Accoglienza profughi, una sfida per tutti gli attori del sistema

All'interno dell'emergenza profughi che l'Italia sta attraversando, il Trentino è stata la prima regione ad ideare e avviare il modello della distribuzione diffusa dei richiedenti asilo in piccoli gruppi nei comuni, scelta spesso indicata come riferimento nel resto d'Italia.
Luca Zeni, 24 gennaio 2018


Nonostante questo, in seguito ad una protesta di alcune decine di profughi accolti nel campo della protezione civile di Marco, qualcuno si è affrettato a rappresentare un sistema dell'accoglienza deficitario.
Esistono due approcci principali al tema dell'immigrazione in generale e sull'accoglienza per i profughi in particolare.
Il primo è quello della chiusura. Chi appartiene a questa categoria si richiama spesso alla necessità di tutelare la «nostra» identità dallo straniero, e propone come soluzione la costruzione di nuovi muri. I limiti di questa impostazione sono di natura filosofica.
I limiti di questa impostazione, oltre che legati all'impossibilità di bloccare fluissi migratori connaturati alla globalizzazione della nostra epoca, sono limiti di natura filosofica, perché l'identità non si tutela rifuggendo il confronto, ma al contrario si rafforza attraverso il dialogo. Sono le civiltà in declino quelle che temono relazioni e contatti.
Il secondo approccio è quello della accoglienza senza se e senza ma. Questa impostazione spesso fonda le sue motivazioni recondite sul senso di colpa dell'occidente verso popolazioni che pagano le conseguenze dell'epoca della colonizzazione nazionalistica prima e di quella economica poi; in questo caso l'accoglienza si basa su un dovere morale prima che etico e giuridico, per ricompensare le persone interessate dai torti subiti. Il paternalismo di questa posizione porta ad un'accoglienza che non distingue tra le ragioni delle migrazioni, forzate ed economiche, e crea una cappa protettiva sulle persone coinvolte, con il rischio di togliere responsabilità e autonomia alle persone. Inoltre in tal modo viene favorita la reazione negativa di una parte consistente della popolazione, che avverte come ingiusto l'elevato sistema di tutele per lo straniero «in quanto tale» e le giustificazioni che sempre si forniscono di fronte a qualunque suo comportamento, anche qualora non sia corretto. Le istituzioni possono sposare una di queste due impostazioni senza creare conseguenze negative per la società nel suo complesso? A mio avviso il rischio di creare tensioni sociali e incapacità di governo del sistema si verifica in entrambi i casi.
Fortunatamente esiste una diversa visione, una terza opzione, che si rifà all'etica della responsabilità.
Il fenomeno deve essere governato (a partire dalla regolazione dei flussi, come sta realizzando il Ministro Minniti) basandosi sulle regole del diritto internazionale ed interno, riconoscendo che di fronte abbiamo essere umani, né criminali da punire né bambini da accudire.
Seguendo questa terza via, in Trentino abbiamo in soli due anni creato un sistema, unico nel suo genere, con 200 appartamenti e 12 piccole strutture che ospitano 969 persone in 68 comuni. Questo modello consente di favorire il processo di accettazione sociale (se si inseriscono 5-10 persone in una comunità non si creano le tensioni che nascono con 100) ed i percorsi di crescita e integrazione per i richiedenti asilo; diventa più facile avere amministrazioni e associazioni capaci di coinvolgerli in attività di volontariato, formazione, tirocini, lavoro.
Nessun altra realtà italiana ha saputo creare un sistema così capillare, e lo rivendichiamo come un risultato positivo della nostra autonomia. Ci siamo basati su una visione originale e sulla capacità organizzativa che ci è propria, attingendo alle stesse  identiche risorse di ogni altra regione: i famosi 30 euro al giorno a profugo, che sono extra bilancio provinciale e che quindi non «togliamo» ai trentini. Con queste risorse copriamo tutti i costi, dagli alloggi ai pasti, dalla formazione agli operatori.
Tutto perfetto quindi? Naturalmente no, abbiamo almeno due punti su cui è necessario migliorare.
Il primo è dato dalla logistica degli alloggi: oltre a quattro medie strutture che ospitano complessivamente circa 200 persone, vi sono le due grandi strutture «hub»: la caserma Fersina a Trento, che accoglie 226 persone, ed il campo della protezione civile di Marco, che ospita 223 persone. Hanno la funzione di ospitare le persone nella prima fase dell'accoglienza, e di costituire un «polmone» in caso di arrivi improvvisi, come già avvenuto in passato.
La riduzione delle presenze all'interno di questi due centri è correlata all'aumento della disponibilità di appartamenti sul territorio, ed i tempi di permanenza possono prolungarsi. Nel campo di Marco abbiamo 90 persone che sono ospitate da 15 mesi.
Questo è il principale problema dei grossi centri e la ragione stessa del «modello trentino» dell'accoglienza diffusa. Peraltro deve essere ben chiaro come non siano violate disposizioni di legge. Il campo della protezione civile segue gli standard impiegati nel caso di realizzazione di campi per le emergenze «tradizionali», come terremoti, frane od altre calamità.
Gli ospiti sono coinvolti nella gestione della struttura, e chi ha visitato il campo può testimoniare che risulta ordinato e pulito. Certo, nei periodi di «punta» è necessario dover fornire posti letto anche a 14 persone per struttura, e questo sul lungo periodo risulta disagevole. Per questo la Provincia proseguirà con il modello impostato, anche con alcune migliorie nei due centri maggiori. Ma con la consapevolezza che la rappresentazione, che qualcuno ha voluto fornire parlando di condizioni addirittura «disumane», sia ben lontana dalla realtà. Al contrario in questi giorni, proseguendo la programmazione prevista di riduzione delle presenze nel campo, in pochissimi hanno accettato di lasciare il campo di Marco per trasferirsi nelle strutture residenziali di Trento: soltanto in tre su 80 hanno optato per il trasferimento.
Parlando con le persone ospitate, emerge un disagio esistenziale, legato all'inquietudine sul futuro, all'incertezza rispetto a una domanda di asilo che ormai richiede tre anni per la risposta. Questo è il vero problema.
Ecco perché la priorità su cui concentrarsi, accanto alla formazione di persone spesso analfabete, è ora l'organizzazione della «post accoglienza». Inizia infatti una nuova fase; oltre il 50% dei nostri richiedenti asilo ottiene protezione alla fine dei tre anni di accoglienza, e possono rimanere a pieno titolo sul territorio.
Prioritario è favorire percorsi di vita autonomi, attraverso formazione, tirocini, percorsi lavorativi, attraverso un percorso di forte responsabilizzazione, che parte durante l'accoglienza e che deve concretizzarsi in via definitiva dopo.
Un passaggio importante è la scelta concordata tra Provincia, Commissariato del governo e Consiglio delle autonomie, di utilizzare le risorse statali per progetti che favoriscano proprio i percorsi di autonomia. Occorre però la consapevolezza che si tratta di una sfida per tutti gli attori del sistema, per realizzare una società al tempo stesso solidale e coesa.

 

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