Non strizziamo l’occhio alle liste civiche, ma recuperiamo il consenso degli elettori

Bene ha fatto Olivi a rilanciare un confronto sul fenomeno “civiche”, con la massima apertura e senza indulgere in inutili schematismi. Alcune reazioni, invece, sembrano attardarsi sui soliti, vuoti riferimenti a non meglio precisate appartenenze, a schieramenti cristallizzati, ad etichettature semplicistiche, se non addirittura ad anacronistici personalismi.
Stefano Ricci, 17 gennaio 2017

 

La domanda cui è prioritario dare risposta è politica: il successo delle liste civiche nei confronti di un elettorato sempre più vasto e che appartiene anche ad ambienti non secondari della sinistra storica, non deve indurci a correggere qualcosa nella nostra offerta programmatica generale? Indicare il crescente “populismo”, l’anti politica come fossero la causa del proliferare di questi movimenti, anziché la conseguenza di una crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali, è fuorviante e ci allontana dalla necessaria azione di critica della politica.

Gli elettori che in momenti di profonda crisi generale cercano risposte in soggetti politici diversi, solo ed esclusivamente per la loro “diversità” palesano una sfiducia nel vecchio e consolidato sistema politico piuttosto che una speranza in qualcosa di nebuloso e indefinito. E’ quindi sui motivi di quella sfiducia, per niente infondati, che bisogna intervenire: non si tratta di strizzare l’occhio alle liste civiche, ma di recuperare il consenso di quegli elettori. Il consenso e la condivisione attorno ad un progetto ed un programma di governo consequenziale. Ormai da troppo tempo la politica si è ridotta a gestione dell’esistente; a compromesso (quasi mai nobile) tra interessi diversi e contrapposti dove, com’è naturale, prevalgono quelli più forti; all’autoreferenzialità della classe politica stessa, percepita sempre più distante dalla vita di tutti i giorni.

Le stesse formazioni che si pongono all’opposizione svolgono per lo più un’azione da retroguardia, di fatto conservatrice, sulla difensiva (come la lotta della CGIL sull’articolo 18, invece che su politiche attive del lavoro!), incapaci di indicare prospettive di sviluppo diverse ma credibili, sulle quali costruire un movimento alternativo. La politica, questo il nostro compito, deve tornare a studiare, analizzare e progettare. Deve farlo coinvolgendo le migliori intelligenze e sviluppando un dibattito ampio e partecipato ad ogni livello.

In quest’opera non hanno senso le etichettature preconcette, le alleanze di palazzo, le convenienze immediate o, tanto meno, i personalismi. Ha senso costruire un progetto per l’Europa, l’Italia, il nostro Trentino; coerente con i nostri valori e contemporaneamente capace di offrire risposte innovatrici al passo con le mutate condizioni attuali. Sul progetto ognuno si pronuncerà, porterà le proprie proposte o presenterà una sua alternativa. Solo in questo modo si combattono i populismi di protesta incapaci di elaborare risposte e uniti soltanto nel negare ogni cambiamento.


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