Una strada comune per Trento e Bolzano

Pur fra le difficoltà dovute al dramma pandemico di queste settimane, il dibattito attorno al ruolo della Regione, promosso con sensibilità dall'Adige e con interventi preziosi di autorevoli voci della politica, della giurisprudenza, della sociologia e dell'economia, non si è affatto spento ed ha continuato a stimolare prospettive e riflessioni.
Luca Zeni, 24 aprile 2020

E forse lo scarso coordinamento in ambito regionale rispetto all'epidemia in corso diventa emblematico delle ricadute concrete di un'istituzione che oggettivamente non funziona.
La questione attorno alla quale si discute è nota: quale avvenire va pensato per la Regione, posto che una sua mera cancellazione - come improvvidamente qualcuno vagheggia soprattutto a nord di Salorno - non sarebbe né auspicabile né si potrebbe ottenere facilmente.
Consapevoli di quest'evidenza, negli scorsi anni lo svuotamento di competenze dell'ente regionale ha da un lato soddisfatto le non troppo occulte aspirazioni separatiste di alcune aree politiche sudtirolesi e, dall'altro, ha garantito alcuni risultati di momentanea convenienza politica trentina, sia in termini interni come sul piano dei rapporti con Bolzano.
Oggi siamo tutti consapevoli che così com'è la Regione risulta insufficiente anche quale simulacro protettivo delle rispettive autonomie provinciali. Ma il nodo è davvero la definizione tecnica di un nuovo assetto giuridico istituzionale dell'ente regionale?
Ho avuto l'onore, ormai due lustri fa, di far parte di un comitato politico paritetico tra Trento e Bolzano che doveva gettare le basi per un percorso di riforma condiviso. Al termine di un confronto durato mesi, la proposta prevedeva la delega alle Provincie autonome delle ultime competenze rimaste alla Regione, ad esempio l'ordinamento degli enti locali, ed il riconoscimento di una cornice regionale di coordinamento forte e "obbligatorio" sulle diverse politiche: infrastrutture, sanità, turismo, ambiente, economia... ogni settore meriterebbe un indirizzo strategico condiviso, lasciando poi alle due Provincie autonome la competenza legislativa e amministrativa per perseguirlo.

Tutto si arenò di fronte alla richiesta di una parte della Svp di attuare la "politica del carciofo": «intanto trasferiamo le competenze alle Provincie, poi ragioniamo delle forme del coordinamento, che intanto può rimanere un mero impegno politico».
L'impressione è che le soluzione tecniche ci siano, così come la consapevolezza di quale dovrebbe essere l'assetto finale. Il punto allora non è tecnico, ma politico, perché un processo così profondo di riforma presuppone una volontà consapevole e ferma, capace di superare interessi elettorali contingenti, a partire dalle classi dirigenti. E sino ad ora non siamo riusciti a creare quel sentimento comune, che nasce dalla conoscenza, dal lavoro fianco a fianco, dalla condivisione di progetti, dalla fiducia reciproca.
Porre in essere un ragionamento sulla Regione quindi presuppone anzitutto il necessario riconoscimento, da parte almeno del centrosinistra autonomista trentino (la destra trentina non è stata negli anni scorsi un interlocutore in questa questione), dell'aver via via rinunciato alla fatica del confronto e del progetto politico dentro e fuori l'Aula consiliare regionale, riducendo troppo spesso la stessa a luogo residuale di stanche ritualità e consentendo, in tal modo, ad entrambe le classi dirigenti di tornare rapidamente ad occuparsi ognuno del proprio ventre.

Solo attraverso un'onesta lettura critica della verità storica si può allora immaginare di cogliere la portata degli errori commessi a Trento come a Bolzano nel recente passato, provando a ricercare insieme nuove ed indispensabili volontà di convivenza costruttiva dentro un quadro omogeneo.
Fra le molte lezioni dell'emergenza che stiamo vivendo, spicca l'impossibilità di coltivare percorsi di autosufficienza soprattutto per realtà così limitate come le nostre. E sarà ancora più palese quando si dovranno affrontare i grandi problemi e le reciproche connessioni legate alla ripresa economica. Insomma, il trastullo nel sogno della beata solitudine - autonomistica o sovranistica - ha fatto il suo tempo e va abbandonato con realismo e coscienza storica, proprio perché gli imprevedibili cambiamenti già innescati possono disvelare brutalmente realtà che non accomunano solo le due Province autonome, ma anche ben più vaste geografie regionali.
Non si tratta, pertanto, di definire ambiti e competenze vecchie o nuove per la Regione, quanto piuttosto di comprendere l'irrinunciabilità politica di una strada comune, pur con tutti gli aggiustamenti statutari possibili. Questo per non soccombere nel gorgo dell'irrilevanza territoriale e per aprire rinnovate prospettive di interazione con tutte le aree economiche e culturali dei due versanti alpini, allargando lo sguardo alle geografie lombardo-venete a meridione ed a quelle bavaresi a settentrione. In mezzo, valorizzando quella centralità strategica dell'euroregione tirolese, centralità che non si risolve nel folklore o nelle videoconferenze, ma si nutre di progetti e di orizzonti di vasto respiro e che, proprio nella Regione, possono trovare un laboratorio condiviso.


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