Che scuola vogliamo?

Da qualche anno frequento gli ambienti scolastici da vicino (insegno alle scuole elementari) oltre agli ambienti universitari. Tocco da vicino l'ambito di istruzione più basso (scuole elementari) e quello più alto (dottorato di ricerca) insieme. Da meno tempo frequento gli ambienti politici, luoghi reali e virtuali di elaborazione di pensiero e idee.
Patrizia Caproni, 25 giugno 2011

Tocco con mano ogni giorno le difficoltà in cui si trova la scuola: non per la carenza di idee, in questo caso, ma per la sempre maggiore carenza di risorse.

La domanda che mi pongo è: qual è la scuola che vogliamo? Vogliamo la scuola delle pari opportunità oppure la scuola dove chi ha le possibilità riesce e chi non le ha viene abbandonato a se stesso?

Mi sembrano queste questioni annose oggetto di lotte in passato: il concetto di parità da raggiungere e perseguire era obiettivo di una politica che metteva al centro del proprio progetto l'uguaglianza.

Mi sembra che questo resti o sia nuovamente uno degli obiettivi del Partito Democratico: l'uguaglianza.

Mi trovo ogni giorno a vedere come le pari opportunità nella scuola purtroppo non esistono. Se in passato le disuguaglianze derivavano dalla differenza tra le classi sociali, oggi queste disuguaglianze derivano da modificate situazioni sociali: una presenza sempre maggiore di stranieri, molti 'nuovi' ma molti altri ormai italiani e situazioni familiari differenti rispetto al passato, un nuovo concetto di famiglia (non è raro che ormai i bambini e ragazzi abbiano due famiglie, con genitori separati).

Queste situazioni nuove e repentine modificazioni della società rispetto al passato obbligano la scuola a modificare le sue strutture ma a farlo in maniera veloce, perché le trasformazioni sociali non permettono più di restare ancorati a vecchie classificazioni.

È triste sentire la preoccupazione degli insegnanti rispetto ad un'ampia presenza degli stranieri in nuove classi: ciò deriva non da mancanza di sensibilità degli stessi insegnanti, che anzi cercano di sopperire alla mancanza di risorse con grande senso del dovere, ma dalla consapevolezza che a quei bambini (magari molti sono nati in Italia quindi le differenze non sono ampie) la scuola e gli insegnanti in prima persona, non avranno la possibilità di dedicare del tempo specifico, per le loro difficoltà con la lingua soprattutto, sperando che non si aggiungano altri problemi di apprendimento, che molto spesso si confondono o vengono favoriti anche dalla scarsa conoscenza della lingua (difficoltà che incontrano anche i bambini ben inseriti nel contesto italiano, che a livello orale conoscono bene la lingua ma che evidenziano difficoltà a livello scritto, non avendo un supporto a casa dove si parla la madrelingua).

È triste sentire la preoccupazione se nella stessa classe si aggiungono bambini con altri problemi di disgrafia, dislessia, discalculia o altre problematiche legate all'apprendimento, non necessariamente gravi.

È triste capire che in classi così composite e senza adeguate risorse nemmeno i meritevoli avranno la possibilità di accelerare il passo. I meno bravi, molto spesso per situazione sociale, non avranno la possibilità di colmare le lacune, i più bravi non avranno la possibilità di sviluppare appieno le proprie possibilità. Ci si troverà nel mezzo che non sarà però un 'giusto mezzo' ma un luogo a metà tra il poco e il pochissimo, dove gli insegnanti non faranno che cercare alla meno peggio di seguire il più possibile i bambini/ragazzi in difficoltà consapevoli che per quanto bravi possano essere, per quanto impegnati vogliano essere sarà una continua lotta tra il voler essere un bravo insegnante e poterlo essere.

Si creano così insegnanti che non credono più nemmeno nell'efficacia del loro lavoro o che smettono di credere ad una reale efficacia.

Senza affrontare il tema del precariato nella scuola, già sviluppato nel documento del Partito Democratico nazionale dell'ottobre 2010.

Non sono queste divagazioni, sono realtà pesanti, non sono numeri sono persone a cui viene tolta la possibilità di un'istruzione a pari condizioni.

Non è pensabile che la scuola debba pensare agli stranieri come un problema anziché un'opportunità, non è possibile che la diversità anziché diventare un modo per ripensare a se stessi (e perché no ad una nuova didattica!) sia una zavorra alla scuola che in tale carenza di risorse ama solo gli alunni perfetti: non scarsi ma nemmeno troppo bravi, senza problemi comportamentali ma nemmeno poco inseriti nel gruppo. Una scuola che non ha il tempo di pensare a ciò che vuole diventare ma che può solo sopravvivere cercando ansiosamente l'alunno 'normale'.

Una scuola in cui l'eccessivo precariato crea una classe insegnanti che non sa più chiedere ciò di cui ha bisogno, chi cambia posto di lavoro ogni anno quando va bene, ogni mese o ogni 15 giorni nel resto dei casi non può investire su alcun progetto didattico, non esiste una continuità e nemmeno la capacità di guardare alla classe insegnanti come un gruppo sociale con gli stessi bisogni e necessità. I dirigenti diventano sempre più amministratori di un'azienda, anziché coordinatori di una scuola. I più bravi distinguono ancora tra burocrazia e didattica, i meno consapevoli e più ligi al significato che ha la parola 'dirigente' confondono i due piani, a discapito del primo.

È in questa situazione che il Pd deve farsi carico di una nuova idea di scuola.

Scrivo queste righe chiedendomi se in Trentino esiste realmente un'autonomia scolastica a livello legislativo che possa provare in parte a sopperire a tale situazione.

Se l'idea di uguaglianza fa parte delle fondamenta del Partito Democratico allora bisogna fare realmente delle scelte forti e coraggiose.

Le proposte so che ci sono, da anni sono nell'aria.

La realizzazione ad esempio di una graduatoria apposita per l'insegnamento ed il supporto linguistico agli stranieri, che funga da bacino per più scuole. Molto spesso infatti nuovi stranieri si inseriscono ad anno iniziato e la scuola non ha la possibilità di attivare risorse nuove ma ricicla quelle già presenti, frammentando e rendendo poco proficuo l'intervento. Una graduatoria apposita potrebbe servire in questo senso per attivazioni anche a metà anno di monte ore provvisori, che vista la natura del supporto devono essere molto flessibili: uno straniero ha bisogno di molte ore nei primi mesi, se appena arrivato in Italia, una volta inserito meno. Ma sono flussi non prevedibili e quindi dev'esserci un'alta flessibilità all'interno dell'anno scolastico, cosa impensabile fino ad ora per la strutturazione scolastica.

È questa una decisione necessaria se vogliamo che realmente la scuola resti al passo con i tempi. Per non parlare dell'esigenza di risorse maggiori sul sostegno, in una ormai quasi totale scomparsa delle compresenze.

Mi fermo qua, sperando di avere dato un contributo ad un dibattito necessario, senza aggiungere l'importanza della scuola nella formazione della persona, richiamando in questo il già citato documento del Partito Democratico nazionale. 

 

 


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