Un ponte dentro l'Europa

Fra un mese e mezzo milioni di europei saranno chiamati alle urne, non tanto o non solo per esprimere il proprio consenso ad un raggruppamento politico anziché ad un altro, quanto piuttosto per determinare quale futuro attende il vecchio continente e la sua unione, che trae origine dal sogno postbellico di uomini come Degasperi, Adenauer e Schumann.
Luca Zeni, "Trentino", 9 aprile 2019

 

Da qualche tempo assistiamo, chi attonito e chi speranzoso, ad una sorta di percorso agonico di un’Europa che pare avviarsi verso un declino ineluttabile, segnato da tre distinti elementi: 

1) gli attacchi provenienti da politiche economiche e commerciali esterne all’Unione Europea, come quelle messe in campo dagli Stati Uniti di Trump e dalla Russia di Putin;

2) il continuo ribollire di nuovi e sfaccettati populismi sovranisti che detestano e combattono tutto ciò che la cultura liberale ha fin qui rappresentato in termini di libero dibattito, di democrazia rappresentativa e del pluralismo contrapposto al pensiero unico del “capo” che diventa legge e dogma;

3) la complessiva rassegnazione delle due principali scuole di pensiero democratico dell’occidente e cioè quella del popolarismo e quella della socialdemocrazia, davanti alle derive neonazionaliste che paiono lambire tutte le coste europee.

Per decenni si è ritenuto, un po’ ovunque, che l’Europa dovesse prosperare in maniera quasi automatica. Abbiamo cioè creduto che le contraddizioni del nazionalismo ottocentesco ne avessero decretato l’estinzione, e in uno scenario multilaterale caratterizzato da grandi potenze, l’idea di Europa non potesse che rafforzarsi. 

Ma oggi si riaffacciano proposte di un ritorno alla sovranità statale, ricadendo in pieno dentro un’impostazione che oggi ancora più che in passato evidenzia limiti e contraddizioni. Quel tipo di narrazione è stata allora e è ancor oggi del tutto inadeguata ad interpretare le domande, le inquietudini, le paure, i mutamenti e le spinte delle società continentali del terzo millennio e così diventa attualissimo il rischio di vedere l’idea d’Europa, per come l’abbiamo conosciuta e percepita, abbandonata al naufragio fra le montanti onde di molti risorti “ismi”.

Quello che va riscoperto, a questo punto, è forse proprio quel progetto iniziale, che abbiamo ereditato dai grandi Padri dell’europeismo e che è stato l’unico motore abbastanza potente da elevare i popoli europei al di sopra di sé stessi e del loro passato bellico e l’unica forza abbastanza virtuosa da scongiurare il riaffiorare dei totalitarismi sugli orizzonti continentali.

Si tratta quindi di una posta in gioco che ci vieta di arrenderci, per non abbandonare tutto in mano ai becchini dell’idea europea comune e ci impone invece di alzare ancora una volta la fiaccola di un’Europa che, nonostante i suoi sbagli, le sue cadute ed i suoi atti di vigliaccheria rimane il faro della civiltà occidentale e la patria di ogni donna e uomo libero del pianeta.

Ai tanti, troppi, detrattori dell’ideale europeo vale forse la pena ricordare come tutta la civiltà occidentale nasce e prende forma dalla doppia eredità lasciataci da Atene e da Gerusalemme, grazie all’incrocio straordinario e fecondo della rivelazione cristiana generatasi nelle profondità dell’ebraismo con la grandiosità del pensiero della Grecia classica. 

Quelle basi filosofiche, intrecciate con la tradizione giuridica romana, hanno consentito lo svilupparsi dell’idea di persona che deve sempre essere posta al centro dell’azione di istituzioni e diritto europeo. È questo il fulcro di una idea di Europa che siamo chiamati a difendere oggi dall’avanzare di proposte neoscurantiste e neopagane. 

Odi etnici, sciovinismi di varia natura, pretese regionalistiche di supremazia sono stati e sono l’incubo dell’Europa. Si tratta di un incubo che, per essere superato, pone come traguardo e fin dai tempi di Carlo Magno, l’unione appunto di tutte le contrade del vecchio continente. Un’unione che deve reggersi sul rispetto della diversità linguistica, storica e sociale di un mosaico umano e culturale ricchissimo – e che spesso trasforma una distanza irrilevante di pochi chilometri nella frontiera fra due mondi – piuttosto che sull’osservanza stretta del singolo regolamento comunitario. 

Proprio l’autonomia trentina indica la via: non indipendenza chiusa e isolata, ma esempio istituzionale di comunità in relazione, ponte dentro un’Europa delle diversità dinamica e aperta. Saremmo proprio noi i primi ad essere penalizzati dal ritorno a dazi, confini, chiusure. 

E’ a quest’idea di Europa che bisogna rifarsi, per non immiserire tutti negli egoismi nazionali e nelle trite, quanto vuote, promesse del “prima noi”.

L’alternativa altrimenti è quella di affidare la risoluzione delle questioni globali ai molti limiti e alla prospettiva parziale delle strutture locali, nell’illusione di “essere padroni a casa nostra”. 

In realtà, questo è il modo per consegnare il destino continentale ad una infinita moltitudine di tribù contrapposte ed impotenti, riducendo così l’Europa solo ad uno spazio geografico ad alto tasso di intolleranza e comunque periferico rispetto alla capacità di contare sullo scenario mondiale. 

Si tratterebbe di una condizione destinata ad innalzare ancora il tasso di rabbia e la ricerca di “capri espiatori”, fino a riportare l’Europa dentro gli abissi già conosciuti a metà del Novecento. È da quegli abissi che, con il sogno unitario, si è provato a fuggire, e sarebbe illogico, pericoloso, nichilista, farsi risucchiare nel gorgo distruttivo delle vecchie ideologie dell’odio e del rifiuto: significherebbe far morire, con l’idea di Europa, la nostra stessa civiltà.

 


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