Qual è la differenza tra servire la comunità e servirsi della comunità?

Costruire o distruggere? Governare o ignorare? Rassicurare o impaurire? Sono approcci diametralmente opposti che esprimono la dicotomia fra la politica — quella vera — e la semplice raccolta di consenso. La differenza, insomma, fra servire la comunità e servirsi della comunità alimentandone i timori e smantellando (prima ancora delle strutture) la coesione sociale.
Luca Zeni, "Corriere del Trentino", 11 settembre 2018

 

La politica è chiamata ad accompagnare la comunità approntando le risposte alle sfide poste da una società complessa e articolata, sempre più «liquida» e sempre più interconnessa — anche nel caso del piccolo Trentino — con lo scenario internazionale.

Negli ultimi anni (ma anche nei periodi meno recenti e più bui della storia) le campagne elettorali dei diversi Stati si sono giocate proprio su questi temi, con forze politiche che li hanno usati per ottenere consenso alimentando la paura. Ed è esattamente ciò che sta avvenendo anche in Trentino, dove già registriamo il tentativo da parte di Lega e Cinque Stelle di ridurre tutto a un dibattito sull’immigrazione (e su singole questioni particolari come i punti nascita (sic!), come se le istituzioni potessero mettere prima le rivendicazioni di comunità appositamente messe una contro l’altra rispetto alla sicurezza di donne e nascituri).

Lo scenario della politica — quella che «propone» e quella che «distrugge», appunto — è o dovrebbe essere evidente: da un lato c’è chi costruisce, dall’altro chi sta cercando di demolire senza offrire alcuna soluzione propositiva e alternativa rispetto al fenomeno migratorio. Anzi, l’unica ricetta sembra essere ignorare la questione credendo di farla in tal modo sparire; il tutto in nome di una presunta, maggiore sicurezza. Ma il ragionamento è viziato da una — volutamente? — errata rappresentazione del fenomeno e delle sue dinamiche che porta alla «soluzione» più semplice: alzare muri fisici e relazionali di fronte all’«uomo nero».

Ma la realtà, riconosciuta da chiunque abbia approfondito il fenomeno, è che laddove i governi lavorano per favorire la coesione sociale a beneficiarne sono i percorsi di inclusione a scapito della devianza e a vantaggio, quindi, dell’intera comunità. Ma questa è la politica che costruisce, non quella che demolisce.

Torniamo al nostro Trentino. Sembra importare poco che migliaia di migranti, quasi tutti economici, soprattutto dell’est europa, soprattutto donne, soprattutto cristiani, siano una parte strutturale della nostra comunità e che dall’inizio del nuovo millennio questo cammino di convivenza sia stato imbastito e accompagnato passo dopo passo dalle istituzioni — attraverso il Cinformi — in sinergia con il terzo settore evitando tensioni sociali e rispondendo, fra l’altro, anche alle richieste del tessuto economico provinciale (pensiamo solo alle migliaia di badanti che si occupano dei nostri anziani). Un’attività volta a informare e orientare i cittadini stranieri, ben prima dell’acuirsi del «fenomeno asilo», affinché potessero diventare membri della comunità nei doveri e nei diritti; volta a favorire la partecipazione sociale di migranti lavoratori, studenti e famigliari ricongiunti; a renderli in grado, insomma, di contribuire al «sistema Trentino».

Valori, tradotti in servizi, che ora qualcuno annuncia di voler cancellare scagliandosi fra l’altro contro una struttura tecnica — il Cinformi — e confondendo quindi la dimensione politica con quella operativa, dando ulteriore prova di non volere e non sapere affrontare il tema immigrazione al di là degli slogan. E sembra contare poco, infine, che questo territorio abbia saputo coniugare accoglienza e rigore, incarnando un equilibrio che in campo migratorio rappresenta, di fronte agli opposti schieramenti che conosciamo, una posizione impopolare.

Ma la politica è anche e soprattutto responsabilità, non ricerca di un facile consenso quale soluzione alla carenza di idee, programmi e risposte. La comunità trentina deve innanzitutto porsi un interrogativo: «chi vogliamo essere?», «come deve essere il Trentino per garantire sviluppo, prospettive ai giovani ed essere attrattivo?»

Chi propone di «blindare» questo territorio, alzare muri e vivere nella paura, rinnega la storia di una terra di mezzo, ponte tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Ma così l’epilogo sarà il declino di un Trentino piccolo e solo. Il Trentino, per vincere le sfide della società di oggi, dovrà al contrario ancora di più dimostrare dinamismo e apertura affrontando i diversi temi con serietà e approfondimento.

 


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