Cie, Manica: «No a semplici cambi di nome, non accetteremo i vecchi centri»

Dove sorgerà il nuovo «Cie» regionale? Quando? Quanti migranti conterrà? Ad oggi, nessuno di queste domande ha trovato ancora una risposta. In Trentino, però, il clima di incertezza che sta caratterizzando la nascita di quelli che da venerdì si chiamano «Centri di permanenza per il rimpatrio» preoccupa chi teme un sostanziale ritorno dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), più volte e da più parti accusati di non rispettare i più elementari diritti umani.
T. Scarpetta, "Corriere del Trentino", 12 febbraio 2017

 

«Per il momento — riferisce l’assessore Luca Zeni — non abbiamo ancora indicazioni sui tempi e sulla localizzazione. L’ipotesi di Roverè della Luna non trova, ad oggi, alcuna conferma. Quanto ai numeri, possiamo ipotizzare un’ottantina di persone».Nel Pd del Trentino una certa inquietudine a riguardo l’aveva già manifestata, con un’interrogazione all’assessore, Donata Borgonovo Re, che metteva in guardia dall’assecondare «un mostro giuridico che permette di trattenere persone per un tempo indefinito e senza che siano stati loro contestati reati». Una preoccupazione condivisa dal collega Mattia Civico, che insieme all’ex assessora ha già chiesto a Zeni un colloquio per capire meglio i termini della questione. «Non nascondo la preoccupazione — afferma Civico — ma prima di esprimermi a riguardo, vorrei avere maggiori elementi». «Leggeremo il decreto — spiega Borgonovo Re — e ne discuteremo con il gruppo e l’assessore». Il capogruppo, Alessio Manica, pare condividere la preoccupazione dei colleghi. «Bisogna riconoscere che, al momento, il quadro è davvero poco chiaro. Fin da subito, però, mi sento di dire che il Trentino da un lato non può pensare di chiamarsi fuori da una questione, quella della gestione dei flussi migratori, che investe tutto il paese e tutta Europa. Dall’altro, credo possa e debba pretendere che, sul suo territorio, non sorgano centri incompatibili con il valore della solidarietà su cui poggia la nostra intera Autonomia. Sono sicuro che l’assessore chiederà al ministero tutti i chiarimenti necessari. Pronti a fare la nostra parte — conclude Manica — ma non ad aprire in Trentino centri come sono stati i Cie. Ci auguriamo di non essere di fronte a un semplice cambio di nome».

Su un fronte diverso da quello politico, a condividere la preoccupazione per l’annunciata realizzazione di un centro in regione è il presidente dell’Ordine degli avvocati del Trentino, Andrea de Bertolini. «Trovo certamente comprensibile il fatto che lo Stato si preoccupi di garantire la sicurezza sia sul fronte della criminalità, micro o organizzata che sia, che tanto più su quello del terrorismo. Tuttavia, è necessario individuare misure efficaci e al contempo non lesive dei diritti umani, assumendosene anche gli oneri finanziari che comportano. Mi permetto di rilevare — continua il presidente dell’Ordine — l’inadeguatezza tecnica del reato di clandestinità, che ha intasato i tribunali prevedendo irrealistiche sanzioni pecuniarie per i rei e l’incompatibilità dei Centri di identificazione ed espulsione, i Cie, con una Costituzione, la nostra, che non consente di privare una persona della libertà personale se non perché ritenuta, dall’autorità giudiziaria, responsabile di un reato. Pertanto — continua de Bertolini — l’avvocatura vigilerà perché non vengano adottati provvedimenti che mettono in discussione i principi costituzionali». Il timore maggiore è che si attui in Italia un «doppio binario del diritto». Stando a quanto riferito in aula da Zeni, verranno confinate nel centro le persone giudicate «socialmente pericolose». «Il concentramento di persone sulla base di un sospetto — osserva de Bertolini — evoca in ognuno di noi bruttissime immagini. Si faccia in modo che questi centri non diventino luoghi di concentramento di un’umanità dolorante in cui non si applicano i principi fondamentali del diritto».


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