«Leadership al Pd? Non è questione di vita o di morte»

«Non siamo un partito, siamo una somma di singoli, e questi personalismi esasperati mi fanno temere per il futuro del Pd». Alessio Manica, capogruppo Dem in consiglio provinciale, per indole non è uno che alza i toni. Ma di fronte al nuovo vicolo cieco in cui il suo partito sembra essersi infilato, non nasconde amarezza e preoccupazione.
C. Bert, "Trentino", 8 febbraio 2017

 

 

Manica, in pochi giorni i due segretari del Pd di Trento e Rovereto hanno detto di voler lasciare. In assemblea provinciale è mancato il numero legale. Cosa succede? Per quanto riguarda Rovereto, che conosco bene, vivo una doppia amarezza. Ho sempre sostenuto Roberto Pallanch, convinto che fosse la persona giusta per traghettare la città fuori dalle acque tristi dopo la pesante sconfitta alle comunali. Dopo un anno assistere al collasso del circolo per problemi con l’ex segretario e con il gruppo fa male. Si logora un’altra risorsa e non si inizia a costruire il futuro del Pd a Rovereto, dove l’ambizione dev’essere tornare a governare.

L’ex segretario Lorandi dice che se Pallanch lascia non è un problema trovare un sostituto. Non proprio un attestato di fiducia, le sembra? Pallanch avrà anche esagerato con certe dichiarazioni degli ultimi giorni ai giornali, ma non se ne esce pensando che questa situazione è frutto dell’incapacità di una persona.

A Trento la segretaria Elisabetta Bozzarelli ha confermato le dimissioni, ma una parte del coordinamento sembra non essersi accorta di cosa ha votato. E il segretario provinciale ha parlato di «scemenze». Il documento approvato dal coordinamento mi sembra molto chiaro, dice che c’è bisogno di un rilancio e che dopo aver preparato questo percorso si libera il campo e si riparte. Mi sembra un percorso responsabile, il teatrino uscito dopo mi pare paradossale, la sensazione è che per qualcuno l’obiettivo fosse mandare a casa solo la coordinatrice cittadina. Ma se l’obiettivo è sempre tagliare le teste non si va da nessuna parte. Qui manca la dimensione collettiva.

È un problema che in molti denunciate fin dalla nascita del Pd. Cosa deve succedere per superarlo? Il problema da un lato è che non si sono mai del tutto amalgamate alcune componenti originarie che hanno dato vita al Pd, ma soprattutto l’essersi continuamente divisi in fazioni. Siamo una somma di singoli, troppe volte finiamo sulla stampa come singoli, a volte anche per insultarci. Credo che se ne esca solo se si rinuncia a un po’ di narcisismo e con un di più di politica. Oggi siamo un partito schiacciato sui propri esponenti istituzionali e che ha logorato i militanti facendoli sentire dei perenni “organizzatori di primarie”.

Il Pd è noto anche per logorare i suoi leader, il Pd trentino non fa eccezione. È così? In due occasioni eclatanti abbiamo dimostrato di non saper cogliere le opportunità, prima con Pacher e poi con Olivi. Questi due casi dimostrano l’autolesionismo del Pd, l’inizio del declino è stato lì, quando non siamo riusciti ad assumerci la guida della Provincia. Alle primarie non abbiamo centrato un gol a porta vuota.

E per il 2018? Il Pd secondo lei deve mettere in campo un suo candidato presidente o è fisiologico un secondo mandato di Ugo Rossi? Ho sempre sostenuto, e lo ripeto, che il tema della contendibilità della leadership è un tema sbagliato. Lo dico chiaro, per me non è questione di vita o di morte avere il presidente della Provincia del Pd se siamo convinti della bontà del percorso. Prima viene il Trentino, poi la coalizione e poi il Pd, altrimenti creiamo solo tensioni inutili. Preoccupiamoci di costruire un progetto serio di governo e di dare un segno dove governiamo. La politica non è una partita di calcio, io mi sono sentito pienamente parte di un progetto di governo con Dellai presidente e Pacher vice.

Oggi non è più così? Questa è una legislatura più faticosa, dove il senso di squadra è più debole.

Lei stesso è stato messo in discussione come capogruppo. Ha pensato di dimettersi? Sono perfettamente cosciente che il ruolo del capogruppo in un gruppo numeroso e con tensioni come il nostro è delicato. Naturalmente ho momenti di amarezza, ma il gruppo non mi ha mai messo in discussione, sono stati due singoli (Civico e Borgonovo Re, ndr).

Domani (oggi, ndr) l’assessore Zeni presenterà la sua proposta di riforma del welfare per gli anziani. Nel Pd ci sono gli scettici, Donata Borgonovo Re non lo ha nascosto... Io non metto le mani avanti sulla riforma del mio assessore, che ha la mia fiducia fino a prova contraria. Sono stili diversi. Io sono convinto che non intervenire su questa materia oggi sarebbe irresponsabile. Se c’è da limare qualcosa si limerà, ma poi dobbiamo essere tutti allineati perché questa proposta andrà spiegata sul territorio.

Il garante dei detenuti ha chance di essere approvato? Dobbiamo andare in aula a difendere questa proposta e poi ognuno si assumerà la responsabilità delle scelte. I diritti per il Pd non sono un modo per non occuparsi d’altro. Abbiamo appena approvato la riforma del porfido, un settore difficile, e l’ha fatta un assessore del Pd.

E la doppia preferenza di genere? Non vedo l’agibilità d’aula per approvare così il disegno di legge. Personalmente sonderei fino in fondo se c’è possibilità di mediazione sulla terza preferenza. Ma so che i promotori e una parte dei consiglieri del Pd non la pensano così. Mi adeguerò alla scelta del gruppo. 


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