Sarfatti, le leggi razziali e la società del rancore

L’inaugurazione di una mostra d’arte allestita al Mart di Rovereto, attorno alla complessa figura di una protagonista della cultura italiana del primo dopoguerra come Margherita Sarfatti, offre l’occasione, non solo per conoscere questa straordinaria donna, intellettuale ed esponente di spicco dell’ebraismo italiano, ma anche per coniugare tutto questo con l’ottantesimo anniversario di una delle pagine più buie di questo Paese, quella rappresentata dall’emanazione delle cosiddette «Leggi razziali».
Luca Zeni, "Corriere del Trentino", 25 settembre 2018

 

Nel delirante bisogno di identificare un nemico collettivo, al quale attribuire le cause più o meno occulte dei problemi singoli e collettivi, il fascismo decideva di allinearsi al nazismo, destinando i propri concittadini ebrei ai margini più estremi della società italiana. Eppure mai, almeno fino a questo momento, il fascismo si era proclamato antisemita, tanto che molti ebrei italiani vi avevano aderito convintamente.

Improvvisamente gli italiani diventarono razzisti e antisemiti. Un ruolo determinante venne giocato dalla propaganda del regime che, in breve, riuscì a convincere gli italiani di tutte le classi sociali dell’intrigante invadenza della cultura ebraica; della ricchezza materiale degli ebrei; del loro numero elevatissimo e del loro infiltrarsi nel tessuto migliore della società.

Ne discese un clima pesante, un clima di discriminazioni, di ingiustizie, di soprusi e di rancore. Si preparò così la strada all’approvazione di decisioni che portarono all’esclusione degli ebrei italiani dalla scuola, dalle professioni liberali, dal commercio.

La storia deve sempre essere contestualizzata e non si riproducono mai le stesse identiche condizioni. Ma esistono delle costanti e dei sistemi di propaganda che devono essere noti per poter comprendere le dinamiche contemporanee.

Il razzismo trae sempre origini dall’individuazione di un nemico e da una idea statica e nichilista dell’identità, e si sviluppa alimentato dal pregiudizio, dalla disinformazione, dalle «fake news», dalle convenienze di qualche tribuno, arrivando così a trasformare le comunità solidali e aperte in ghetti di chiusura, di diffidenza e di paura.

In tutto l’Occidente oggi si diffondono posizioni politiche e metodi di propaganda che traggono vantaggio e consenso dal clima di timore verso ogni diversità, giocando sulla tradizionale tecnica di rinsaldare l’appartenenza a un gruppo in contrapposizione a un soggetto esterno. Questa è la «società del rancore» ipotizzata dalla sociologia italiana di qualche anno fa.

Con tutte le diversità di contesto e senza nemmeno lontanamente immaginare paragoni sulle possibili conseguenze, la storia di ottant’anni fa, evidenzia alcuni meccanismi analoghi, con un crescendo di rancore — anche in Trentino — che preoccupa e che chiama tutte le coscienze non piegate agli slogan propagandistici e al di là delle opinioni personali, a un sussulto di civiltà e di responsabilità, alla quale soprattutto la politica non può essere estranea. Perché ogni società viva non può che basarsi sulla fiducia, sul dialogo, sulla giustizia.

 


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