«Di Maio mi chiami, la mia legge un modello»

«Il ministro Di Maio mi telefoni, se servirà lo incontrerò volentieri». Sullo stop alle aperture domenicali il governo Lega – 5 Stelle potrebbe avere un valido ed inedito alleato: a tendere una mano al neoministro grillino è infatti il vicepresidente della giunta provinciale Alessandro Olivi, che nel 2012 appose la sua firma sulla legge provinciale sul commercio, nella quale, tra le altre cose, si stabiliva un sistema di deroghe, pesi e contrappesi proprio riguardo il lavoro domenicale e festivo.
V. Leone, "Corriere del Trentino", 22 giugno 2018

 

La norma fu poi «disarcionata» dalla legge Monti, che ora però Di Maio vorrebbe pesantemente rivedere, se non abrogare. Il principio sarebbe quello delle saracinesche abbassate, lasciando però ampi margini di gestione a regioni e province autonome. «Se il governo intende riaprire questo dossier, noi ci siamo. E credo che dalla nostra legge il ministro potrebbe trarre ottimi spunti — prosegue Olivi — all’epoca avevamo pensato a un sistema equilibrato, che teneva conto delle esigenze delle località turistiche, guardava alla densità dei centri del territorio, ma poneva anche una serie di limiti invalicabili, a tutela dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, salvaguardando il diritto al riposo settimanale. Poi tutto fu superato dal primato sancito già nel decreto Monti, ossia la tutela della concorrenza. Ho sempre pensato che fosse sbagliato rincorrere il commercio h 24, e negli anni ho continuato a scrivere e a dialogare con il governo per chiedere maggiori competenze. Se ora Di Maio vuole tornare su questi temi noi ci saremo, anche perché per noi la chiave è proprio una forte connotazione di autonomia dal basso. Beninteso: non vuol dire imporre erga omnes una chiusura indiscriminata, ma occorre sicuramente rivedere alcuni aspetti. So che la mia apertura potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma essere al fianco del governo in questa iniziativa sarebbe coerente con quel che ho sempre detto e scritto».

L’annuncio del vicepremier incassa, prevedibilmente, il plauso dei sindacati. Lamberto Avanzo, di Cisl Fisascat, ricorda le battaglie «addirittura per mantenere la chiusura il sabato pomeriggio». «Per noi l’idea di iniziare a ragionare per trovare soluzioni a livello regionale e provinciale sarebbe un passo importante. Da anni abbiamo tavoli di confronto aperti, ma di fatto la legge Monti concede la possibilità di tenere aperto anche 24 ore su 24». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il segretario della Filcams Cgil Roland Caramelle: «Accogliamo con favore le parole del ministro del Lavoro Luigi Di Maio che si dichiara intenzionato a rivedere il decreto Monti sulle liberalizzazioni e il lavoro domenicale. Auspico soprattutto l’apertura di un confronto con le parti sociali e le organizzazioni sindacali nazionali da anni impegnate sul tema.Il decreto “Salva Italia” ha eliminato qualsiasi vincolo in termini di giorni e orari, senza contribuire a rilanciare i consumi né tanto meno l’occupazione. L’apertura di un tavolo di confronto è indispensabile per ridare al settore il giusto equilibrio, rispettando le necessità dei lavoratori, delle aziende e dei diversi territori, ma — ammonisce Caramelle — la proposta di legge in materia che ha come primo firmatario un deputato del M5S, approvata in Parlamento nella scorsa legislatura e ferma al Senato è assolutamente insufficiente».

Consensi anche in casa Confesercenti. Il presidente Massimo Gallo si dice infatti «favorevolissimo»: «È la mia posizione da sempre, anche pubblicamente: occorre calibrare le aperture perché la deregolarizzazione totale avvantaggia i grandi a discapito dei piccoli. Avevamo già avviato un ragionamento con Olivi sull’opportunità di valutare alcuni giorni obbligatori di chiusura nell’anno, poche festività dove poi ogni comune potesse stabilire quando farle. La liberalizzazione totale, dati alla mano, non ha avvantaggiato il commercio al dettaglio: il saldo tra aperture e chiusure è negativo, non sono aumentate le aperture. Insomma, un’innovazione che non ha portato benefici né al commercio e forse nemmeno al consumatore».

 

 


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