Il dibattito sulle Primarie

- Lettera a "L'Adige"di Giacomo Pasquazzo - Circolo Pd Valsugana e Tesino, 19 settembre 2012
- Lettera a "L'Adige"del 20 settembre di Luca Paolazzi - Circolo Pd Lavis Zambana Nave S. Rocco, 20 settembre 2012

Gentile direttore,

colgo il suo invito a ragionare su quanto accadrà con le elezioni politiche nel 2013 in Italia: in particolare il suo editoriale si è incentrato e focalizzato sul campo progressista, sulla figura di Matteo Renzi. Lei ha detto che l’establishment romano del PD si è schierato tutto in blocco contro Renzi: ha parlato di autoreferenzialità della classe dirigente romana e di una mancanza spaventosa di idee e proposte contrapposte ad una “immateriale” presenza di un senso di vittoria come ai tempi di Occhetto. E’ fuori discussione che finora si è parlato solo di uno scontro basato sulla distinzione del colore dei capelli più che di diverse visioni programmatiche su come guidare l’Italia all’uscita da questa crisi ed, in particolare, come guidare l’Italia a riprendere a correre. L’agenda Monti ha trovato i suoi limiti e sembra arrollevarsi, più che contro i poteri economici forti e nascosti che hanno affossato e stanno affossando il Bel Paese, contro i suoi stessi cittadini come lavoratori, auspicando la fine dello Statuto dei Lavoratori. E’ l’agenda Monti l’unica proposta politica presente al momento ed il campo progressista non può accettare, non deve assolutamente conformarsi ad una agenda posta dagli attori dei mercati sregolati che ci hanno condotto fino a qui. E’ una questione culturale. Va ricordato che l’ideologia di fondo del berlusconismo era “con le tasse troppo alte, mi sento moralmente autorizzato ad evadere” e “l’economia si regola da sola”: il PD ha il vantaggio culturale di appartenere al campo socialdemocratico, a quelle idee che impongono regole all’economia affinchè essa possa veramente dare le stesse possibilità, gli stessi diritti a coloro che vivono sotto la soglia di povertà e a coloro che hanno i milioni alle Cayman. L’orizzonte politico di riferimento deve essere la Costituzione, troppo spessa dimenticata: l’art. 41 dice che “l’iniziativa econimica privata è libera” MA “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. Il PD ha il vantaggio culturale epocale di poter affermare, assieme ad Hollande, che chi più ha può pagare una quota in più in questa crisi: rispettando quell’art. 53 della Costituzione che parla di progressività della tassazione. Ora tutti i problemi dell’Italia non possono essere adossati allo Statuto dei Lavoratori, ai diritti e doveri sussegguenti alla Carta Costituzionale: i problemi vanno ricercati, per esempio, lì dove vi è l’evasione fiscale e dove muore lo spirito civico della Costituzione. Spirito civico sì, è questo che serve in questo momento. Serve parlare al cuore dell’Italia e dire con maggiore decisione che è giunta l’ora che siano gli Italiani a scrivere l’agenda del domani e non uno solo. E’ questo lo spirito delle primarie, lanciare idee, proposte come la tassazione dei grandi patrimoni o delle grandi eredità (sull’esempio del governo Prodi) e la lotta serrata all’evasione fiscale: almeno, questo era lo spirito delle primarie finchè non sono diventate occasione di scontro personale. Certo, il PD deve far rispettare le sue stesse regole sul limite dei mandati SENZA ALCUNA DEROGA. Nel marasma di scontro personale romano, la classe dirigente locale (che dovrebbe impegnarsi a proporre qualcosa per il Trentino del 2013 visto che finora permane il buio totale) è invece impegnata a sostenere il rottamatore, quando poi nella storia personale hanno svariate legislature alle spalle (Margherita Cogo eletta nelle istituzioni per la prima volta nel lontano 1985, Luigi Olivieri eletto a Pinzolo nel 1990, Andrea Rudari eletto in Consiglio comunale a Trento nel 1990, Alberto Pacher vicesindaco dal 1995 al 1998 e poi Sindaco fino al 2008 anno in cui diventa Vicepresidente PAT, Alessandro Andreatta sedutosi in consiglio a Trento nel lontano 1995) : chissà come verrà rispettato lo Statuto, a livello locale, sul limite ai mandati. Sembra una situazione gattopardesca,no? Insomma, da progressisti nel 2013 non possiamo dire certo che Dellai è nuovo, tanto per fare un esempio. Restiamo sempre in Trentino, la Provincia fatica a trovare i soldi per ristrutturare le scuole nel rispetto delle norme di sicurezza minime dell’antisismica, mentre lauti fondi sono presenti per le sfavillanti micro-caserme: rappresenta “qualcosa di nuovo” continuare in questa maniera? Non credo proprio. Di fronte poi alle domande sui problemi di Ilva e Alcoa non possiamo dire, come ha fatto Renzi a "Vedrò", “non sono l’enciclopedia Treccani”: “i problemi degli altri sono uguali ai miei” diceva un toscano troppo spesso dimenticato, don Milani. E’ora di dire e proporre all’Italia un’alternativa basata su sogni e speranze che in Francia, in pochi mesi, stanno diventando reali. E’ ora di trovare una terza via fra l’autoreferenzialità dirigista dei plenipotenziari romani ed il rottamare “per mantenere” gattopardesco in salsa trentina. C’è tutto un movimento europeo veramente convinto che l’Europa possa essere costruita dai cittadini, più che diretta dalle banche che finora hanno spadroneggiato portandoci alla crisi: ci sono cittadini che chiedono una alternativa, guardando con  favore all’Europa come federazione di Stati. Pertanto, credo che l’adesione di Renzi all’agenda Monti non rappresenti qualcosa di nuovo, anzi: reputo l’Agenda Monti un rintocco finale della campana di un capitalismo sfrenato che ha conosciuto una delle sue ultime suonate. Ora si apre una fase nuova in cui i cittadini chiedono di poter contare di più, si veda l’esempio islandese…giusto per restare nel “Vecchio Continente”.

Ultimo punto, ho ventun’anni e potrei essere proprio uno dei sostenitori della tesi renziana, peccato.

LUCA PAOLAZZI

Ho letto con interesse le riflessioni del Presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti in merito all’istituto delle primarie e alle dinamiche da questo innescate all’interno del PD, tanto a livello nazionale quanto provinciale (L’Adige, 15 settembre 2012), concordando in larga parte con le opinioni espresse. 

Credo innanzitutto che le primarie siano uno strumento che, in quanto tale, va utilizzato in maniera funzionale rispetto allo scopo di selezionare il candidato ad una procedura elettorale. Ma che, al pari di ogni altro strumento, può anche non essere utilizzato o esserlo alternativamente ad altri strumenti. In tal senso non condivido l’approccio di chi vede nelle primarie una sorta di mito fondatore del PD, né di coloro che reputano l’utilizzo di questo strumento come apriosticamente ed apoditticamente indispensabile. Per lo stesso motivo ritengo vi siano occasioni nelle quali, subordinatamente ad un processo interno in grado di scongiurare una moltitudine di candidature correntizie o simboliche, le primarie siano un utile strumento di selezione, legittimazione e partecipazione.

In secondo luogo, credo che lo strumento delle primarie sia spesso utilizzato in alternativa alla pratica politica della mediazione, delegando ad altri, nel caso del PD non solo agli iscritti, scelte di competenza del partito. In questo modo, e in maniera ancor più marcata in caso di un uso reiterato e compulsivo delle primarie, si contribuisce a trasportare nella società gli scontri interni ai partiti, veicolando la creazione, sia dentro che fuori, di quelli che Dorigatti ha definito come dei “fans club”. Che, in quanto tali, sono spesso maggiormente concentrati sul supporto personalistico del candidato di riferimento piuttosto che sui contenuti programmatici da questo proposti. In questo modo la personalizzazione del processo di selezione svuota lo stesso di contenuti politici, mortificando il dibattito interno e la costruzione di strategie programmatiche condivise.

In terzo luogo, conseguentemente, credo che le primarie siano anche il segno della debolezza dei partiti, sempre più incapaci di svolgere una funzione di aggregazione e di sintesi nonché di porre in essere dei meccanismi di selezione e formazione della classe dirigente, delegando come già detto tale selezione a pure logiche consensuali. E proprio il trionfo della logica consensuale è spesso la causa dell’inefficacia delle primarie nel selezionare il candidato più competente, qualificato, ed adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Motivo questo, cioè la coerenza tra la scelta del candidato e l’attuazione del programma, che, soprattutto in una logica coalizionale, impone da un lato che la definizione del programma anticipi la selezione del candidato e dall’altro il primato del partito -o della coalizione- sui singoli.

In quarto luogo, concentrandomi sulle primarie del PD, l’apertura delle stesse anche ai non iscritti rischia di mortificare il ruolo dell’iscritto e la centralità che questo deve avere nelle scelte del partito, compresa la selezione dei candidati. Ammettere, come qualcuno ha fatto, che Renzi può vincere le primarie solo se queste non saranno aperte ai soli iscritti del PD, quasi sperando in un maggior contributo dei non tesserati, è sufficiente a far capire la scarsa concezione che alcuni esponenti hanno del partito e dei suoi tesserati. Senza contare che i non-iscritti intervenuti alle primarie non costituiscono una base stabile e duratura del partito e quindi non contribuiscono alla vita e alle scelte che il partito compie, indipendentemente dalla scadenza elettorale, ad ogni livello di governo. E i danni di questa discrasia rischiano di palesarsi soprattutto nelle realtà più piccole, dove, provando ad esemplificare, è possibile che il segretario di un circolo sia eletto anche indipendentemente dalla volontà maggioritaria del circolo stesso (inteso come l’insieme degli iscritti che frequentano le riunioni di circolo con costanza), salvo poi, nel corso delle scelte settimanalmente assunte, doversi confrontare con i soli iscritti partecipanti alla vita del circolo, con il rischio di essere delegittimato proprio da coloro che costituiscono il nucleo forte di quel circolo.      

Da ultimo, non credo siano le primarie lo strumento adeguato a garantire la discontinuità da più parti invocata, in particolar modo perché la discontinuità deve realizzarsi soprattutto nelle idee, nelle scelte e nelle strategie politiche, prima che nelle persone o, peggio, nei personalismi. Credo che l’idea di creare discontinuità attraverso le primarie, cioè indipendentemente dall’elaborazione politica all’interno dei partiti, nasconda solo una pericolosa vaghezza.


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