No alla politica delle nuove strade

Nell'era della fibra ottica il nuovo corso politico rispolvera il «boom economico degli anni '50» e la «motorizzazione di massa». Oslo non vuole più avere nulla a che fare con le auto e punta, con un accordo tra i principali partiti politici, ad impedire la vendita delle vetture a benzina e gasolio entro il 2025.
Alessio Zanoni, Assessore al patrimonio, mobilità e opere pubbliche del Comune di Riva del Garda, 10 dicembre 2018

 

Nominata Capitale verde d'Europa 2019, la città di Oslo si prepara per il divieto d'accesso alle automobili nel centro cittadino, iniziativa già annunciata nel 2016 e oggi ribadita con i primi provvedimenti pratici: l'eliminazione di gran parte dei parcheggi.

Il centro di Copenaghen ha una delle zone pedonali più estese al mondo. Un insieme di strade lunghe 3 chilometri. Questa zona, conosciuta come Strøget, venne costruita nel 1962, per via dei problemi alla circolazione che iniziavano a creare disagi alla città.
La Medina di Fes-al-Bali è una delle più vaste aree urbane al mondo dove non è consentito transitare con le automobili. I vialetti stretti sono completamente inaccessibili alle auto, si può camminare a piedi o in sella ad un asino. Le 9.400 stradine tortuose sono piene di negozietti bancarelle e moschee.
Pensiamo all'esperienza di Friburgo in Germania, dove politiche accorte della mobilità hanno ottenuto risultati incredibili in termini di concentrazione di automobili per numero di abitanti.

Da nord a sud, da est ad ovest, sono ormai molte le esperienze che spingono nel guardare avanti, oltre le logiche di una mobilità individuale che ormai risulta essere insostenibile sia in termini ambientali che di vivibilità complessiva. 
E mentre l'Altogarda, dopo troppi anni di riflessione e contrapposizione, ha finalmente individuato la giusta soluzione per progettare il proprio futuro, oggi arriva il nuovo corso politico provinciale a farci sprofondare nel passato più remoto. Il treno e la fibra ottica sono inseriti a pieno titolo nella pianificazione del nostro futuro; questa è la strada che le Amministrazioni locali hanno inserito anche nella previsione del nuovo Piano Stralcio della Mobilità.
Le strade rappresentano il passato; non servono nuove strade! Recentemente è partito il cantiere per la circonvallazione di Nago; domani dovrà essere realizzata la circonvallazione di Torbole. Queste opere non sono «nuove strade» perché non aumentano la «portata» ma aiutano a fluidificare il traffico e soprattutto a ridare dignità ai «luoghi».

Oggi purtroppo torna prepotentemente alla ribalta questo tema «delle strade» che deve preoccupare l'Altogarda e il Trentino intero. La Valdastico fa tornare alla mente un pensiero, magari fantasioso ma non troppo, che si possa passare dal Bresciano al Vicentino senza attraversare le nebbie della Pianura Padana! L'Alto Garda potrebbe trasformarsi da terra di accoglienza e di soggiorno a via di attraversamento (all'interno del corridoio Kiev-Lisbona per cui già Verona ha ricevuto sostanziosi finanziamenti per la funzione di nodo tra corridoio nord-sud e corridoio est-ovest). Non è questo il destino che vogliamo per la nostra terra!

Queste sono le preoccupazioni che mi hanno sempre mosso nell'affrontare politicamente il tema del «raccordo modale» (la mobilità non è solo «strada») fra l'Alto Garda e la Valle dell'Adige, mentre invece anche da noi purtroppo, ed è per questo che sono preoccupato, ci sono voci che richiedono opere stradali faraoniche, come ad esempio la riproposizione del tunnel doppia canna a 4 corsie dal costo di 250 milioni di euro (che dall'uscita della galleria di Tierno «vomita» direttamente le auto nel Garda!), o come la riproposizione della Valdastico con l'uscita direttamente a sud di Rovereto per essere in «perfetta» connessione con l'Alto Garda.
Non possiamo pensare che un nuovo sviluppo economico sia ancora basato sulla mobilità delle merci su gomma, o sull'incremento della mobilità individuale delle persone. A muoversi semmai devono essere le idee che devono sfruttare le nuove tecnologie. Stiamo cablando le città con la fibra ottica e pensiamo ancora che vi sia in futuro la necessità di nuovi collegamenti stradali per la mobilità individuale?
Si sta realizzando il tunnel del Brennero, ed in futuro questa linea ferroviaria potrebbe collegare Monaco con l'Alto Garda, e oggi la politica pensa a potenziare l'Autobrennero.
Anche chi sostiene che il turismo ha bisogno di «nuova strada» sostiene un'idea vecchia di turismo. 

Semmai i collegamenti scorrevoli li dobbiamo garantire anche ai nostri pendolari, ai nostri artigiani, ai nostri giovani studenti perché possano avere le stesse opportunità di studio che hanno i loro coetanei che magari abitano solo a Mori. Questo non vuol dire che ci serve un'autostrada per Rovereto e poi per Vicenza e Padova, ma una mobilità moderna, che guardi al passato, in cui il movimento su rotaia torni centrale e permetta spostamenti economici, ambientalmente sostenibili e che garantisca tempi certi di percorrenza. 
Questa visione evidentemente porta in sé motivazioni politiche del tutto contrapposte a chi ancora oggi (vedi ad esempio l'idea della Lega sulla Valdastico) ripropone vecchi modelli di sviluppo, e trova riscontro nel vecchio ma sempre attuale concetto che stava alla base del primo Piano urbanistico provinciale (Kessler Samonà) degli anni '60 che si basava sul concetto di «Territorio (Trentino) diffuso».
Oggi evidentemente non serve più pensare ad aeroporti, tunnel stradali, opere faraoniche; serve declinare questo concetto ai giorni nostri mettendo in rete le persone e garantendo a tutte le stesse opportunità di sviluppo e di interconnessione con il mondo esterno.
Ma ci sono motivazioni ben più importanti e profonde che fanno dire «no alla Valdastico», come fanno dire no ad altre strutture faraoniche legate a vecchie stagioni passate che oggi non sarebbero più sostenibili né accettabili. Queste motivazioni risiedono nel considerare l'identità del territorio come una risorsa unica da valorizzare tramite la sua naturale promozione. 
E questo ragionamento ormai è accettato anche da molti che non hanno mai ritenuto il territorio un valore fine a se stesso ma solo e unicamente legato alle proprie opportunità di fare business. Pur cinicamente ora questi soggetti hanno capito che i «loro interessi» si difendono maggiormente se si difende il territorio.
Quella parte di Altogarda che però merita di essere ascoltata non confida comunque su questi soggetti per difendere la propria idea di futuro, ma su una visione politica e sociale che pone le sue radici nella lungimiranza di pensiero e nell'amore per la propria terra.


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