La scienza non è un nemico

Se un dentista commettesse un errore nel farvi un’otturazione, ne cerchereste un altro più bravo. Non credo, insomma, che per sistemare la vostra bocca andreste da un maniscalco. Il governatore Maurizio Fugatti, invece, probabilmente cercherebbe un fabbro o un idraulico per curarsi, sempre che il suo comportamento privato sia coerente a quanto dichiara pubblicamente.
E. Franco, "Corriere del Trentino", 18 luglio 2019

Già, perché davanti alla débâcle della gestione del «caso M49» culminata con la clamorosa fuga dell’orso problematico dal recinto del Casteller, il presidente ha ripetuto più volte ai microfoni delle televisioni che la scienza ha sbagliato e che quindi ora i forestali sono autorizzati a fermare il plantigrado con ogni mezzo.

La «scienza», d’altronde, è da tempo nel mirino dei populisti poiché i «professoroni» sono l’emblema della vituperata élite, ossia della casta. La logica del presunto buon senso prevale sullo studio e sulla ricerca che, si sa, prevedono l’errore, tanto da considerare il principio di falsificabilità come elemento cardine. La confutazione, però, non è prassi amata da chi si sente unto dal popolo, da chi crede di avere la verità in tasca e reagisce con sprezzante ironia a qualsiasi dubbio. La cifra del leghismo autonomista, perfettamente omologabile a quello nazionale nonostante non disdegni la furbizia vetero-democristiana, è la sordità ai fatti che lascia briglia sciolta al pregiudizio ideologico.

Se l’obbligatorietà della vaccinazione ha ottenuto il risultato dell’immunità di gregge, ecco allora che può essere rimossa in nome di uno strano concetto di libertà, in base al quale i bambini immunodepressi devono correre rischi mortali oppure rinunciare al diritto allo studio qualora i genitori dei loro compagni non credano nella prevenzione delle malattie contagiose.

A proposito di scuola: se i test Invalsi collocano il sistema trentino dell’Istruzione al top in Italia, in Piazza Dante fanno spallucce e pensano di reintrodurre gli esami di riparazione. Un tempo si diceva «squadra che vince non si cambia», ora evidentemente non è più così: l’importante è smantellare l’esistente, accada quel che accada. Nelle varie mosse sembra di cogliere un’ansia irrefrenabile di restaurazione, la voglia di ricostruire il bel mondo antico in cui si sparava a lupi e orsi, in cui molti dei divieti attuali (per esempio a protezione dell’ambiente) erano inimmaginabili, in cui l’autorità aveva mano libera. In parte è comprensibile, poiché in passato in qualche svolta si è ecceduto, perché anche lo sviluppo ha assunto spesso connotati ideologici, incurante delle macerie che produceva. La logica del pendolo, tuttavia, non darà effetti positivi se è vero, come è vero, che passare da un eccesso all’altro difficilmente conduce sulla strada migliore. Ai nostri governanti, seppure siano indifferenti ai dati, vale la pena ricordare che nel 1960 la speranza di vita era intorno ai 69 anni mentre oggi abbiamo ampiamente superato il traguardo degli ottanta. Magari la scienza qualche merito lo ha: di sicuro chi esalta la bellezza del secolo scorso dimentica i ritardi che sono riusciti a colmare quanti hanno saputo guardare avanti senza nostalgie.


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