Bressa: «Autonomia. In Veneto sarà diversa da quella del Trentino»

«L’autonomia del Trentino Alto Adige e quella del Veneto? Non facciamo confusione, sarebbe come paragonare Mauro Icardi a Fabio Aru, due sportivi fortissimi, ma uno è un calciatore, l’altro un ciclista». L’ex sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, attende di incontrare la neoministra Erika Stefani, che ha già chiesto di vederlo, per consegnarle il testimone delle nuove autonomie.
T. Scarpetta, "Corriere del Trentino", 3 giugno 2018

 

«Il lavoro è già imbastito, ma — spiega — restano da definire le specifiche competenze e il modo di finanziarle».

La neoministra veneta del Carroccio conosce direttamente il fascicolo «nuove autonomie» e ieri, intervistata da Marco Bonet del Corriere del Veneto , l’ha toccata piano: «O l’autonomia si fa, o salta il governo». Alla richiesta di maggiori competenze si è arrivati per via referendaria in Veneto e Lombardia, per via istituzionale in Emilia Romagna, ma se la mobilitazione di popolo è stata diversa, uguale è la sostanza: le Regioni ordinarie economicamente virtuose vogliono più autonomia. Lo consente dal 2001 l’articolo 116 della Costituzione, rimasto fino ad ora lettera morta. «Come noto — premette Bressa — il governo ha finito politicamente di esistere il 4 marzo e da allora abbiamo dovuto congelare la pratica, ma il nuovo governo troverà sul tavolo un progetto già avviato con Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e in fase di avvio con Piemonte e Liguria. Le materie che abbiamo individuato come campo di lavoro sono la sanità, l’istruzione, l’ambiente, il lavoro e gli affari europei. Si dovranno trovare degli accordi che andranno poi trasformati in legge e approvati dalla maggioranza assoluta del Parlamento». Ma se i campi di intervento e le modalità legislative di approvazione sono chiari, molto ancora resta da definire. «Bisognerà nominare — continua Bressa — le commissioni paritetiche tra Stato e Regioni, poi individuare le competenze amministrative e legislative che saranno trasferite dallo Stato, quindi indicare le modalità di finanziamento».

Insomma, se è vero che Stefani non si troverà tra le mani un foglio bianco, è anche vero che quando si passerà dalla teoria ai soldi tutto diventerà più difficile. Un principio di base Bressa lo ha già individuato: «Non si utilizzerà il criterio della spesa storica, si ragionerà di fabbisogni». Cosa significa? «Non si dirà “finora in Veneto lo Stato ha speso tot per l’istruzione, diamo quei soldi a Venezia”. Si partirà dai costi standard e si ragionerà di un’addizionale locale nel caso in cui, per esempio, il Veneto volesse realizzare più scuole in montagna per evitare lo spopolamento». E il principio del residuo fiscale? «Quello è un grosso equivoco. L’ideatore, Buchanan, ci vinse un Nobel, ma sostenendo la legittimità etica di avere Stati più ricchi che contribuiscono al gettito federale nordamericano più di quelli poveri». Il processo richiederà tempo, perché ogni Regione ha palesato bisogni assai diversi anche nel medesimo campo. «Prendiamo la spesa farmaceutica — continua l’ex sottosegretario agli Affari regionali — Dal Veneto e dall’Emilia Romagna ci sono arrivate richieste tra loro molto diverse. Bisognerà calarsi a fondo in ogni questione».

Resta, per Bressa, la differenza con le Speciali. «Non escludo che in futuro la Lombardia e il Veneto possano avere anche più autonomia della Sicilia e della Sardegna, ma la differenza costituzionale resterà».

 

 


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