Ripensando alla politica al femminile ....

«In Francia, chi incarnava il peggio era una donna. E’ ancora possibile avere questa opinione politica? Oppure essa verrà additata come maschilismo?». Così si interrogava simpaticamente Piergiorgio Cattani a conclusione del suo interessante editoriale l’altro giorno su questo quotidiano.
Donata Borgonovo Re, "Trentino", 12 maggio 2017

Naturalmente la sua è una domanda retorica: certo che è possibile avere quell’opinione politica, certo non verrà additata come maschilismo né da chi, come me, la condivide né da chi, almeno credo, non la condivide affatto. Ci sono però alcuni passaggi della sua riflessione dei quali vorrei provare a riprendere il filo almeno per sgombrare il terreno da ambiguità e fraintendimenti che, purtroppo, su questo tema abbondano.

Una premessa mi pare necessaria. L’aspro e irrisolto confronto sul disegno di legge che intende(va) modificare la legge elettorale, per inserirvi una misura a favore del riequilibrio della rappresentanza nel Consiglio provinciale (la cosiddetta doppia preferenza di genere), ha consentito di riaprire una discussione ormai annosa, ma sempre ‘fresca’, sulla presenza (meglio sarebbe dire assenza) delle donne nelle istituzioni. Si tratta di un problema che già all’inizio degli anni Novanta il Parlamento europeo stigmatizzò con preoccupata durezza, considerando come grave vulnus per la qualità della democrazia la mancanza di donne nei luoghi delle decisioni. Già allora si parlava di “democrazia dimezzata” o di “democrazia incompiuta” perché si era consapevoli che la rappresentanza politica non corrispondeva per nulla alle caratteristiche della società, composta perlopiù in egual misura da uomini e da donne. Per questo nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (nota come la Carta di Nizza del dicembre 2000) si è voluto affermare che “il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato” (art. 23) e per questo il Consiglio d’Europa nel 2003 affermò che “La rappresentanza equilibrata è un’esigenza di giustizia”.

Non si tratta solo di invocare l’eguaglianza tra uomini e donne (abbiamo almeno cinque articoli della Costituzione che lo fanno!) ma di assicurare giustizia nei rapporti politici, oltreché in quelli sociali. In questo senso, è ben vero che “non è scritto da nessuna parte che la gestione del potere sia appannaggio esclusivo dei maschi” –come osserva Cattani- mentre è vero che nella realtà accade esattamente questo: nel nostro pur evoluto Trentino tutte le posizioni di vertice (Presidente della Provincia, Presidente del Consiglio provinciale, Presidente della Federazione Cooperative, Presidente del Consiglio delle autonomie, Sindaco della città capoluogo e dei maggiori centri urbani, Presidenti delle associazioni di categoria, delle Acli, Segretari sindacali...) sono saldamente in mani maschili. Certo, non è scritto da nessuna parte. E infatti, il lavoro ingrato che le donne (dentro e fuori le istituzioni) cercano di fare quotidianamente è finalizzato a far comprendere che non basta essere uomini per governare bene. E che “più che al genere bisogna guardare alle idee”, proprio come giustamente scrive l’editorialista.

Vorremmo perciò che le idee, le competenze, il famoso ‘merito’ potessero emergere in una dimensione di pari opportunità; vorremmo che donne e uomini con eguali strumenti di partenza potessero presentarsi agli elettori (parliamo di rappresentanza politica e dunque parliamo di cittadini che selezionano i loro rappresentanti) con le loro proposte e le loro differenti sensibilità; vorremmo che la complementarietà di attitudini e di talenti che appare così proficua (non facile né agevole, ma proficua) nel mondo delle professioni, fosse presente anche nel mondo istituzionale e dunque incidesse sulle decisioni politiche.

Mi chiedo sempre come sarebbe stata l’Italia se invece di avere avuto 2073 Ministri e 34 Ministre in 59 governi nazionali ne avessimo avuti metà e metà... E il Trentino, parlando del mio territorio, come sarebbe diventato se invece di avere 23 consigliere elette in 15 legislature su 525 seggi ne avessimo avute 250? Quale contributo di idee abbiamo perduto e quale rischiamo di continuare a perdere (vista la terribile conclusione del dibattito consigliare sul disegno di legge cui accennavo in premessa) se i cittadini e le cittadine non decideranno di considerare come un serio pericolo per la nostra democrazia l’assenza del pensiero femminile nelle istituzioni.


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