Salviamo la Regione credendo nella gente

Potremmo provare a parlare di politica in senso alto, senza timori di incrinare equilibri oggettivamente molto delicati, senza timore di incrinare equilibri politici basati su appartenenze sovrapposte. Magari confidando nella maturità della gente, della nostra gente, che molto spesso è più avanti e più forte di quanto noi "della politica" immaginiamo.
Alberto Pacher, "Corriere del Trentino", 22 giugno 2012

Il dibattito sui destini della nostra Regione, tradizionalmente segnato da un andamento carsico dovuto - credo - tanto alla sua complessità quanto allo scarso appeal che esercita sull'opinione pubblica, sta attraversando un buon momento. Come spesso accade, grazie anche ad una dichiarazione forte  del Presidente Durnwalder che ha nuovamente esplicitato uno stato d'animo , piu' che una convinzione, piuttosto diffuso a nord di Trento sulla dubbia utilità della Regione.

Devo dire che se dovessi basare le mie convinzioni solo sull'esperienza di Consigliere regionale non potrei che condividere questa sensazione di inutilità. Tra le diverse articolazioni del mio - e nostro - impegno politico istituzionale le sedute del Consiglio Regionale sono di norma ( fatta salva qualche memorabile eccezione )  il momento piu' frustrante, in cui ci si sente piu' inutili, in cui si ha frequentemente la sensazione di "buttare via" una giornata. Sedute intere trascorse a discutere di mozioni ed ordini del giorno, in cui e' davvero molto raro l'avere la sensazione di partecipare alla costruzione di qualcosa di positivo o comunque importante per le nostre comunita', per la nostra gente.

Naturalmente, in questi anni ho provato a chiedermi il perche' di questo svuotamento del senso politico - e non tanto di quello amministrativo, che a mio vedere in questo momento ha un rilievo secondario - della Regione e quindi della sua Assemblea. Il perche', anche, di una situazione abbastanza paradossale in cui mentre da un lato si cerca di costruire una importante soggettività politica sovranazionale attraverso l'Euregio, dall'altra non si riesce a dare senso ad un possibile momento di confronto su scala regionale quale potrebbe essere il nostro Consiglio.

Altri , certamente con argomenti importanti, hanno in questi anni affrontato in profondità la questione, individuando certamente alcuni importanti nodi tematici all'origine di questa situazione.

Tra questi uno, forse meno investigato di altri, credo risieda in un fattore storico, in una mancanza storica, che ha condizionato e continua a condizionare la qualità del rapporto tra la componente regionale  di lingua e cultura "tedesca" e quella italiana. Si tratta del mancato riconoscimento di due sofferenze che si sono, col tempo, certamente affievolite ma che, proprio perche' non riconosciute, non sono state davvero elaborate.

La prima e', naturalmente, la sofferenza del popolo sudtirolese, un popolo che ha visto la propria terra annessa per via diplomatica ad un Paese con cui non c'entrava nulla, la cui lingua, cultura, tradizioni, architettura, gastronomia, i cui " tratti somatici " erano e sono del tutto diversi. Un Paese nel quale loro, i sudtirolesi, non volevano stare, in cui non si riconoscevano, che non gli assomigliava per nulla. Già questo sarebbe stato molto pesante per qualsiasi popolo, se poi contiamo che pochi anni dopo l'annessione il Governo italiano ha attuato una sciagurata - e per fortuna non riuscita - politica di azzeramento culturale ed identitario nei confronti dei sudtirolesi, e' chiaro come questo abbia generato una profonda, vera e " non negoziabile " sofferenza. Anche il bisogno di costruire una propria epica fatta di eroi e di martiri ( veri ).

La seconda, legata e dipendente dalla prima, e' la sofferenza degli italiani, delle migliaia di uomini e donne, spesso provenienti dalle aree piu' arretrate d'Italia, che si sono trovati gettati in un territorio diverso, tra gente che, inevitabilmente, li identificava  come strumenti dello scellerato progetto di italianizzazione del Sudtirolo, tra gente che non li voleva. In un contesto freddo ed a volte ostile che, magari, non avrebbero trovato in altre terre di emigrazione, in quegli altri posti piu' lontani in cui erano dovuti emigrare tanti e tanti loro compaesani.

Due sofferenze vere e profonde che, in assenza di un reciproco riconoscimento, hanno generato per anni diffidenza e contrapposizioni. E noi tutti sappiamo bene che il semplice trascorrere del tempo non puo', da solo, portare al superamento, all'elaborazione di sofferenze così profonde e vere. Questo vale per ogni persona, per ciascuno di noi, ma anche per una comunita'  o per una societa' , le quali hanno anch'esse una propria vita psichica, anche forse un proprio inconscio.

Certo, ci sono stati gli accordi internazionali, lo Statuto di Autonomia, la crescita economica ed un benessere diffuso , l'intelligenza politica della SVP e di altri soggetti politici che hanno certamente aiutato a contestualizzare e certamente ad attenuare queste sofferenze, pero' io sono convinto che si dovrebbe e si potrebbe fare di piu'. Chissà che effetto farebbe, e che bello sarebbe, se un giorno il Governo Italiano dicesse alla comunita' sudtirolese "...si, avevate ed avete ragione; noi italiani abbiamo compresso quando non negato il vostro diritto ad essere e sentirvi altro da noi, siamo stati gli interpreti di un sopruso deciso a livello internazionale dalle potenze vincitrici. Scusateci per quelle pagine di storia di cui nessuno potrà mai essere orgoglioso e di cui un po' ci vergogniamo . Pero' ora possiamo, assieme, costruire nuovi scenari in cui le diverse identità divengano elementi di base per nuove e piu' larghe appartenenze, per coraggiose sperimentazioni di un assetto dello Stato capace di valorizzare davvero le autonomie territoriali. "

Che bello sarebbe, e che bene farebbe alla costruzione di un linguaggio emotivo comune all'interno della comunita' sudtirolese

Sarebbe bello, mi piacerebbe molto, ma non so se accadrà , almeno nel medio periodo.

Pero' forse potremmo noi, noi abitanti la Regione , fare qualcosa del genere. Potremmo provare a parlare di politica in senso alto, senza timori di incrinare equilibri oggettivamente molto delicati, senza timore di incrinare equilibri politici basati su appartenenze contrapposte. Magari confidando nella maturità della gente, della nostra gente, che molto spesso e' piu' avanti e piu' forte di quanto noi " della politica" immaginiamo. Confidando soprattutto nei nostri giovani, molti dei quali sono già abituati a sentirsi parte di mondi piu' grandi, molti dei quali si sentono abbastanza " a casa " a Londra piuttosto che a Berlino o Barcellona pur restando fortemente attaccati e portando nel cuore lo splendore delle Odle o del Brenta, non vedendo l'ora di tornare per mangiare canederli e strudel. Quegli stessi giovani che interpretano, magari senza esserne consapevoli, la frontiera avanzata di queste nuove, possibili, identità.

Insomma, potremmo davvero provare a fare " come se..", come se davvero potessimo costruire nuove e piu' profonde forme di riconoscimento reciproco e di convivenza. Insomma, potremmo provare ad aprire un vero e profondo dibattito su di noi, sul nostro passato ma soprattutto sul nostro futuro, cosa che in qualche modo abbiamo già accennato col progetto Euregio il quale, peraltro e certamente a causa anche delle mancanze "emotive" a cui accennavo prima, fatica a diventare un progetto " di popolo".

Proviamoci, proviamo a parlare di noi come genti, identità e culture. Poi, ne sono certo, se le cose andranno bene, sarà piu' facile trovare anche nuovi e piu' avanzati orizzonti di senso per la nostra Istituzione Regionale.

Temo che in assenza di questo ragionare su di noi, anche le discussioni tecniche sul futuro della Regione, sui suoi assetti, sul suo Senso, rischiano di portare a poco. Perche', per dirla con l'ottimo Ivano Fossati, saremmo come chi "...parla d'amore in una lingua morta..".