L’allevatrice: «Il Trentino non è razzista. Fino ad ora non mi ero mai sentita nera. Ma l’aria del Paese condiziona i deboli»

I formaggi ben conservati, in un cesto una gran quantità di uova, ben allineate le creme cosmetiche per viso e corpo a base di «latte di capre felici»: Agitu Ideo Gudeta è impaziente, è da loro che deve tornare. La incontriamo proprio mentre si sta chiudendo alle spalle la porta della sua azienda agricola per recarsi alla stalla.
E. Ferro, "Corriere del Trentino", 28 agosto 2018

 

 

Su Frassilongo e la «valle incantata» splende un sole luminoso, che amplifica i colori del paesaggio e tratteggia i contorni di un disegno idilliaco.
Ma per la quarantenne etiope che alleva le capre mochene e trasforma il formaggio con metodi tradizionali, questi luoghi sono diventati il teatro di un incubo. Minacce di morte, insulti razzisti. A renderle la vita impossibile è un vicino. «Non mi ero mai accorta di avere la pelle di un altro colore, ma adesso sì – sottolinea l’allevatrice – per me non esiste differenza, non l’ho mai notata e continua a non esserci». Ha taciuto a lungo, ma dopo l’ennesimo episodio, accaduto martedì scorso, non ce l’ha più fatta: «Non mi piace l’idea che si parli del Trentino come di un luogo razzista che in realtà non è, ma credo sia giusto condividere quanto accaduto così che ci si possa rendere conto dell’aria che si respira nel Paese, dei condizionamenti che possono subire le persone deboli come questa».

Cos’è successo martedì?

«Stavo scendendo dalla stalla verso l’azienda agricola, lui faceva il tragitto opposto: si è buttato completamente verso di me con il suo fuoristrada e la mia auto per poco non si ribaltava. Per fortuna c’era il muro: mi fossi trovata dall’altra parte ci sarebbe stato il dirupo. Sarei morta. E non ci sarebbero stati testimoni. A quel punto ho deciso di rendere noto tutto, che nessuno possa dire “non lo sapevo”».

Le angherie andavano avanti da tempo?

«Sì, da almeno un anno. All’inizio quest’uomo, originario di Pergine, voleva vietarci il transito su una strada comunale, ha chiesto anche al sindaco di chiuderla per impedirci di utilizzarla e al suo rifiuto sono iniziate le aggressioni verbali nei confronti miei, del mio dipendente maliano e dei ragazzi rifugiati che ospito per dei tirocini. “Brutti negri, dovete andare via, non potete stare qua”».

Si è limitato a questo?

«Purtroppo no. Gli episodi sono molti, dalle gomme dell’auto tagliate ai danneggiamenti al carretto che uso per portare i miei prodotti al mercato. Dal ritrovamento di una capra morta con la mammella asportata da un’arma da taglio ai cani lanciati dentro al recinto delle capre. Poi ci sono state due aggressioni: un pomeriggio stavo lavorando alla mungitrice, davo le spalle alla porta, per il rumore non l’ho sentito entrare. Mi ha preso per il collo gridando “io ti uccido”: in quel momento ho capito cosa stesse succedendo, gli ho dato un pugno, l’ho spintonato e sono riuscita a scappare. Le forze dell’ordine sono al corrente di ogni cosa, ho denunciato tutto».

Ha paura, adesso, a portare avanti la sua attività?

«La mia proprietà è a cinquecento metri dalla sua, questa persona la vedo praticamente tutti i giorni. Vivo nell’ansia che possa capitarmi davanti in qualsiasi momento e pronto a tutto. Ho perso la mia libertà, è una sensazione orribile che non voglio continuare a provare: non avrei mai pensato di vivere qualcosa del genere in Italia. Dopo così tanti mesi, sono davvero esasperata».

Le era mai successo qualcosa di simile?

«Mai. Sono in Trentino dal 2010, ho vissuto e lavorato in val di Gresta, in Vallarsa: io sono nomade, ma qui in val dei Mocheni mi sono fermata. Tre anni fa ho acquistato i locali di quella che un tempo era la scuola materna, che per due volte era stata messa all’asta e per altrettante era andata deserta: mi piaceva l’idea di ridare vita a uno spazio abbandonato, fosse un edificio o un terreno agricolo. Ho creato un progetto di recupero che sta portando progressi».

La comunità come l’ha accolta?

«Benissimo. Spesso accade che qualcuno veda la mia macchina fuori dall’azienda e suoni il campanello: “Son vegnù a bever el cafè” mi dice. Lo si fa perché si vuole bene a una persona. I rapporti sono autentici. Infatti non voglio generalizzare, si tratta di una mela marcia. Che tuttavia mi ha fatto sentire per la prima volta di essere diversa. Non mi ero nemmeno mai accorta di essere nera, non ho mai desiderato essere bianca perché non ho neanche mai percepito la differenza. Adesso sì».

Ha pensato di mollare tutto e andarsene?

«Assolutamente no. Non mi piace l’idea che si parli del Trentino come di una terra razzista, non lo è. Ma condividere può forse aiutare a rendersi conto dell’aria che si respira nel Paese, dei condizionamenti che possono subire le persone deboli come lui».

 

 


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