Zaino in spalla: il civismo delle Terre Alte

L'intervento di Lorenzo Dellai pubblicato sul numero di luglio di "Tamtàm Democratico". "Abbiamo imparato da Alcide Degasperi e dagli altri padri fondatori del nostro assetto istituzionale che l’autonomia è prima di tutto responsabilità, è esercizio difficile di “appartenenze plurime”.

Siamo in un tempo nuovo, nella nostra Italia di sempre. Non è chiaro quale sarà la prossima realtà politica che il tempo ci riserva, ma le analisi catastrofiche sulla situazione italiana, quasi fossimo, come paese, vicini alla fine, ci inducono a pensieri neri. Poi però guardiamo a ciò che abbiamo, a quel che siamo capaci di fare e il futuro si rischiara e ci fa sentire un popolo che ha il benessere più a portata di mano di tanti altri. Ci tormenta il pensare ondivago, tra il pessimismo e l’ottimismo, che ci ostacola a vedere le cose come sono e ci impedisce di concentrarci sul fare, lasciandoci adagiare sulla schiuma delle nervature psicologiche medianiche. Quel che è certo e che abbiamo bisogno di ritrovare il senso della nostra marcia. Non possiamo giocare in difesa.

La politica ha questo compito, non da sola, non la sola, di aiutare il paese a trovare la sua strada. Negli ultimi anni la politica è invece apparsa sostanzialmente l’ostacolo in questa ricerca. Il governo Berlusconi, tanta è la distanza che aveva creato fra sé e il paese, sembra ormai appartenere a un’epoca remota. Il fallimento di Berlusconi è il fallimento dell’intero progetto che aveva venduto al paese, ed è crollato sotto le macerie della crisi finanziaria. Aveva promesso un liberalismo di massa, ma si sono viste solo tasse. Aveva esordito in politica sull’onda dell’emozione anti corruzione di Tangentopoli per portare pulizia, ma tutti abbiamo sotto gli occhi il profilo etico offerto nella vita pubblica e anche in quella privata.

E che dire della Lega Nord, la più grande mistificazione della politica italiana degli ultimi vent’anni? Dovevano spazzare via il malgoverno e gli sprechi, dare un ruolo nuovo al nord, di protagonista del cambiamento epocale. Dopo una lunga esperienza di governo, che vorrebbero far dimenticare con questi ultimi mesi di opposizione, tornano a casa con le mani vuote. Non le loro, che magari saranno anche piene di nuovi sindaci, presidenti di provincia, di governatori, ma della gente del nord, che si ritrova oggi più tasse di prima, servizi meno soddisfacenti e con l’impressione, profonda e lacerante, di aver sprecato un’occasione, di aver giocato il buon nome del nord per nulla. Il tutto condito con lo scandalo dei fondi pubblici destinati al partito e finiti in maniera che forse è meglio definire rocambolesca, per non usare espressioni più crude.

La Lega ha fallito nel suo compito di dare al nord più autonomia, più libertà, più sicurezza. Un movimento politico nato come anti-sistema ha contribuito a sostenere il più personale, il più accentrato, il più inefficiente dei governi.Le colpe della Lega non solo d’inefficienza, ma sono più grandi ancora. Ha speso tutto il credito del nord non per riformare il Paese, bensì più semplicemente per affermare un potere di gruppo, di partito, in nome di un popolo che meritava ben altra rappresentanza. Oggi ahimè i problemi del nord rimangono intatti.


C’è un’autonomia da difendere da rigurgiti di neo-centralismo; c’è la sicurezza a cui tutti i cittadini hanno diritto e c’è una tradizione che deve essere difesa e sviluppata; c’è una crisi economica che deve trovare migliori soluzioni. Ma non può più essere la Lega Nord l’interprete del riscatto e dell’orgoglio del nord. Il nord ha fatto l’Italia; ha creato le maggiori imprese e dispone del tessuto più ricco di piccole imprese di tutta Europa. Ha diritto a rivendicare la qualità della spesa pubblica e ha diritto a reclamare le risorse per lo sviluppo. Ma deve cambiare l’approccio: meno folclore e più strategia. Più pensiero sulle cose di cui il nord ha bisogno e meno “masanielli”, sia pure con la parlata del nord.

La tradizione del nord non è fatta da “arruffapopoli”, ma da gente concreta che ha ben presenti i problemi e le necessità di un territorio, che sa vedere oltre il proprio naso e sa guardare oltre i suoi confini. Questo nord aspetta nuovi interpreti politici generali, che sappiano far pesare le nostre regioni sul piano delle scelte strategiche nazionali. Abbiamo bisogno di mettere la responsabilità personale al centro della politica, ma abbiamo anche bisogno di maggiore relazionalità a tutti i livelli.

Abbiamo il nostro modo peculiare, italiano, di fare impresa e di fare sociale, non è il decisionismo che ci manca (semmai le decisioni), ma il crescere insieme, un darsi obiettivi collettivi e condivisi. Dobbiamo riprendere il primato della comunità, che ha permesso a molti di avere una promozione economica e sociale senza penalizzare nessuno. Nel mio Trentino comunità e cooperazione sono due tratti distintivi di cui siamo molto orgogliosi. Coniugano il fare impresa con la solidarietà e soprattutto con la libertà. Ognuno persegue il proprio successo non prescindendo però dal resto del mondo, ma proprio grazie all’agire collettivo, di cui le Comunità di valle sono buona prova, ognuna rafforza l’altra.

Il mio invito è che la politica, che è collettiva per definizione, riprenda e sviluppi questa caratteristica peculiare del nostro paese e l’accompagni con proposte, norme di legge, contesti amministrativi che ne valorizzino l’operato. La responsabilità personale, il coraggio di metterci la faccia per le cose in cui si crede devono andare di pari passo con la riscoperta della politica come formazione della volontà collettiva e nella liberta di scelta di ciascuno.

Su queste basi può essere costruito il futuro del nord e il futuro dell’Italia. Non si tratta di un’attitudine e neppure di formule schematiche, quanto di linee guida che aiutino la creazione di una nuova fase del paese. C’è, nel nord, un’area particolare, dove questi processi impattano in maniera ancora forte: è l’area alpina, della montagna e delle valli.

Queste “Terre Alte” sono, oggi, insieme, luogo esponenziale di cambiamenti e di contraddizioni, ma anche un grande giacimento di “risorse”. Sono territori nei quali si esprime il rischio di spaesamento, di fronte al venir meno delle forme tradizionali dei servizi, pubblici e privati – dagli uffici postali ai piccoli negozi; dalle piccole scuole ai parroci – del lavoro, della rete istituzionale.

Ma le “Terre Alte” custodiscono anche risorse preziose per tutti. Risorse naturali, paesaggistiche, culturali e civili. Custodiscono una grande parte del patrimonio di volontariato, di mutuo aiuto, di autogoverno: insomma, di quei valori civili ai quali bisogna pur attingere per ritrovare la via d’uscita dal labirinto dei falsi valori nel quale il paese si è cacciato dagli anni novanta in poi. Le “Terre Alte” hanno custodito anche, in questi anni, un’altra risorsa preziosa: una cultura politica autonomistica, vera alternativa sia al neocentralismo sia al separatismo. Una cultura politica autonomistica che si esprime oggi attraverso tante formazioni politiche territoriali che, lungo tutto l’arco alpino, interpretano antichi valori e bisogni di modernità.

Noi trentini siamo autonomisti da sempre. Lo eravamo quando il Trentino era parte dell’Impero Austro-Ungarico; lo siamo stati e lo siamo nell’ambito dell’Italia. Sappiamo, lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, che nazionalismi e separatismi sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia che non ci piace. Abbiamo imparato da Alcide Degasperi e dagli altri padri fondatori del nostro assetto istituzionale che l’autonomia è prima di tutto responsabilità, è esercizio difficile di “appartenenze plurime”.

Queste espressioni politiche oggi sono molto marginali nella rappresentazione stereotipata ed artificiosa che la politica dà del nostro Paese e sono escluse dal circuito mediatico che mette in scena un racconto tutto ambientato nei paraggi dei palazzi del potere. In questo racconto la voce politica della montagna, delle sue città come delle sue valli, semplicemente non c’è. Ma c’è nella vita reale.

Per quanto mi riguarda, ho deciso di impegnarmi a fondo, affinché queste forze si mettano in rete, si facciano conoscere, si rafforzino in modo federato, per offrire così il proprio contributo ad una politica italiana che torni a essere più vera, meno artificiale, più capace non tanto di “parlare al Paese”, quando di abitarlo, di capirlo, di viverlo.

Ritornare al Paese è qualcosa che va oltre le sue esigenze economiche, di sistema, ma è un profondo ripensare a ciò che fa di noi, del nostro paese, qualcosa di significativo, che merita di essere amato, di crescere nei tempi nuovi, non solo come memoria del passato. Ritornare al Paese è perciò un’operazione che richiede grande creatività, perché il nostro passato rappresenta un vantaggio competitivo non da riservare alla contemplazione, ma per innovare, inventare il nuovo che si agganci al mondo che cambia.

E allora, “Zaino in spalla!”. Sono queste le parole che precedono la partenza di una comitiva in montagna, quando un gruppo di amici sta per cominciare il cammino oppure per riprenderlo, dopo una pausa. Parole dai molti significati. Invitano a partire, a non indugiare oltre nell’attesa, perché spesso il cammino non è né breve né agevole. Si intende che ognuno porta la sua parte, il peso che è giusto: non di più, non di meno. Nel primo caso non si supera la salita e si resta indietro; nel secondo si fa i furbi e si viaggia “a spalle degli altri”. E questo è contrario allo spirito della montagna, che è spirito di condivisione.

Vuol dire stare insieme. In cordata. E davanti va chi conosce il sentiero. Il capo cordata, che tale è perché tutti hanno fiducia in lui, della sua capacità di leggere i segni e di portare gli amici fino al rifugio, anche se il tempo peggiora, anche nelle nebbie che talvolta nascondono le cime e confondono il paesaggio conosciuto. Abbiamo bisogno anche noi italiani di dirci e sentirci dire: “zaino in spalla!”. Di riprendere il cammino, in cordata, dietro capi degni di fiducia e di rispetto, caricati di un peso giusto e proporzionato alle capacità. Abbiamo bisogno anche noi italiani di ripartire, di non indugiare oltre, di ritrovare le tracce del sentiero. Perché le nebbie nascondono le cime e coprono la meta, ma non le cancellano. Basta ritrovare il sentiero, se per un attimo lo si è perso. Riprendere il cammino per ritrovare l’Italia.
E allora... “Zaino in spalla!”.