Sergio Rizzo, il Trentino e il neo-centralismo

Con la cadenza di puntualità, magari degne di miglior causa, Sergio Rizzo, giornalista di "razza" e che spesso leggo con piacere, ritorna nei giorni scorsi- sulle pagine del "Corriere della Sera"- sul tema degli sprechi, indicando al pubblico "disprezzo" le Regioni - ed anzitutto quelle rette da Statuti speciali - quale origine dei non pochi mali che affliggono il bel Paese.
Bruno Dorigatti, 30 agosto 2012

Pur senza voler accentuare i toni di una polemica, a questo punto probabilmente sterile stante le granitiche posizioni di certi pregiudizi antiautonomistici, mi permetto solo di rammentare come, almeno nel caso del Trentino Alto Adige / Südtirol, la specialità autonomistica non è quella sciagura nazionale dipinta da Rizzo, quanto forse uno strumento semplice - e la cui diffusione su tutte le realtà territoriali del Paese non guasterebbe - per fare di questa terra un modello che, con tutti i suoi innumerevoli difetti e limiti, viene indicato da decenni quale laboratorio della convivenza e dell'innovazione, in una situazione sociale, politica, ambientale e storica oggettivamente difficile.

Rizzo scrive, ad esempio, che: "Da quando sono nate le Regioni, oltre quarant' anni fa, sono più le cose che non hanno funzionato". Ed ancora: "L'autonomia si è rivelata talvolta un comodo paravento per dissipare denaro pubblico, senza che lo Stato possa metter in atto contromisure". Capisco la compiaciuta severità censoria d' occasione, ma non dimentico, così come credo non lo scorda nessuno dei cittadini di questa particolare geografia di confine, che nel periodo che va dal 1957 al 1988 qui ci furono oltre trecento attentati, con parecchi morti e feriti e che queste valli rischiarono di trasformarsi in una sorta di Irlanda del nord alpina, dove solo un'accorta politica di equilibri e di dialogo interetnico ha evitato ben più amari destini di quelli vagheggiati dalla prosa di Rizzo.

Certo, con nulla non si ottiene nulla, ma, in coscienza, sono convinto che nessuno possa, dopo aver conosciuto questa realtà, ritenere che qui l'autonomia sia uno spreco. Ogni giorno, pur nei confini dell' agire umano, l'autonomia la tocchiamo concretamente attraverso un almeno decente sistema infrastrutturale; un'urbanistica segnata da regole e rigore; un welfare vicino al cittadino e più somigliante all' esempio scandinavo che non ad altri; una sanità funzionante ed, in definitiva, una qualità del vivere parametrabile ai moderni standard europei.

Nessuno nega la crisi e le difficoltà del momento, nonché il dovere di partecipare responsabilmente al salvataggio complessivo del Paese, ma non è nell' "abolizione degli Statuti speciali" che risiede la ricetta salvifica. Il malcostume italico non ha infatti una genesi unica e le ricette del "centralismo statalista" non risolvono nulla, come ben ci insegna la lezione dello Stato liberale prima e fascista poi. I mali italiani stanno infatti dentro le radici stesse dello Stato unitario e nelle modalità della sua composizione, con buona pace di Rizzo e di quanti ritengono che le autonomie speciali siano una zavorra ben più pesante del latifondo; dell'incertezza sulla certificazione della proprietà; dei fenomeni mafiosi anche meno evidenti; della tassazione indiscriminata sui redditi fissi anziché sui patrimoni; dell'evasione fiscale e delle troppe promesse mai mantenute. Davanti a simili scelte fra un modo di vivere e l'altro, non so quale sia la scelta di Rizzo, ma sono certo di dove sta il Trentino.


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