L'autonomia condivisa

Manifestazioni di piazza? Stati generali? Partiti territoriali? Cosa serve al Trentino, oggi, per recuperare una sua dimensione originale e all'altezza delle sfide che l'autonomia ha di fronte? Condivido alcune riflessioni, pubblicate oggi su L'Adige in forma di editoriale.
Bruno Dorigatti, "L'Adige", 28 febbraio 2012

Quando si scolora la funzione della memoria, spesso si generano equivoci e fraintendimenti il cui riverbero, sulla politica e sul vivere collettivo, non è sempre prevedibile. Viviamo, in questi concitati mesi, l'accelerazione evidente di una fase storica che pare imperniata sulla crescente messa in discussione di quell'impianto autonomistico che ha retto fino ad oggi il nostro "specifico" territoriale.


Gli obiettivi di un simile processo non sono occulti: le autonomie speciali potrebbero essere progressivamente ridotte al limitato e limitante modello delle realtà a Statuto ordinario, quasi che l'abbassare i livelli di autogoverno di "pochi" favorisca la crescita della qualità del governo di "molti". Togliere insomma risorse e facoltà alle Regioni e Province a Statuto speciale per ridare il tutto allo Stato - e non quindi per ridistribuirlo secondo logiche di equità sulle altre geografie regionali - sembra essere oggi la panacea ai mali di un Paese, le cui cause sono invece ben diverse.
Sembra impossibile, eppure quest'originale teorizzazione del riequilibrio fra supposte ricchezze e palesi povertà sta facendo scuola, ben al di là del ristretto circolo delle nostalgie stataliste, ed è inquietante constatare come queste culture antiautonomiste fermentino dentro l'evocazione di un ridisegno in chiave federalista del vecchio stato -nazione e delle sue articolazioni istituzionali territoriali. Osteggiare le autonomie è il primo segnale non tanto di auspicate uguaglianze, ma di un'evidente deriva dell'essenza stessa del federalismo, che dovrebbe invece farsi carico delle specificità come di un modello esportabile, anziché censurabile.


A fronte di uno scenario di tali dimensioni, forse le risposte emotive non sono più sufficienti, e nemmeno evocare gli antichi fasti rivendicativi dell'autonomia, come fu l'A.S.A.R., può essere un'operazione utile ed efficace. Probabilmente serve altro. Serve cioè una presa di coscienza collettiva, perché mutare l'autonomia non significa punire la politica, quanto piuttosto limitare le capacità di sviluppo complessivo di un' intera comunità.


Gli anni dell' A.S.A.R., ovvero di quella straordinaria trasversalità politica di allora, sono irripetibili. Stavamo appena uscendo dal baratro bellico ed i temi dell'autonomia erano avvertiti in ogni piega del tessuto sociale del Trentino e - pur con ragioni diverse e più forti marcature etniche - dell'Alto Adige/Südtirol. Il dibattito era così esteso e diffuso "che un Trentino su tre aveva in tasca almeno uno dei numerosi progetti di autonomia". Fu in quella particolare stagione che, da un grande fermento popolare, prese corpo l'A.S.A.R., con l'apporto di diverse culture politiche democratiche, sulle ceneri di quel "Centro Studi per l'Autonomia" voluto ancora nel 1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale di Trento. Il 20 aprile 1947 l'A.S.A.R. organizzò a Trento un'imponente manifestazione popolare, per dare un chiaro segnale a Roma circa la vastità della coscienza autonomistica del Trentino. Due mesi dopo l'Assemblea Costituente approvò l'art. 116 della Costituzione che attribuiva, secondo gli Statuti Speciali, forme e condizioni particolari di autonomia al "Trentino Alto Adige e alla Sicilia, alla Sardegna e al Friuli Venezia- Giulia".


Ritenere però oggi possibile una "chiamata di popolo" pari o almeno simile a quell'aprile di sessantacinque anni fa, ed immaginare che ciò produca effetti politici tangibili, significa investire sulla formazione di una nuova coscienza che sembra appannata e che necessita comunque di un largo coinvolgimento popolare, anche trasversale rispetto alle forze politiche, non solo locali. In quel secondo scorcio degli anni Quaranta il tema delle Autonomie speciali, quali nuove frontiere della partecipazione e della democrazia in perimetri socio-politici assolutamente originali, era avvertito, con pari intensità, a Trento, a Bolzano e a Roma. Non solo nelle sedi diplomatiche, ma anche e soprattutto al di là delle sedi istituzionali. I Partiti, usciti dalla lunga notte del fascismo, avevano compreso il significato profondo dell'integrazione delle culture del confine e le potenzialità insite nell'idea stessa di autonomia. Non a caso, nell'A.S.A.R. confluirono esperienze, linguaggi e sensibilità di diversa provenienza.
Oggi i partiti nazionali - ed anche il mio non è scevro da responsabilità - vedono invece questa realtà come antagonista dentro processi di sviluppo regionalistico mancati. Forse basta l'idea di aver trovato dei "colpevoli". Essa alimenta un sentire "punitivo", quasi che l'autonomia fosse privilegio e conseguente colpa anziché risorsa di buon governo e modello di convivenza.


Cambiare questa nefasta mentalità vuol dire investire non tanto sull'immaginario della difesa del fortino assediato, quanto sulla rapida presa di coscienza collettiva circa il valore ed il significato di un'autonomia che è parte dal nostro complesso e plurale patrimonio identitario. Il quadro politico, ancora una volta, dovrebbe tentare di essere all'altezza di questa nuova fase: se così non fosse, non solo verranno spazzati via gli elementi più deteriori e odiosi del sistema politico della cosiddetta Seconda Repubblica, ma la stessa necessità della rappresentanza politica potrebbe essere messa definitivamente in discussione. Come ha scritto il direttore Giovanetti, anch'io non credo affatto che questo sia un bene: urgono proposte concrete e un rinnovato entusiasmo, se vogliamo dare gambe più forti al Trentino, comunità di cittadini, autonoma e democratica, nel cuore dell'Europa.