Lavoro, mercato iniquo che va riformato

"Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica. Aggiungo che qualsiasi tema ci sia da discutere, oggi o domani, e a qualsiasi tavolo, è necessario dare seriamente la priorità alle condizioni dei “non rappresentati”, dei giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione."
Lorenzo Passerini, "L'Adige" 27 dicembre 2011


Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell’Italia confusa e smarrita di questi tempi, risultano ancora una volta le più lucide e capaci di disegnare una prospettiva per il futuro. Questa deve essere l’occasione per aprire un dibattito sulle profonde trasformazioni che interessano il mondo del lavoro e sul ruolo delle forze politiche e sociali, mondo che negli ultimi anni ha visto trasformazioni epocali.
I giovani lavoratori sono oggi senza rappresentanze collettive, privi di diritti individuali e con ridicole tutele previdenziali. Ha ragione il Presidente Napolitano quando rivendica maggior attenzione ai “meno rappresentati”: la politica deve occuparsi con maggior vigore dei nuovi bisogni e, nell’elaborazione delle proprie proposte e soluzioni, deve tener conto dei nuovi scenari che la “rivoluzione digitale” ha comportato.
È necessario rimuovere quelle barriere che oggi caratterizzano un mercato del lavoro troppo iniquo: tutti devono poter entrare con le stesse regole e con le stesse tutele - crescenti nel tempo -contro il rischio di licenziamento.
È prioritaria inoltre una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali oggi, tarato su un modello organizzativo fordistico. Non è possibile limitarsi, solo, a conservare l’esistente: infatti così facendo si difendono solo formalmente i già protetti, gli insider del mercato del lavoro – peraltro spesso attraverso mere enunciazioni giuridiche che mal si coniugano con la realtà - escludendo gli outsider che non potranno mai avere un contratto a tempo indeterminato. È necessario garantire maggiore equità del sistema di welfare promuovendo misure universalistiche, ossia modellate sulla generalità dei cittadini. È quindi partendo da questo contesto che si deve ragionare su un modello di flexicurity alla danese che, a seguito dell’accordo di Milano, si potrebbe sperimentare nella nostra Provincia dove è alto, tra l’altro, il tasso di senso civico e quindi sono poco diffusi comportamenti opportunistici delle imprese o dei lavoratori per approfittare dei sostegni pubblici.
È necessario porre al centro anche la questione salariale. I giovani lavoratori vengono infatti descritti efficacemente con il termine milleuristi, per indicare le modeste retribuzioni, oltre alla precarietà della loro posizione lavorativa: partono infatti con un salario significativamente più basso rispetto al salario medio e hanno meno progressione salariale di chi li ha preceduti.
Per tutte queste ragioni si deve cominciare ad affrontare il tema del lavoro non solo da una prospettiva meramente giuridica, ma ragionare anche sulla sua qualità, sul tipo di competenze che richiedono le nostre imprese, sul fatto che non siano in grado di assorbire giovani altamente qualificati. Vi è infatti la necessità di ridurre la distanza tra la scuola, l’alta formazione, la ricerca e le imprese per far sì che i giovani possano trovare un tessuto economico dove finalizzare le loro aspettative di lavoro. Oggi più che mai proteggere il lavoratore significa anche fare in modo che l’investimento in conoscenza e formazione produca i suoi frutti, possa essere accresciuto nel tempo, estenda le possibilità di scelta dei singoli lavoratori, sia accompagnato da nuove tutele non meno forti delle precedenti ma più adatte al nuovo scenario.


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