L’autonomia ha fatto crescere il Trentino ma anche l’Italia. Ma la specialità non è una panacea

Specialità e crescita del Pil non vanno (sempre) a braccetto. Dall’analisi elaborata, all’indomani del referendum, su alcune regioni dal 1971 ad oggi, si ottiene un quadro variegato dei risultati economici e sociali conseguiti dalle regioni ordinarie e speciali. Per quanto riguarda le autonomie speciali, Sicilia e Sardegna sono andate complessivamente male e in certi casi persino peggio delle Regioni ordinarie del Sud.
G. Cerea, "Corriere del Trentino", 25 ottobre 2017

 

La Val d’Aosta è relativamente arretrata in termini pro capite ma si è rafforzata come complesso economico. Il Friuli Venezia Giulia ha fatto l’opposto: crescita del Pil per abitante ma con una caduta dei residenti che ha trascinato verso il basso il complesso dell’economia. Trento e Bolzano hanno invece fatto un salto in avanti senza eguali.

Su un piano di puri principi, qualsiasi comunità può legittimamente aspirare a forme più accentuate di autogoverno. In un paese come l’Italia, dove anche il tipo di pane cambia da località a località, è facile per chiunque trovare le necessarie giustificazioni, invocando la specificità culturale, la storia diversa, le diverse dominazioni e forme precedenti di autogoverno, che vanno dai comuni, alle signorie, alle repubbliche marinare.

Quasi mai ci si chiede invece perché la comunità nazionale dovrebbe concedere speciali forme di autonomia a determinati territori, rinunciando all’uniformità di trattamento di tutti i cittadini che il governo unitario dovrebbe tendenzialmente garantire.

Qualcuno potrebbe invocare vecchi trattati internazionali, ma grande è il rischio che si risponda dicendo che quelli sono ormai tempi superati, anche perché l’Europa e il mondo sono nel frattempo cambiati.

Se si parte da tali premesse, la prima giustificazione è che forme più accentuate di autogoverno sarebbero in grado di soddisfare i bisogni di una comunità meglio di quanto saprebbe fare lo Stato centrale. Il problema che sorge a questo punto diventa però complicato: come si misura il “meglio”, rispetto a chi e a quando? E come confrontare le eventuali risposte – anche positive - con i costi associati all’autogoverno locale, inevitabilmente maggiori perché si dovranno duplicare una serie di attività di gestione e di coordinamento prima in capo allo Stato. I servizi offerti da una regione potrebbero essere peggiori di quelli osservati altrove, ma si potrebbe sempre argomentare dicendo che andrebbe comunque provata la capacità dello Stato, nello stesso contesto sociale e storico, di saper fare meglio del governo locale. Le cronache abbondano di storie che riguardano le «inefficienze» e gli «sprechi» delle Regioni. Ma troppo spesso si dimentica che lo Stato centrale è incapace di combattere l’evasione fiscale o di garantire una formazione scolastica e universitaria che sia la stessa a tutte le latitudini (nonostante una spesa proporzionalmente più elevata proprio là dove i risultati sono peggiori).

Una seconda giustificazione più robusta può essere la seguente: la comunità nazionale concede più poteri di autogoverno se anche essa ci guadagna sul piano economico, finanziario e sociale. Ciò implica che qualsiasi territorio può essere dotato di una adeguata quantità di risorse per finanziarie maggiori responsabilità di intervento e di spesa. Può però mantenerli solo se può dimostrare che, su un arco di tempo sufficientemente lungo, è in grado di progredire più di quanto faccia il resto della nazione. Se così fosse la comunità nazionale trarrebbe vantaggio perché la crescita economica e sociale di un territorio ha inevitabili ricadute positive sull’intero Paese, anche in termini di maggiore capacità di provvedere autonomamente ai locali fabbisogni finanziari.

Se osserviamo l’esperienza italiana, possiamo individuare due distinti periodi di assetto delle istituzioni: la fase del governo centrale esclusivo, dal 1948 al 1971; la fase di convivenza fra Stato e Regioni, cominciata nei primi anni ’70 e che ancora continua. Le autonomie speciali hanno una vita che – escluso il Friuli – copre tutto il periodo considerato. Ma non è azzardato affermare che è soprattutto con gli anni ’70 che le autonomie speciali - Trento e Bolzano in particolare - avviano un percorso di effettiva affermazione delle loro potestà. Se prendiamo a riferimento il 1971 e tentiamo un confronto con gli ultimi dati disponibili – quelli del 2015 - si ottiene un quadro quanto mai variegato dei risultati economici e sociali conseguiti dalle regioni ordinarie e speciali.

Come si può desumerne dalla tabella, vi sono territori del Nord, associati a regioni ordinarie come il Veneto, il cui reddito pro capite da sotto la media italiana è passato decisamente sopra, regioni ricche come la Lombardia che sono rimaste tali e, infine, regioni ricche come il Piemonte o la Liguria che sono diventate relativamente più povere. Al sud il Pil per abitante è ovunque peggiorato e di questo sono esempio emblematico la Campania e la Puglia, che da povere sono passate alla condizione di ancor più povere rispetto alla media italiana. Il dato pro capite non è però l’unico indicatore da utilizzare per misurare i risultati conseguiti. La crescita economica di un territorio è tanto più vera se riesce ad associarsi con un numero crescente di abitanti: garantire lo stesso benessere a pochi o a molti non è la stessa cosa.

Nell’ultima colonna della tabella è riportata la crescita assoluta nelle diverse regioni, fatta 100 quella registrata a livello nazionale nello stesso periodo.

Come si può osservare, la Liguria ha perso qualche punto in termini di Pil pro capite ma è arretrata ancora di più in termini demografici, con l’esito di registrare una crescita del proprio Pil complessivo (pro capite*popolazione residente) che è del 73% rispetto alla media nazionale: in altre parole la Liguria continua ad essere una regione i cui abitanti sono relativamente ricchi, ma il territorio – crescendo meno dell’Italia – ha contribuito nel tempo ad impoverire il Paese in termini relativi. Così come la Liguria, tutti i territori con un valore inferiore a 100 dell’ultima colonna sono quelli da considerare come perdenti; vincenti sono invece quelli come il Veneto, il colosso Lombardia e l’Emilia Romagna che hanno un valore superiore a 100.

E le autonomie speciali? Sicilia e Sardegna sono andate complessivamente male e, in alcuni casi, persino peggio delle Regioni ordinarie del Sud. La Valle d’Aosta è relativamente arretrata in termini pro capite ma si è rafforzata come complesso economico. Il Friuli Venezia Giulia ha fatto esattamente l’opposto: crescita del Pil per abitante ma con una caduta dei residenti che ha trascinato verso il basso il complesso dell’economia.

Trento e Bolzano hanno invece fatto un salto in avanti che non ha eguali nel resto del Paese. In particolare Bolzano svetta nella graduatoria nazionale del Pil per abitante e la sua economia è cresciuta quasi del 65% in più di quanto ha fatto il resto d’Italia. Trento, che partiva da posizioni pro capite simili a quelle del Veneto, oggi lo supera abbondantemente ed insidia da vicino la Lombardia – che nel 1971 aveva un valore di ricchezza prodotta per residente di quasi il 40% in più del Trentino. A livello complessivo il contributo di Trento alla crescita è stato del 47% maggiore di quanto ha saputo fare il complesso delle altre regioni italiane.

Le nostre due comunità hanno dunque vinto la scommessa della crescita con l’autonomia. E l’Italia ci ha sicuramente guadagnato. L’importante, a questo punto, è che quest’ultima lo capisca e lo riconosca.

 

 


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