Amministrazione, e meno relazioni orizzontali che fondano un sentire comune.

Anche quando abbiamo deciso una misura molto popolare come quella di “elargire” – scusate, non so trovare un’altra parola - fino a 1000 euro a famiglia per rilanciare i consumi, sembrava che ci rivolgessimo a tanti “Io” isolati, a tante monadi familiari, non alla nostra comunità.

E ciò stupisce molto perché se è vero che, nonostante la crisi, i nostri indicatori socio-economici ci vedono ancora ai primi posti in Italia - come ci ha ricordato il Presidente Dellai - allora vuol dire che abbiamo la possibilità di un rilancio, possiamo cogliere fino in fondo le opportunità della crisi.

Perché questa parola, crisi, non vuol dire semplicemente decadenza o interruzione, ma passaggio, separazione.

Insomma, la linea retta dell’evoluzione indicata dal Presidente può essere deviata, ma verso nuove speranze e modi di pensare.

Non si tratta semplicemente di andare oltre ma di pensare che se c’è un posto dove è possibile tentare nuove sperimentazioni, questo è – e potrà essere sempre più - il Trentino.

Ma come riuscirci? Quali sono le difficoltà? Ascoltando le storie di tante persone, ognuna con le proprie paure e le proprie speranze, emerge un quadro di un grande potenziale ancora da esprimere, ma inserito all’interno di una società complessivamente stanca, poco vitale, percorsa meno dal desiderio e più dal timore di perdere qualcosa.

Insomma, più frustrata e meno felice.

Questo clima è quello che più mi preoccupa, ed è quello che più dobbiamo combattere!

Dobbiamo farlo sia perché non esiste un futuro per le civiltà che non hanno la spinta fornita dal sogno, dalla speranza e dalla fiducia in un mondo migliore, sia perché abbiamo potenzialità enormi da sfruttare: se non ci riusciamo noi a reinterpretare un ruolo nel nuovo mondo di oggi, chi può riuscirci?

Per questo devo chiedermi e chiedere a voi: chi vogliamo essere?

Il problema non consiste semplicemente nell’allocare mezzi e risorse in relazione agli interessi – pur legittimi - che ci sono, ma creare beni sociali, anche molteplici, che rafforzino il nostro progetto e che lo sviluppino.

Può quindi sembrare strano, ma a me sembra che dobbiamo rivalutare la sfera pubblica, proprio qui, dove si continua a celebrare l’autonomia e l’idea di comunità.

Abbiamo già parlato delle potenzialità di strumenti come il fondo di sviluppo del territorio, e di come il pubblico possa e debba intervenire per sostenere imprese e settori che possono generare sviluppo e lavoro.

Ma pensiamo alle occasioni fornite dalla filiera del legno, all’esempio delle case in legno Sofie, che non siamo riusciti a concretizzare in un grande progetto produttivo per il Trentino: ecco un esempio virtuoso, dove poteva intervenire la Provincia, nell’aiutare a creare filiere, nel mettere assieme persone, nel finanziare startup.

Ma occorre crederci, mentre oggi nemmeno negli appalti pubblici riusciamo a valorizzare questo settore.

Vendere un progetto e aiutare a generare un’impresa, non - come si fa di solito - comprare un’impresa e rivendere i muri, ammesso che ce li possano ricomprare.

Questo per me è la nostra funzione pubblica autenticamente generativa.

Insieme a questo, con lo spirito di chi guarda oltre, oggi credo sia arrivato il momento di lanciare il nostro prossimo obiettivo: andare oltre il rischio dei 1000 rivoli che non fanno sistema tra di loro.

Oggi la contribuzione pubblica è troppo settorializzata, spesso poco incisiva proprio perché suddivisa, burocratizzata.

Non può essere l’impresa o i suoi consulenti ad andar dietro a questi mille rivoli in cui si dipana il supporto provinciale.

Dobbiamo creare un sistema semplificato che sia volano di sviluppo locale, che sappia rispondere alla necessità per le piccole imprese trentine di fare rete per ottenere economie di scala, puntando su filiere di servizi.

Occorre investire su capitale umano e sul benessere e favorire un sistema lavoro più vicino alle famiglie, in particolare alle donne, oggi lacerate anche dal conflitto tra  tempi di cura e tempi professionali, attraverso gli incentivi alle imprese per la conciliazione famiglia – lavoro, ma anche anche attraverso nuovi strumenti come  il Family Audit.

Serve una piattaforma su cui cresce il privato, ci serve un nuovo ruolo guida del pubblico, chiaro, incisivo, circoscritto.

Dobbiamo rivedere una legge unica dell’economia che di “unico” ormai ha solo il nome.

Dobbiamo creare un interfaccia che permetta a un progetto di impresa di diventare azienda nel più breve tempo possibile.

Nel turismo, nell’agricoltura, nell’industria, diamo contributi con mille sfaccettature, con mille settori parcellizzati ed alla fine tutto confluisce nello stesso calderone.

Un settore che sarà sempre più cruciale per supportare un’economia che si confronta con il mondo, è quello della ricerca e negli ultimi anni sono stati lungimiranti gli ingenti investimenti effettuati.

Dopo una forte crescita del settore, che ha portato ad affiancare all’Università fondazioni come FBK e Fondazione Mach e associazioni come Trento Rise, con il coinvolgimento di Trentino Sviluppo per il collegamento con le imprese, oggi il sistema necessita di una rivisitazione.

Riusciamo a motivare i nostri ricercatori con sistemi premiali anche legati al valore dei brevetti prodotti? In altri ordinamenti sono previste vere percentuali.

Riusciamo a salvaguardare la ricerca di base che l’Università ha il dovere e il diritto istituzionale di portare avanti ma a legare in maniera davvero efficacie la ricerca applicata alle imprese?

La forza della sempre decantata Germania sta anche in questo; pensiamo ad esempio al settore del tessile, spesso indicato come emblema della delocalizzazione, che è riuscito lì a riconvertirsi grazie alla capacità delle imprese di “entrare” nelle università e di indirizzare la ricerca applicata sfruttando la tecnologia anche in un settore che per l’opinione comune è di “bassa manovalanza”.

Per questo dobbiamo semplificare lo scenario contributivo pubblico, rifuggendo la tentazione di suddividere ciò che arriva alle imprese in relazione ai centri di potere in cui si organizza la macchina provinciale.

Per questo nella nuova legislatura e forse già nell’ultimo scampolo di questa dovremo lavorare.

Concentriamo gli sforzi sui settori competitivi, accompagniamo i settori in difficoltà con politiche rigenerative, salvaguardando le competenze e l’occupazione, rilanciando su settori nuovi. Voglio fare un esempio: abbiamo deciso di investire quasi 100 milioni di euro sul progetto di Manifattura a Rovereto, ma a 4 anni dall’avvio si celebra appena la prima gara d’appalto per realizzare i lavori. Si era detto di puntare sull’ecosostenibilità, sulla green economy per rigenerare il tessuto produttivo roveretano, oggettivamente in fase critica; bene, serve rigenerare vitalità attorno a quel progetto, che pare essersi chiuso all’interno di dinamiche estetiche, più che pragmatiche ed orientate alla velocità dell’economia che corre.

Era corretta l’intuizione, perché la green economy ben si lega al Trentino, alle possibilità di creare sviluppo in un territorio dove l’ambiente è simbolo, ma oggi possiamo dire che forse lo sviluppo non lo si crea creando l’ennesimo involucro, costruendo l’ennesimo immobile con l’ennesima società di scopo.

Servono investimenti positivi per il territorio, non deve esserci la dicotomia efficienza / assistenzialismo, ma generatività, dobbiamo chiederci cosa abbiamo generato, dobbiamo generare virtuosità.

Ci sono ampi spazi per inventare nuovo lavoro.

Per creare le condizioni, dobbiamo investire con coraggio nella crescita dei nostri giovani: sosteniamo con ogni mezzo la possibilità di periodi di studio all’estero, sia l’anno alle superiori, sia l’anno all’Università, siano periodi lavorativi. In un momento in cui l’Europa frena sull’Erasmus, questi rappresentano investimenti chiave.

Per la padronanza delle lingue, certo, ma ancor più per l’apertura mentale, per l’allargamento di orizzonti e relazioni che porteranno il Trentino nel mondo e un po’ di mondo in Trentino.

Pensiamo anche al nostro numeroso personale pubblico, dove vi sono competenze, passioni, sensibilità, che non attendono che di venire riconosciute e premiate.

Rimotiviamo queste competenze, cerchiamo nuove formule: perché non mettere insieme una squadra formata da sociologi, ingegneri, economisti, e altri ancora, una pattuglia a favore dello sviluppo? Ci sono già esempi reali in questa direzione.

Ebbene selezioniamoli e mandiamoli in giro a fare i designer dell’innovazione, a mettere in rete, non semplicemente a rispondere a bisogni ma a generare nuovi ingaggi, a trasformare vaghe domande in precisi commitment. Insomma, a inventare il nuovo!

Oggi non è il lavoro in generale che manca, e che mancherà sempre più, ma un certo tipo di lavoro. Come politica dobbiamo sentire il forte dovere di identificare quello che si può meglio generare, per rispondere alle attuali e future esigenze di una società sempre più interconnessa con il mondo. Questa deve essere la nostra prospettiva.

La funzione della politica, ha detto il Presidente Dellai è quella di “accompagnare umilmente la comunità”, cito testualmente.

Qui devo dissentire.

Forse nelle fasi “ordinarie” della storia la politica può limitarsi a ben amministrare, accompagnando una società serena dove famiglie e imprese svolgono la loro vita senza grossi problemi.

Nelle grandi fasi di cambiamento, che ciclicamente avvengono, invece la politica ha la grande responsabilità di essere contemporaneamente faro e sintesi delle capacità innovatrici della società.

Oggi viviamo una di queste fasi, ed oggi più che mai la politica deve essere forza attiva generatrice di sviluppo, deve aiutare a mettere in movimento un’identità collettiva, attuare correzioni, compiere svolte progettuali.

Forse non potrà rendere felici le persone, ma deve permettere di generare nuove visioni di comunità, con una nuova forma di cittadinanza.

Io sono consapevolmente ed orgogliosamente trentino, ma sono anche necessariamente – e direi ancor di più – un essere umano. Non voglio quindi pensare al nostro radicamento in queste terre come a un confine antropologico, un limite alla potenzialità di espressione, bensì il punto di vista da cui guardiamo le cose.

Oggi perciò dobbiamo chiederci non solo chi vogliamo essere ma anche che immagine del Trentino vogliamo offire nello spettacolo del mondo globale.

Grazie


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