«Sì che mi dimetto, ma decido io quando»

Giovanni Kessler, il nuovo incarico europeo e la poltrona di consigliere:
non resterò qui molto, è ovvio Però adesso potrò fare interrogazioni e disegni di legge.
 P. Mantovan, "Trentino", 19 dicembre 2010

Giovanni Kessler, classe 1956, president del Consiglio Provinciale e direttore, fresco di nomina, dell'Ufficio europeo antifrode. Si dimette o no dal consiglio provinciale?
Buongiorno Kessler. Devo chiamarla presidente o direttore?
Presidente, presidente. Fino a quando non verrò sostituito devo firmare tutto, compresi gli stipendi dei dipendenti del consiglio.
Kessler, quando si dimette da presidente?
In tempo utile per la prossima seduta del consiglio, che sarà il 25 gennaio. In quella datà l’assemblea eleggerà il mio successore.
E da consigliere? Non si dimette da consigliere?
Certo che mi dimetterò.
Quando?
Quando vedrò in concreto che non riuscirò a farlo bene.
Ci dica una data.
Non posso dire quando sarà questa data, ho un mandato degli elettori e lo voglio rispettare fino all’ultimo minuto.
Fra quanti giorni? Mesi? Anni?
Ma no, ma no. È ovvio che non resto qui fino a fine legislatura.
E’ consapevole che l’incarico che le è stato affidato dalla Commissione europea assorbirà il suo tempo e le sue energie?
Certo che ne sono consapevole. E credo che capirò già i tempi dopo aver incontrato la Commissione e l’organismo che andrò a dirigere.
Quindi a breve...
Mi faccia spiegare bene. Guardi che non ho la fregola di restare a occupare una poltrona. Ho la preoccupazione del rapporto con gli elettori: voglio essere fedele al mandato. Che cos’è? Un male? So che questo mandato ora lo devo contemperare con la nuova responsabilità europea.
Ma dal consiglio sono in tanti a chiederle di dimettersi anche da consigliere. Anche dentro il suo partito. Che cosa risponde?
È più che legittimo che me lo chiedano da presidente, perché io sono presidente su mandato dell’assemblea. E difatti ho detto che mi dimetto subito, esattamente per la data in cui è fissata la prossima seduta.
Sì, ma le dimissioni da consigliere?
Che me lo chiedano consiglieri e partiti mi colpisce molto negativamente, sembra un’espressione totalitaria dei partiti, come se debbano decidere loro sul rapporto tra elettori ed eletti.
Glielo chiedono perché la vogliono “mandar via”?
No. Credo però che qualcuno volesse togliersi qualche sassolino. E ne hanno montato una polemica.
Però non le sembra di sminuire la funzione del consigliere? Uno che fa il mega-direttore a Bruxelles e che poi, nei ritagli di tempo, fa anche il consigliere a Trento. L’esatto contrario di quello che lei predica rispetto al ruolo del consiglio.
No, non svilisco nulla. Ho detto proprio che lo farò solo e soltanto finché riuscirò a farlo bene. Ho il massimo rispetto del ruolo del consigliere provinciale. Ma guardi, adesso forse potrò anche farlo per davvero, almeno per un po’...
Cioè?
Tra un’oretta passano qui da me alcune persone per sottopormi dei problemi chiedendomi di tradurle in un’interrogazione provinciale. Mi dicono: veniamo da lei perché pensiamo che lei la possa fare.
Quindi ora farà interrogazioni.
Certo. Interrogazioni e, se possibile, anche qualche disegno di legge.
Ma non si concentra già su Bruxelles?
Ripeto: tengo a fede al mandato degli elettori. Io voglio dire proprio questo: che non me ne frego affatto di fare il consigliere. Non è che faccio il presidente o me ne vado. Perché io sono stato eletto per fare il consigliere. E nel tempo in cui sono stato presidente non ho fatto interrogazioni proprio per tener distinti i ruoli.
Davvero non andrà in commissione?
Non ci vado da due anni. Anche qui proprio per il ruolo. Finché sarò qui ci andrò.
Avrà un doppio stipendio.
Non tengo i soldi, li darò in beneficenza.
C’è qualcuno nel Pd che la vuole già dimissionario da consigliere perché il 25 lei non sia presente alle trattative per l’elezione del suo successore?
No, credo proprio di no.
Proviamo a fare un bilancio. Lei ha interpretato il ruolo di presidente in modo forte.
Sì, me lo dicono tutti.
Le sembra che sia servito? Che qualcosa sia cambiato?
Io ho creduto necessario dare al consiglio più autorevolezza per un bilanciamento dei poteri. Qui abbiamo una potente autonomia con un governo locale molto forte: e allora c’è bisogno di un’assemblea legislativa democratica altrettanto forte. Uno sbilanciamento si era già verificato, si doveva recuperare terreno.
Tutto il contrario di un notaio d’aula.
Esattamente. E credo lo si sia visto con la legge sulle nomine negli enti partecipati dalla Provincia e nella richiesta che ho fatto al presidente e alla giunta di rispettarla. L’ho fatto come rappresentante del popolo: questo credo debba fare il presidente del consiglio. Per difendere il consiglio che è legislatore.
Non le è sembrato che il suo ruolo, a tratti, sconfinasse nell’opposizione?
No.
Beh, molti l’hanno letto così. Opposizione a Dellai.
No, opposizione no. Bilanciamento sì. Poi è chiaro che le cose vengono personalizzate perché ciascuno dei due incarna - pro tempore - le due istituzioni e perché ciascuno dei due ha un proprio carattere e una propria statura.
Dellai le ha fatto i complimenti per la nomina e ha detto che in Trentino se si può demolire chi riesce ad emergere lo si fa con gusto. Era riferito agli attacchi ricevuti da lei in questi giorni.
Certo che fanno piacere i complimenti di Dellai. E me li ha fatti di persona. Altri invece mi hanno attaccato pubblicamente senza dirmelo in faccia. Mi ha fatto piacere anche che abbia ribadito che il rapporto eletto-elettori non è materia dei partiti. D’altronde, l’intelligenza politica a Dellai non difetta.
E sul fatto che in Trentino si cerchi di abbattere chi emerge, è d’accordo?
Non so. Forse qualche piccola ragione ce l’ha.
Ricapitolando: lei va a Bruxelles ma intanto resta anche qui. Rimane legato alla politica locale. Perché pensa ancora alla Presidenza della Provincia?
Ma no. Vado senza doppi pensieri. E non potrei, gliel’ho detto, sarò davvero assorbito. Ma anche quando mi sarò dimesso da consigliere e senza incarichi istituzionali, continuerò a interessarmi e a lavorare per il Trentino: ho una responsabilità nei confronti di tante persone.
Farà il pendolare?
Sì, ma dovrò trovar casa.
E la famiglia?
Ahimè, da pendolare. Certo che non sarà facile, ma abbiamo già vissuto insieme periodi lunghi di pendolarismo: circa sette anni a Roma, avanti e indietro.
A Bruxelles corona un sogno: unire la professione di magistrato con la vocazione per la politica.
La ringrazio per questa domanda. Perché è proprio questo. È un’occasione unica: mi dà la possibilità di vivere assieme le due dimensioni, quella della vita professionale e insieme quella dell’esperienza politica, che ho potuto esprimere solo dopo e staccandomi dalla professione.
Che cosa resta di questi anni da presidente del consiglio?
Resta - e su questo continuerò a impegnarmi - la volontà di far crescere una nuova classe dirigente. Credo d’aver contribuito a portare tanta gente giovane nel Pd, nei Comuni, anche in consiglio provinciale. E a queste persone ho chiesto soltanto di fare politica e di essere fedeli ai propri elettori. E ho visto che c’è ancora tanta gente che ha voglia di impegnarsi.


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