#AUTONOMIA, scatta l’allarme sull’«Intesa»

Mancano verosimilmente poco più di tre mesi al referendum che deciderà le sorti della riforma costituzionale targata Boschi-Renzi, e in Trentino scatta un nuovo allarme rosso per l’autonomia. Quella che sembrava una blindatura conquistata in parlamento con la clausola di salvaguardia, ora vacilla.
C. Bert, "Trentino", 21 luglio 2016

 

Le nuove bozze che circolano sul principio dell’«Intesa» tra Stato e Provincia sulla riforma dello Statuto, paiono distanziarsi e non di poco dalla versione originaria proposta alla commissione Bressa dai presidenti delle assemblee legislative. Cos’è cambiato? L'emendamento alla riforma approvato lo scorso ottobre, si era detto, conteneva più di quanto i senatori regionali sperassero all'avvio dell’iter di riforma della Costituzione: il nuovo titolo V, che disciplina tra l'altro le competenze tra Regioni e Stato, non verrà applicato alle Regioni e Province a statuto speciale fino alla «revisione» degli Statuti (nel testo precedente si parlava di «adeguamento»).

L'altra novità riguarda la possibilità estesa alle «speciali» di ricevere competenze tramite una legge d'intesa Stato-Province, senza dover aspettare la riforma dello Statuto. Resta da capire in cosa consisterà questa «intesa». La sua definizione è stata demandata ad una commissione, guidata appunto dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianclaudio Bressa, eletto in Alto Adige e da sempre garanzia per Trento e Bolzano.

Ma il tavolo Bressa ha sospeso i lavori fino al referendum e dunque si saprà solo dopo, in caso di vittoria del sì, di che tipo di intesa parliamo. La prima formulazione uscita dalla Conferenza dei presidenti dei consigli delle Regioni e Province autonome l’8 agosto 2015 prevedeva questa formulazione: «Se la commissione paritetica (formata da 2 senatori, 2 deputati e 4 consiglieri regionali) non approva la legge di modifica dello Statuto, l’iniziativa esaurisce la propria efficacia». In sostanza per l’autonomia non cambierebbe nulla.

La nuova versione, datata 26 agosto 2015, porta la firma dei governatori, e prevederebbe - questo dicono le bozze - che «se la commissione entro tre mesi non approva la revisione dello Statuto, la legge di modifica dello Statuto può essere approvata in base all’articolo 138 della Costituzione con la maggioranza qualificata (i due terzi) del parlamento». Ipotesi inaccettabile per il presidente del consiglio provinciale Bruno Dorigatti, che venerdì scorso è tornato dalla trasferta romana, dove ha incontrato i presidenti delle assemblee legislative, con diversi motivi di preoccupazione: «Abbiamo chiesto al governo di avere un chiarimento urgente sull’interpretazione dell’intesa prima del referendum», spiega, «non è pensabile di andare a votare allo scoperto. Bisogna attrezzarsi».

A sollevare il tema, ieri durante il dibattito sull’assestamento di bilancio della Regione, era stato anche il vicepresidente del consiglio provinciale Walter Viola: «Secondo le bozze che girano - ha rivelato - bastano due mesi e se non si trova un’intesa, sarà il parlamento a maggioranza qualificata dei due terzi a decidere. Altro che autonomia blindata, questa è carta velina». Vista l’incertezza sull’esito del referendum, forse dal premier e segretario Pd qualche garanzia arriverà per convincere i trentini a sostenere con forza il sì.


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