Abbiamo capito il segnale che è arrivato il 4 marzo

Con la fiducia di Camera e Senato al governo Conte, si è conclusa la più lunga crisi post-elettorale della storia della Repubblica. Grazie alla paziente fermezza del presidente Mattarella, ha trovato uno sbocco politico e istituzionale un risultato elettorale che solo eufemisticamente può essere definito dirompente. Il M5S, col 32 per cento dei voti, diventa il primo partito italiano.
Giorgio Tonini, "Democratica", 8 giugno 2018

 

Il centrodestra conquista invece la maggioranza relativa come coalizione, ma con Forza Italia che crolla e la Lega che triplica i voti e decide di andare da sola al confronto con il M5S. Il centrosinistra va al minimo storico e il Pd perde il 30 per cento dei voti della “non vittoria” del 2013 e la metà dei voti del 2008 (e del 2014). Ma l’emorragia dem non aiuta la sinistra-sinistra: la scissione del Pd, tormentone mediatico della legislatura passata, porta a Sel seimila voti, mentre Rifondazione si dimezza. Il deflusso di consensi al centrosinistra premia in gran parte i Cinquestelle. Soprattutto nel Sud e nelle regioni rosse. Al Nord, la Lega sfonda, i grillini sono in affanno e il Pd contiene le perdite.

Le elezioni del 4 marzo sono una cesura storica? Sembrerebbero piuttosto il completamento della svolta vera, quella del 2013. Se si rileggono le dense pagine del Rapporto Itanes di quell’anno, si rammenta che quelle del 2013 sono state “le elezioni che hanno visto il numero più elevato di elettori nella storia repubblicana cambiare voto”. La percentuale di elettori che hanno cambiato partito dal 2008 al 2013 è stata pari al 39 per cento. In particolare il Pd ha mostrato, già allora, una “marcata e trasversale”, “scarsa capacità di trattenere i suoi elettori e di attrarne di nuovi”. Il problema è che tra il ‘13 e il ‘18 c’è stato di mezzo il 2014, col mitico 41 per cento al Pd. Riflettere sulle ragioni di quella vittoria e sulle ragioni del successivo rapido declino sembrerebbe dunque una prima pista obbligata di lavoro.

La seconda, imprescindibile traccia di riflessione riguarda il populismo come fenomeno diffuso in tutto l’Occidente: su entrambe le sponde dell’Atlantico si fanno largo forze populiste, anti-sistema, o quanto meno anti-establishment. C’è un filo che lega i nazionalismi dell’Europa di Visegrad, la vittoria di Trump, la Brexit, fino all’avanzata lepenista, fermata da Macron, e al governo giallo-verde in Italia. Bill Emmott parla di crisi dell’idea stessa di Occidente, non più solo minacciato dall’esterno, ma minato dall’interno. E Barry Eichengreen, provando a scavare più a fondo, sostiene che “il populismo è attivato da una combinazione di insicurezza economica, minacce all’identità nazionale e un sistema politico incapace di risposte”. Dunque è un fenomeno nel quale si mescolano fattori economico-sociali, nazionali-identitari e politico-istituzionali. E sarebbe un tragico errore pretendere di ridurre un fenomeno così complesso ad un’unica dimensione.

Terzo nodo: ma c’è uno “specifico italiano” in questa tendenza globale? Jean Pisani-Ferry sostiene di si e che abbia a che fare con una politica di bilancio restrittiva da troppo tempo: “Contrariamente a quanto si ritiene, l’elevato debito pubblico italiano non è, negli ultimi anni, il risultato di deficit di bilancio fuori controllo. Ad eccezione del 2009, negli ultimi anni il saldo primario è stato attivo. Nessun altro paese della zona euro eguaglia queste performance”. Dunque, per il consigliere economico di Macron, il problema dell’Italia è la dimensione del debito ereditato, insieme alla scarsa crescita, che non può tuttavia essere stimolata con ulteriore deficit, ma solo da politiche dell’offerta (riforme), insieme ad una politica di investimenti a livello europeo. E qui, la riforma della governance dell’Eurozona ha un’importanza decisiva, se si vuole andare oltre il “sentiero stretto” seguito dai nostri governi (e bocciato dagli elettori), senza rischiare una nuova crisi finanziaria.

Non basta dunque, anche se è necessario, contrapporsi al governo populista, né aiuterebbe la fretta di rovesciare un risultato che ha radici profonde, nazionali e internazionali. Dobbiamo riuscire a trasmettere al Paese la sensazione che abbiamo capito il messaggio del voto. E che siamo in grado, al contrario del governo, di farci carico sul serio, con risposte realistiche e innovative, italiane ed europee, delle ansie e delle sofferenze degli italiani, a cominciare dai giovani, dai lavoratori, dai ceti popolari. A occhio, ci vorrà un po’ di tempo. E tanto lavoro.


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