Olivi: «Del rilancio si occupino i partiti. Al Pd la responsabilità della proposta»

«La novità è che ora l’avversario non è più il tuo compagno di partito, o il tuo alleato in coalizione. Ora gli avversari stanno tutti fuori dalla coalizione di centrosinistra autonomista. Se non lo capiamo, rischiamo davvero di consegnare il Trentino a chi sembra avere soluzioni semplici per ogni problema complesso, ma che in realtà non saprebbe nemmeno da dove cominciare».
T. Scarpetta, "Corriere del Trentino", 20 marzo 2018

 

Alessandro Olivi mette i piedi nel piatto e suona la carica ai suoi: «Il Pd deve abbandonare la sua sindrome minoritaria e assumersi la responsabilità politica di una proposta riformista che possa essere condivisa da tutta la coalizione e sia chiaramente riconoscibile dall’elettorato».

Vicepresidente, la maggioranza provinciale sembra avere davanti tre possibilità: cambiare tutto, compreso il candidato presidente, per intercettare la domanda di nuovo, non cambiare nulla ritenendo che quello di marzo sia stato un voto tutto nazionale, oppure agitarsi, logorare Rossi, e poi non cambiare nulla.

«Direi che la terza ipotesi la possiamo tutti scartare. Anche le altre due ipotesi, però, non mi convincono. Mi spiego: cambiare tutto come si fa in un’operazione di puro marketing, illudendosi che basti proporre un nuovo candidato presidente e qualche faccia nuova per vincere, non mi sembra una scelta felice. Non sono nemmeno d’accordo con la linea di chi (Rossi, ndr) invita a minimizzare il risultato di marzo. Ancora una volta, il Trentino ha dimostrato di essere molto diverso dall’Alto Adige e di subire molto di più le tendenze nazionali. Non possiamo limitarci ad aspettare che le decine di migliaia di voti spariti tornino per inerzia al centrosinistra».

In questi cinque anni, più che in passato, il Trentino ha cercato di assomigliare il più possibile all’Alto Adige e l’asse con Bolzano è parso rafforzato.

«Benissimo, su un piano istituzionale. Ma chi pensava fosse sufficiente trasferire i buoni rapporti con Bolzano su un piano politico si è in qualche modo illuso. In altri termini, il patto tra Patt ed Svp non basta a far sentire i trentini diversi dal resto d’Italia. Il motivo è piuttosto semplice: in Alto Adige ci sono condizioni prepolitiche diverse, che fanno anteporre il sentirsi comunità autonoma a tutto il resto. La dimostrazione ce l’abbiamo sotto agli occhi: alle politiche del 4 marzo, il voto territoriale è letteralmente evaporato».

Qual è allora la terza via che lei propone?

«La giunta continui a fare la giunta. Si concentri fino all’ultimo giorno utile sul governo della provincia, mostrando unità e utilizzando gli ultimi mesi per far partire il piano sulle infrastrutture già elaborato e per implementare le politiche di inclusione sociale. I partiti facciano i partiti e si assumano il compito di elaborare una coraggiosa proposta per il futuro, dato che mi pare evidente che una campagna elettorale basata su quanto bene abbiamo amministrato in passato sia perdente».

Rossi vi ha chiesto di decidere entro aprile il candidato presidente.

«Ripeto: io credo che la giunta debba continuare a fare la giunta. C’è un termine ragionevole per decidere il candidato presidente, che credo sia quello della fine della primavera, ma non è da lì che dobbiamo partire. Occorre dimostrare ai cittadini che ci interessa davvero quello che hanno da dirci e questo lo possono fare solo i partiti. Ai cittadini interessa relativamente chi candideremo come presidente: sono interessati alle proposte che faremo».

Ecco, chi le farà?

«Il Partito democratico è stata l’unica forza che ha dimostrato di tenere in Trentino in queste elezioni. Lo ha fatto perché la sua proposta politica è tracciabile e alternativa sia a una destra che non è più centrodestra, sia al M5s. Quindi dico: basta con la sindrome minoritaria. Il Pd deve assumersi la responsabilità di una proposta riformista chiara. Dobbiamo fare attenzione alle domande dei cittadini cui la destra leghista sembra poter dare risposte, ma non scimmiottare la sua demagogia: perderemmo voti a sinistra senza convincere nessuno».

Il Pd che dovrebbe riaccendere la machina del centrosinistra, al momento, ha però un segreteria vacante per le dimissioni di Italo Gilmozzi ed è retto da un quadrumvirato. Non chiede troppo?

«Non vi è dubbio: siamo chiamati a una prova straordinaria. Non credo che, in poche settimane, possa nascere una nuova leadership individuale. Ciò che anche l’esempio nazionale ci suggerisce è ripartire da una comunità politica. Un patto di ferro solidaristico tra di noi. Aggiungo che non abbiamo alternative: non è più il momento in cui si possa dire “meglio uno del Patt che quello che mi fa ombra nel Pd”».

Lei ha indicato il chi e il come, resta da chiarire che cosa proporrete per invertire il trend per voi negativo.

«Alla destra e ai 5 Stelle che danno risposte emotive, dobbiamo contrapporre risposte razionali, ma coraggiose. Non è tempo di limitarsi ad aggiustamenti tattici. Un esempio: nel rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione bisogna rendere chiaro che la politica è più importante degli apparati. Serve poi un nuovo patto per la crescita con le imprese, in primis la cooperazione. A me poco interessa se Salvini è salito al secondo, o al terzo piano di via Segantini. Alla Cooperazione è indifferente avere istituzioni in mano a chi illude con la logica del “ghe pensi mi” e poi lascia ciascuno a gestirsi la sua solitudine? Le imprese sono certe di non godere di un vantaggio competitivo grazie a un’amministrazione che ha sempre praticato il “fare insieme”?»

Salvini ha lanciato messaggi più semplici: ripulirò piazza Dante.

«In Lombardia e Veneto le piazze Dante sono state tutte “ripulite”, le città sono tutte sicure: sono solo fanfaronate. Questo non significa che non ci siano soluzioni civili per fare in modo che chiunque possa attraversare la nostra piazza, per altro l’unica che viene sempre citata, senza sentirsi completamente a proprio agio».

 

 


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